Michael Jordan e noi

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Sessant’anni di Michael Jordan, sessant’anni di noi. E una bella storia da raccontare, se non altro per la sua unicità. I Chicago Bulls, infatti, prima di lui non erano rispettati, il palazzetto in cui giocavano era quasi vuoto, l’attenzione mediatica era rivolta altrove; poi arrivò questo gigante buono con il numero 23 sulle spalle e il resto è storia, anzi leggenda. Perché questa storia parla anche a noi? Perché al di là dei record, dei trionfi e delle magie che il mito ci ha regalato negli anni, la sua vicenda trasmette chiaramente il messaggio che nulla è impossibile, che insieme si possono conseguire risultati straordinari e che non bisogna mai arrendersi.

Sia chiaro: non è certo nostra intenzione star qui a tessere l’elogio della meritocrazia o della favola malata secondo cui basta la forza di volontà per raggiungere qualsiasi traguardo, tutt’altro. E non saremo certo noi a negare le disuguaglianze sociali che rendono il cammino di chi parte indietro lastricato di ostacoli e difficoltà. Fatto sta che l’epopea di Michael Jordan e della sua squadra va ben al di là della pallacanestro e ci indica un percorso. Ci dice che il riscatto non è un’utopia, che la passione per ciò che si fa non è inutile, che credere in se stessi ha comunque un valore e che giocando per la collettività, con umiltà e determinazione, si possono ottenere risultati straordinari.

MJ nel 2012

Se c’è un messaggio in questa vicenda è, dunque, che bisogna accantonare ogni forma di egoismo e di individualismo, anche quando si è i migliori, soprattutto quando si è i migliori, perché le doti personali non bastano per far crescere il contesto e perché chi pensa di poter fare tutto da solo si illude amaramente. Insomma, ci ha indicato una strada e spronato a percorrerla, mostrandoci con evidenza quanto possa essere soddisfacente e positiva una visione del mondo in contrasto con il solipsismo oggi dilagante anche nello sport: in America e non solo. 

Abbiamo riflettuto a lungo su Jordan e sulla sua lezione quando abbiamo appreso la triste notizia della scomparsa di Ilario Castagner, un galantuomo d’altri tempi, un signore allenatore, l’artefice del secondo posto senza sconfitte del Perugia nella stagione ’78-’79, quando ad aggiudicarsi il titolo fu l’ultimo Milan di Rivera, prima del Calcioscommesse e di tutto ciò che ne è seguito.

In un campo da golf, 2007

E a dire il vero il paragone ci era venuto in mente anche in settimana, osservando le gesta europee delle compagini italiane. Ebbene, il Milan di Pioli, che sembra aver ritrovato un minimo di smalto dopo un gennaio da incubo, ha battuto il Tottrnham di Conte nell’andata degli ottavi di finale di Champions League non solo grazie al bel gol di Brahim Díaz ma, più mai, per merito di una prestazione corale, in cui ciascuno ha dato il meglio di sé e la squadra ha fornito una prova di unità e compattezza nel momento cruciale della stagione. La Juve di Allegri, al contrario, non è andata al di là di un modesto pari con il Nantes, squadra di seconda fascia del calcio francese, e se l’è presa con gli errori arbitrali che, per quanto palesi, non hanno influito più di tanto su una gara che i bianconeri hanno letteralmente gettato al vento dopo essere passati in vantaggio con Vlahović. 

Qualche anno fa sarebbe accaduto l’opposto. La Juve, difatti, era una compagine granitica e sapeva fare fronte comune di fronte a qualsiasi difficoltà; il Milan troppo spesso no e riusciva a vanificare anche prestazioni di buon livello, ottenendo risultati inferiori alle aspettative e a quanto avrebbe meritato. Peccato che,  nel frattempo, la Juve abbia scelto di trasformarsi in una multinazionale in cui il business viene prima della storia e per l’anima e un minimo di romanticismo non c’è spazio, mentre il Milan ha richiamato al timone personaggi come Maldini e Baresi, le sue vecchie e mai ammainate bandiere, quegli uomini che i colori rossoneri ce li hanno tatuati sulla pelle e che fanno la differenza quando la situazione volge al peggio. 

Michael Jordan riceve la Presidential Medal of Freedom dal presidente Barack Obama alla Casa Bianca, 22 novembre 2016

Nella vicenda di Michael Jordan, oltre alla gloria, c’è spazio anche per i sentimenti e per il coraggio di rimanere se stesso nonostante la fama e i notevoli guadagni ottenuti. E lo stesso vale per Maldini e Baresi. Non è così, ahinoi, per chi ha deciso che a occuparsi di calcio debbano essere manager senz’altro di valore ma che nella vita hanno fatto legittimamente altro, gente per cui fra un pallone e un libro contabile non c’è poi molta differenza. Solo che le differenze si vedono in campo, nello spogliatoio, nell’approccio alle partite e, purtroppo, anche nei risultati. 

Qualcuno sostiene che i buoni sentimenti da soli non bastino per andare lontano, e possiamo anche sforzarci di credergli. Ma stia pur certo, questo analista in doppiopetto, con tre cellulari in tasca e una sfilza di carte di credito da esibire, che per vincere nel calcio, e nello sport in generale, la passione è una componente essenziale. Con la sola freddezza dei numeri si può, forse, far quadrare un bilancio, il che è doveroso, ma perché il pubblico venga a fare il tifo per te, devi trasmettergli qualcosa. Se la tua cifra esistenziale è il distacco, non puoi aspettarti in cambio l’amore della gente. 

Onoreficienze e successi conseguiti da Michael Jordan all’ingresso dell’United Center.
Michael Jordan e noi ultima modifica: 2023-02-19T14:26:23+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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