Beirut. Il manicomio distrutto dalla follia della guerra civile

“ʿAṣfūriyyeh. A History of Madness, Modernity, and War in the Middle East”, di Joelle M.Abi-Rached, pubblicato dalla MIT Press, è dedicato alla storia dell’ospedale psichiatrico di Beirut , ormai in macerie, a due passi dal centro.
RICCARDO CRISTIANO
Condividi
PDF

Sono diverse le chiavi di lettura di ʿAṣfūriyyeh. A History of Madness, Modernity, and War in the Middle East, il libro di Joelle M. Abi-Rached dedicato alla storia dell’ospedale psichiatrico di Beirut e recentemente pubblicato da MITPress, la casa editrice del Massachusetts Institute of Technology, acquistabile su Amazon. Questa molteplicità è già spiegata nel titolo, che avrebbe potuto essere più lungo e diventare: ʿAṣfūriyyeh. Una storia di pazzia, modernità, colonialismo, rivalità missionarie e guerra in Medio Oriente. Forse sarebbe stato troppo lungo come titolo, ma certamente avrebbe dato il giusto risalto a un aspetto che non può essere sottovalutato: il ruolo dei missionari e dei loro conflitti politici, soprattutto tra cattolici e protestanti, al tempo del disfacimento dell’impero ottomano. 

Cornelius Van Alen Van Dyck.

Non mi riferisco tanto alla storia ottocentesca, citata nel volume, di quel povero maronita che ebbe la pessima idea di convertirsi al protestantesimo, trovarsi dichiarato pazzo dal patriarca della sua Chiesa di origine e morto in ceppi in una grotta del Monte Libano. Mi riferisco piuttosto a quello che disse il missionario americano, protestante, Cornelius Van Dyk, l’uomo che ha unito questa storia, la storia di ʿAṣfūriyyeh e quella dell’altra pagina, la più commovente nella grande esperienza culturale della Nahda o Rinascimento arabo (per alcuni Risorgimento arabo, a mio avviso storicamente calzante ma culturalmente limitativo),  cioè la traduzione in arabo della Bibbia.

In nessuna Chiesa araba sarebbe stato possibile proclamare il Vangelo e le Sacre scritture domenicalmente se questo suo progetto non fosse diventato realtà, anche con l’aiuto di un dotto dell’islam, Yusuf al-Asir. È uno dei tratti epocali e rivoluzionari della Nahda. Cornelius Van Alen Van Dyck, si racconta in questo libro grazie ai diari di George E. Post, arrivò ad Abay, un piccolo centro nei pressi di Beirut, e disse: “Qui io aprirò due scuole: quella che fonderò io e quella che fonderanno i gesuiti per contrastarla”. È un’istantanea che contiene una delle fotografie più vere e profonde di Beirut, della sua storia decisiva, quella dell’Ottocento, una storia di cui ʿAṣfūriyyeh è parte poco nota ma importantissima. 

Anche guardando alla Beirut odierna questa storia può essere ben colta nella stessa mappa della città, il cui dualismo ricalca più questa dualità, quella della corsa parallela e competitiva tra cattolici e protestanti, che quella tra musulmani e cristiani. Il cuore dell’odierno versante “islamico” di Beirut, molto simile a Manhattan, con Avenue intrecciate a Street verticali e parallele, sorge intorno all’AUB, l’American University of Beirut, quasi più estesa del quartiere che la circonda. Siamo in cima a una delle due colline che sorgono ai lati del centro cittadino, che proprio i missionari urbanizzarono, collegandolo al vecchio centro urbano. Alle pendici dell’altra collina stavano i quartieri ortodossi, sul lato opposto del centro. Lì giunsero dal Monte Libano i maroniti, organizzando i loro quartieri a ridosso di quelli ortodossi, sulla seconda collina, l’altro polmone di Beirut. E proprio  al punto di congiunzione tra la collina ormai maronita e la parte bassa e ortodosso-cristiana della vecchia Beirut, sorge l’Università dei gesuiti, Saint Joseph. Se i maroniti parlano francese e l’élite musulmana parla inglese, è anche per questo. E anche per questo la competizione così brillantemente riassunta da Cornelius Van Dyk ha fatto gran parte della storia di Beirut. Questa competizione è stata parte della stessa grande esperienza della Nahda, senza la quale è difficile capire la speranza araba e il suo tradimento, più che fallimento. Incarnato da Beirut, la perla della corona ottomana quando quella corona si stava disfacendo, la perla araba autodistruttasi con la guerra civile (se poi fu vera autodistruzione o concorso parallelo di distruzioni è altra storia).  

Così la storia di questo ospedale, impensato altrove nel mondo arabo, rappresenta benissimo il valore epocale della Nahda: abbandonare le pastoie arcaiche della società del tempo e fare proprio il nuovo che emergeva in Europa, anche con la cura per i pazzi, i lunatici, i malati di mente. L’esperimento di questo ospedale per malati di mente da curare e non rinchiudere come “morti  che non si possono seppellire” è ricostruita con conoscenza scientifica dello sviluppo dello studio psichiatrico europeo, la sua ricezione da parte degli intellettuali della Nahda beirutina, e dei missionari, che se fecero di ʿAṣfūriyyeh il grande esperimento protestante dell’American Univeristy of Beirut, non mancarono di sfidarlo con l’analogo tentativo dei gesuiti della Saint Joseph, anche con la richiesta di sostegno economico alle autorità coloniali francese, al momento opportuno. L’angoscia cattolica per il successo protestante e l’urgenza di recuperare terreno è descritta con accuratezza e profondità, ma senza alcun malanimo, ma gusto per la storia.  

Immagini tratte da un inventario che documenta le condizioni dell’ospedale psichiatrico in rovina, in ʿAramūn, di D. G. Jones and Partners, Chartered Quantity Surveyors, October 1991, da The MIT Press Reader

Tra le operazioni più riuscite del volume c’è la ricostruzione del flusso di idee che dopo l’angoscioso racconto del passato di disprezzo islamo-cristiano per i “pazzi”, tenuti in catene da entrambe le autorità religiose, hanno cominciato a spingere sia gli uni sia gli altri verso le novità psicologiche, psicoanalitiche, psichiatriche, scoprendo nuove malattie e nuove forme di solidarietà. Ecco il racconto del sostegno dei notabili musulmani alla cura per i poveri e i malati, ecco il più ampio e ricco capitolo dell’impegno missionario per raccogliere fondi in Europa e in America per ʿAṣfūriyyeh e l’urgenza cattolica di rispondere, con l’avanguardia dei gesuiti, con altrettante donazioni e nuove istituzioni. La scelta di fare di ʿAṣfūriyyeh un ospedale “aperto”, non un manicomio per capirci, ha forse addirittura anticipato i tempi di alcuni Paesi europei, pur seguendo le prime indicazioni terapeutiche che giungevano dall’Europa. E ne ha decretato il successo, aprendone le porte anche le donne, prima nascoste nella società patriarcale, soprattutto se malate. 

Se la Nahda emerge anche qui come la pagina senza la quale non si capisce l’Ottocento, il tradimento coloniale e il disastro post-coloniale, il racconto dei primi passi, quelli ancora segnati dal pregiudizio europeo, che riteneva l’orientale naturalmente portato alla pazzia, un po’ per lo stesso fatto di essere in così vasta parte musulmano,  avvince nello sviluppo per le continue contrapposizioni di logica umana, culturale e politica che nell’opera vengono affiancate e ricostruite nel loro incontrarsi e susseguirsi nel corso di poco più di un secolo di storia, raccontata anche nei dettagli. Fino alla guerra civile, cioè agli anni Settanta /Ottanta. 

La linea verde che separava Beirut Ovest da Beirut Est, 1982 (foto di James Case, da Wikipedia)

Il racconto di come la guerra civile ha sconfitto ʿAṣfūriyyeh s’impone nell’opera come un racconto nel racconto, con protagonisti che entrano nella storia di chi scopriva che la modernità era una causa di malattia mentale, per il mezzo dell’emigrazione. Quanti migranti dal Libano sono riusciti, soprattuto nelle Americhe, ma quanti hanno fallito. E una volta fallito il loro tentativo, e dopo aver scoperto un mondo diverso, tornando hanno scoperto anche di non poter semplicemente rientrare nel vecchio tran tran del Monte Libano, o della Beqa’. 

Intanto ʿAṣfūriyyeh aveva un successo “arabo”: la cura dei malati di mente, che non erano più indemoniati o “morti che non si possono seppellire”, arrivava in tante altre capitali arabe, anche negli opulenti Paesi del Golfo. Era la forza della Nahda, in anni cui forse la partita era ancora aperta, ma che venne persa, a Beirut, con la guerra civile. La guerra civile che ha lasciato i resti malconci dell’ospedale dei missionari dell’American Univeristy of Beirut lì, a due passi dal centro, ospitando solo erbacce e archi mandati in frantumi. La discussione su cosa significhi conservare i resti di un esperimento così  importante  conclude un volume che non può essere perso, perché attraverso una storia medico-scientifica racconta una pagina decisiva della storia complessa del Mediterraneo, e la battaglia che poteva cambiarne il corso, e che tutti rimuovono: la Nahda, della quale qualche eco si sente in ogni sussulto di questa Primavera determinata a non morire e forse prematuramente dichiarata “perduta” da troppi.

      

Immagine di copertina: Quel che resta dell’ʿAṣfūriyyeh, da The MIT Press Reader

Beirut. Il manicomio distrutto dalla follia della guerra civile ultima modifica: 2023-02-20T16:16:08+01:00 da RICCARDO CRISTIANO
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento