Il remoto nel futuro di Venezia

L’Ateneo Veneto promuove un incontro sullo smart working nella città dei Dogi, con protagonisti ed esperti del fenomeno.
GUIDO MOLTEDO
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Il remoto è nel futuro di Venezia. S’intitola così l’incontro in programma mercoledì all’Ateneo Veneto dedicato alle opportunità offerte alla città dallo sviluppo del cosiddetto “smart working”. In realtà il lavoro a distanza è già presente in città e nel presente della città. Il futuro c’incarica di non subirla semplicemente, ma di “governarla”, questa modalità di lavoro del nuovo millennio, a vantaggio di Venezia e dei suoi cittadini, contribuendo alla sua capacità di contrastare l’esodo dei suoi abitanti e di attirarne di nuovi, e di creare nuove opportunità di occupazione lavorative. Un contributo all’impegno di tanti veneziani ⎼ cittadini e associazioni ⎼ per scongiurare il risucchio definitivo nel gorgo dell’economia turistica e del “pensiero unico” che essa impone alla vita veneziana e ai suoi residenti.

Lo smart working è già nel presente di Venezia per il semplice fatto che la città è da tempo, spontaneamente, una delle mete preferite dei nomadi digitali, di chi può permettersi la possibilità o il lusso di scegliere un luogo gradevole e di propria scelta per poter svolgere il suo lavoro a distanza. È il momento, adesso, senza rinvii, di politiche attive che affrontino il tema nel suo veloce divenire e si rivolgano a potenziali smart worker, perché scelgano Venezia come sede di una loro permanenza, preferendola ad altre località di una nutrita lista di città e paesi, in tutto il mondo, che si propongono come luoghi ideali per il lavoro in remoto, con politiche precisamente mirate allo scopo.

Dal sito di Venywhere

Questi smart worker privilegiati erano stati oggetto d’indagini socioeconomiche e di inchieste giornalistiche ben prima della pandemia e dell’imposizione più meno generalizzata del lavoro a distanza ⎼ e ancor di più delle lezioni a distanza ⎼, un’imposizione  che sarà ricordata come uno dei tratti più tristi dei lockdown collettivi e individuali dell’era Covid. Adesso tornano al centro dell’attenzione di chi si occupa di politiche del lavoro ma anche di chi si occupa di politiche di rinnovamento urbano e di chi studia le nuove forme di impiego del tempo di vita e del tempo di lavoro.

L’esperienza vissuta in quel periodo di reclusione forzata ha rappresentato un’accelerazione di una modalità di lavoro che lo sviluppo nel campo tecnologico e digitale metteva a disposizione già da tempo e a cui il ricorso massiccio, mondiale, a quella modalità, nella pandemia, ha fornito importanti dati e strumenti per un suo ulteriore progresso ed espansione. Ma è servito anche a rendere più familiare, più friendly, una pratica che agli inizi era vissuta con diffidenza e ostilità. Cosicché una volta usciti dall’emergenza pandemica ci si è accorti che il lavoro agile, inteso come un mix di lavoro in presenza e di lavoro da remoto, può essere vantaggioso per le aziende ma anche per i lavoratori stessi, e non più per un’élite che è nelle condizioni di ricorrervi a proprio piacimento, potendo svolgere le proprie mansioni non più in ufficio, o solo in ufficio, ma a distanza, anche a distanza continentale.

Julia Hobsbawm, nel suo libro omonimo, lo definisce il “Nowhere Office” – l’ufficio ovunque e in nessun luogo –  il posto di lavoro che galleggia e fluttua tra ufficio e casa. Il fenomeno, come si è detto, può essere visto come una delle conseguenze di Covid, ma in realtà è qualcosa che viene da lontano, è il culmine di tendenze e orientamenti che iniziano già negli anni Ottanta, quando l’orario di lavoro diventa un tema centrale nel sindacato e si lotta per un equilibrio migliore tra tempo di lavoro e tempo di vita. Secondo Hobsbawm, la pandemia “rompe gli ultimi fili che tenevano insieme abitudini e pratiche radicate”. Siamo ora nelle condizioni di attraversare come niente fosse orari diversi, zone diverse, avendo accesso ovunque a file via digital clouds, possiamo rimodulare la nostra agenda non assegnando necessariamente il tempo di vita al weekend ma organizzandolo secondo proprie convenienze nel corso della settimana.

“Crafted, digital production hub con sede a Venezia, per i nostri clienti ovunque”

Sta accadendo che molte imprese investono sempre meno in nuovi uffici e nel rinnovamento degli uffici esistenti, non si sente più l’esigenza di fare bella figura con i clienti con ambienti d’ufficio all’ultima moda e sempre più cool in grattacieli che svettano orgogliosi della loro condanna all’immediata obsolescenza. Quello che Hobsbawm definisce presenteeism non è più un totem, i distretti degli affari nelle città non sono modellati in rapporto al presentismo dei lavoratori e degli utenti, ma ripensati secondo un’organizzazione del lavoro e delle relazioni che impone un uso diverso dello spazio. Le città cambiano e cambieranno sempre più in seguito agli sviluppi, via via più rapidi e pervasivi delle tecnologie della comunicazione e dello scambio di dati.

Come stanno cambiando e come cambieranno le città italiane, i loro centri storici?

Il fenomeno degli scorsi decenni, dello spostamento dal centro verso distretti periferici di servizi e uffici, che ha portato alla chiusura di tante sedi lavorative nei centri storici, perde senso oggi, con il venir meno dell’esigenza di disporre di grandi spazi per uffici raggiungibili in auto, vicino a grandi arterie.

C’è una nuova partita che si gioca, che ridà ruolo al centro storico delle città italiane.

Venezia può esserne parte. Deve esserne parte. Sia per consentire a un certo numero, che andrà crescendo, di residenti di svolgere le proprie mansioni a distanza. Sia per attrarre nuovi residenti, smart worker provenienti da ogni parte. In entrambi i casi la città, nelle sue varie articolazioni, deve svolgere un ruolo attivo, propositivo. Creando le condizioni adatte perché avvenga. E tenendo conto che ovunque le città si stanno organizzando per questo, e Venezia, ancora una volta, potrà far valere la sua unicità, fino a diventare luogo simbolo della “rivoluzione” del lavoro a distanza, in tutte le sue diverse declinazioni e in tutte le sue varie possibilità di sviluppo.

Dal sito di Venywhere

Non s’inizia da zero. Ci sono diverse realtà che si muovono già bene, in quella direzione.

Innanzitutto va citata Venywhere, il nuovo progetto nato dalla collaborazione tra l’Università Ca’ Foscari e la Fondazione di Venezia

per offrire alla città e alla popolazione emergente dei workers from anywhere un innovativo strumento di contatto e interazione, [una piattaforma volta a facilitare ] l’attrazione e l’inserimento di una nuova comunità attiva di persone che potranno arricchire la città di nuove energie e attivare un’offerta di nuovi servizi e opportunità economiche per la comunità locale.

Alla Giudecca è attiva ormai da tempo SerenDPT, fondata dal lungimirante santelenino/bostoniano Fabio Carrera e diretta da Luca Giuman.

La missione di SerenDPT

è creare lavoro di qualità nella città storica di Venezia e nelle isole della Laguna, tramite startup innovative che contribuiscano a risolvere i problemi locali con soluzioni Made in Venice da esportare in altre Città del mondo usando Venezia come testimonial.

SerenDPT dispone di spazi di coworking

Negli ampli e ben attrezzati locali della sede giudecchina trovano accoglienza nuove imprese, per lo più startup ad alto contenuto tecnologico e IT, che intendono sviluppare le proprie attività a Venezia.

Ed è qui che ha iniziato la sua avventura veneziana il “visionario” milanese Silvio Meazza, con Crafted, per poi mettere su una sede in Campo San Polo, molto bella, dove già lavora oltre una quarantina di giovani, molti dei quali veneziani. Crafted è un digital production hubnata dalla costola di una grande realtà milanese della pubblicità (Meazza è stato tra l’altro cofondatore di M&C Saatchi), e ha già una considerevole clientela.  L’impresa di Meazza ha stretto una partnership col mondo universitario di Venezia. Parlando con Huffington Post, Meazza ha spiegato così la relazione con l’ateneo veneziano:

Andiamo a prendere i talenti migliori e li formiamo nel nostro business, cioè la comunicazione digitale, e offriamo loro la possibilità di lavorare direttamente con dei clienti di primo piano”, spiega il fondatore. “Questo per noi è possibile perché sono trent’anni che siamo nel mondo della comunicazione digitale e abbiamo deciso di sfruttare questo nostro vantaggio per la comunità del territorio.

In questo scenario si muove da tempo la nostra rivista online, con due obiettivi principali, tra loro intrecciati. Il primo: dedicare informazione di alta qualità a Venezia, con particolare riguardo alla Venezia storica, alimentando il dibattito sulle sue note criticità ma anche sulle sue meno note, o comunque meno discusse, opportunità, come appunto la sfida posta dal lavoro agile. Il secondo: era ed è quello di insediare la nostra attività in città, ma potendo contare su una rete di redattori e collaboratori a distanza, diversi dei quali veneziani, che però risiedono a Siviglia, Parigi, Bruxelles (oltre ai non veneziani che scrivono da Barcellona, Strasburgo, Chapel Hill). Quando lo sviluppo di ytali sarà tale da consentire una solida redazione in presenza, i nostri “veneziani”, e non veneziani, lontani avranno una buona ragione per tornare qui.

Siamo dei precursori, nel nostro piccolo, noi di ytali, del lavoro a distanza. È nel campo dei media, d’altra parte, che il lavoro a distanza ha preso piede prima e più che in altri campi, in seguito allo sviluppo tumultuoso di internet. I suoi effetti sono stati devastanti per i giornali, per le redazioni e per un consolidato modo di produrre e diffondere l’informazione. Al tempo stesso, la rivoluzione digitale, e in essa l’affermazione del lavoro a distanza, ha consentito a piccole e squattrinate iniziative di crescere e di affermarsi, com’è il nostro caso. Oggi siamo tra le poche pubblicazioni di alta qualità presenti nel territorio veneziano, ma anche in quello più vasto del Nordest e in generale in Italia.

Per una Venezia amica dello smart worker. Parla Chiara Bisconti

Potenzialità, criticità e prospettive del lavoro agile a Venezia sono già argomento di discussione informale in diversi ambienti interessati. Ma per la prima volta diventano argomento di dibattito pubblico in un luogo della cultura veneziana.
Va ringraziata per questo Antonella Magaraggia, presidente dell’Ateneo Veneto, che ha promosso un incontro nell’aula magna dell’Ateneo stesso, Il remoto è nel futuro di Venezia, mercoledì, 22 febbraio, ore 17.30. Vi parteciperanno rappresentanti delle realtà sopra descritte: Crafted, con Federica Bagnoli e Silvio Meazza, SerenDpt, con Luca Giuman, Venywhere, con Carlo Santagiustina.
La discussione sarà aperta da Chiara Bisconti, esperta di lavoro agile, autrice di Smart agili felici. Interverranno Sergio Pascolo (Venice Urban Lab), Maria Fiano (Osservatorio Civico sulla casa e la residenza), Marco Gasparinetti (Gruppo 25 aprile), il direttore di ytali., Guido Moltedo.
L’incontro è stato organizzato, in collaborazione con ytali, da Tiziana Plebani, che ne sarà la coordinartrice.

Il remoto nel futuro di Venezia ultima modifica: 2023-02-21T15:37:41+01:00 da GUIDO MOLTEDO
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