Pd, l’elaborazione della sconfitta (che non c’è stata)

ADRIANA VIGNERI
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Elettori e attivisti del Pd si stanno avvicinando alla scelta di un nuovo segretario del Partito democratico (domenica 26 febbraio, ai gazebo) in una situazione di pressoché totale incomprensione  di quel che è accaduto nelle ultime elezioni politiche. Sono circondati da un clima di depressione che descrive un partito finito, nel migliore dei casi da rifondare, da ri-costituire. Morto e sepolto da resuscitare, come Lazzaro. Io non credo che le cose stiano così. Si sapeva, ma di recente è stato dimostrato nelle elezioni regionali di Lazio e Lombardia, che il Pd ha una solida base fedele. Una base che merita, questo sì, un partito che riprenda energia, si chiarisca le idee, non rinneghi le sue radici ma applichi le sue concezioni di giustizia sociale, e di democrazia, in un sistema interno ed internazionale profondamente cambiato, e che continua a modificarsi velocemente.   

A Bologna, a sostegno di Elly Schlein
A Roma a sostegno di Stefano Bonaccini

È vero che il Pd ha perso voti nelle elezioni più recenti. Ma l’immagine di quel che è successo nelle ultime elezioni – continuamente diffusa anche a distanza di molti mesi, e ripetuta dagli stessi militanti – è ampiamente fuorviante. Occorre averne coscienza per potersi occupare del dopo. Soprattutto fuorviante è l’idea – favorita dagli stessi loro dirigenti – che il Partito democratico abbia avuto un crollo. E Fratelli d’Italia un grande successo in voti. Non è così, la Destra ha avuto un grande successo in seggi.

Per raddrizzare il racconto, con i necessari confronti, occorre guardare ai voti, non alle percentuali. Iniziamo a partire dalle elezioni del 2018.

Il Centro Destra unito nelle elezioni politiche del 2018 ebbe 12.137.000 voti. Nelle ultime politiche, 2022, ha avuto 12.300.244. 12 milioni di voti erano e 12 milioni sono rimasti, con le medesime forze politiche (FdI, Lega e FI). Molto cambiata invece la distribuzione dei voti all’interno.

Il Movimento 5Stelle ha partecipato alle elezioni sempre da solo. Nel 2018 ha ricevuto quasi 11 milioni di voti (10.945.411), voti che nelle politiche del 2022 sono diventati poco più di 4 milioni (4.333.972).

Il Centro Sinistra unito ha avuto nelle politiche del 2018 7.480.000 di voti (Pd, +Europa e altri minori). Nel 2022 ha avuto 7.337.000. Sostanzialmente il medesimo risultato. 

Nel 2022 i votanti sono diminuiti di quasi 14 milioni e mezzo: da circa 44 milioni a 29 milioni e mezzo. Vi è stato uno spostamento interno alle forze politiche dei due schieramenti nelle scelte di voto. I voti del Movimento sono andati prevalentemente verso destra, e poidalla Lega verso FdI. Tuttavia il grande consenso di Fratelli d’Italia consiste di una minoranza, il 25% se calcolato sui votanti, il 15,2% se calcolato sul corpo elettorale. Il resto è merito o demerito della legge elettorale. 

Lasciamo le coalizioni e veniamo al partito Pd:

  • nelle elezioni del 2013, quelle successive alle dimissioni da capo del governo di Mario Monti, il Partito Democratico, che si presentò come coalizione “Bene comune” comprendente Vendola e Nencini, prese 8.644.00 voti circa 
  • nel 2018 arriva da solo a 6.135.000 voti
  • nel 2022 scende a 5.356.000, perde circa 780.000 voti (anche a favore di Carlo Calenda e Matteo Renzi, che sempre dal PD provengono). Non bene, ma neppure un tracollo.

In sintesi, nel 2022 la coalizione di centrodestra – fondamentale la coalizione per la conquista dei seggi uninominali – ha preso complessivamente 12.300.244. La coalizione di centrosinistra se si fosse formata avrebbe potuto raggiungere i 13.000.000. 13.868.694 sommando i voti effettivamente avuti dai singoli partiti della possibile coalizione. Ma si sa, nessuno può dire quanti sarebbero stati i voti se la coalizione si fosse effettivamente fatta: meno di quella cifra, per gli scontenti della coalizione, voti controbilanciati forse da chi sarebbe andato a votare con un po’ più di entusiasmo sapendo di poter vincere.

Se questo è ciò che è successo, e l’equilibrio tra destra centro (o destra tout court) e centro sinistra non è cambiato dal 2018 ad oggi, perché il risultato in seggi conferisce alla destra – con il medesimo numero complessivo di voti – una comoda maggioranza per governare? Perché l’unico partito che si è autoflagellato (e soprattutto è stato flagellato dalla grande stampa) è il Pd? 

Alla prima domanda è facile rispondere. Il numero dei seggi dipende esclusivamente dal fatto che il Pd si è presentato da solo o quasi (con Sinistra italiana-Verdi) ad un voto deciso da un sistema elettorale (un misto tra proporzionale e maggioritario) in cui la vittoria sarebbe stata determinata dalla conquista dei seggi uninominali, con la preventiva certezza che non ne avrebbe conquistato quasi nessuno, non avendo fatto consistenti alleanze elettorali (cioè non essendosi alleato con il Movimento 5S). In Italia i principali partiti viaggiano infatti tra il quindici e il venti per cento, non è il voto proporzionale che fa una gran differenza tra l’uno e l’altro. Successo o sconfitta sarebbero dipesi esclusivamente dalla conquista dei seggi uninominali. Dove è evidente che per arrivare primi in una competizione a due occorreva allearsi, avendolo fatto la destra. L’alleanza elettorale – resa necessaria dal sistema elettorale – sarebbe servita per conquistare quanti più seggi possibile, per battere numericamente la destra unita, che anche se non è (non la si considera) fascista è pur sempre un netto avversario politico, non necessariamente per governare tutti insieme. In sostanza si sarebbe presentata in Parlamento la medesima situazione che si crea quando il sistema elettorale è proporzionale: si distribuiscono le carte, che poi si giocano in Parlamento.

Si dirà: gli elettori non avrebbero capito perché si presentassero insieme partiti e movimenti che difficilmente avrebbero poi fatto un unico governo (anche se l’avevano già fatto). E qui a mio avviso si fanno (si sono fatti) due errori. 

Primo, andava spiegato questo sistema elettorale, che funziona soltanto se il sistema politico è bipolare. E se non lo è – come non lo è ora – costringe a fare alleanze contro natura. Quelle alleanze sarebbero servite soltanto a conquistare seggi (i sistemi elettorali sono quella cosa che “trasforma i voti in seggi”), non obbligavano poi a fare un governo insieme. Difficile che gli elettori capiscano se non spieghi nulla, e anzi tu per primo induci in errore. 

Secondo, si è demonizzato il Movimento 5S – con cui si era governato fino ad un attimo prima – per aver fatto cadere il governo Draghi, creando così tra i due partiti steccati prima inesistenti. Dimenticando che, se per un certo strato della società, e anche per molti imprenditori, aver affondato quel governo anzitempo è stato un delitto (una forma deteriore della politica), per la maggior parte degli elettori della sinistra non si trattava di un dramma: quello era soltanto l’ennesimo governo di tecnici, non eletto, cui non si sentivano legati.

Il centrosinistra dunque non ha neppure tentato di fare quell’alleanza con il M5S, che avrebbe potuto essere puramente elettorale. Come ha detto con un po’ di malevolenza Matteo Renzi,

con una straordinaria interpretazione di strategia politica Letta ha permesso a questo venticinque per cento di essere maggioranza assoluta con i junior partner Salvini e Berlusconi (Il Foglio 21 ottobre, pag. II). 

Chi scrive tende a pensare che il M5S non si sarebbe alleato in ogni caso: ha ritirato la fiducia al governo Draghi – seguito subito dopo da Lega e altri – per anticipare il voto e per presentarsi ai propri elettori con mani pulite da compromessi di governo, quindi coerentemente da soli. Certo, in modo da, o a costo di, far vincere il centrodestra, risultato che in quelle condizioni era considerato da tutti ineluttabile (si discuteva infatti – ricorderete – se quella vittoria avrebbe raggiunto i due terzi o soltanto la maggioranza assoluta). Diciamolo chiaro: al M5S non importava nulla che vincesse il centrodestra, con cui aveva già governato, importava soltanto che vi fosse una “ripresa” del Movimento – ora Partito di Conte – dopo il tracollo successivo all’esito trionfale del 2018. Lo stesso si può dire per Azione/Italia Viva, concentrata esclusivamente sulla propria crescita.

Ognuno può decidere come valutare il comportamento dei due principali partiti della sinistra o del centro che guarda a sinistra (?!) in tale occasione. Ma così sono andate le cose. 

Alle altre domande che ci siamo posti è più facile rispondere.

Sulla tendenza ad autoflagellarsi basterà dire: è una qualità che il Pd ha in comune con la maggioranza degli italiani. Sull’atteggiamento della stampa non mi convince molto la risposta che dà D’Alema: ci odiano perché siamo ancora un partito. In verità anche la Lega Salvini premier è un partito, come lo era la Lega Nord. Attendiamo altre spiegazioni.

Su che cosa debba fare ora il Pd ho le idee più chiare. Come credo le abbiano i suoi militanti. Che occorra intervenire seriamente sono tutti d’accordo (ad ogni elezione i voti calano un po’). Lo scontento dell’elettorato che a questo partito si rivolge o vorrebbe rivolgersi è notissimo a chi minimamente si informi e abbia dei rapporti con i suoi militanti. La ragione è semplice, è un partito che fin qui ha vissuto di rendita. Le rendite se non alimentate si erodono con il tempo. Un partito di cui si conoscono – per chi si informa – battaglie fatte da posizioni di governo – ma nessuna battaglia di fronte ai cittadini. Governare non è tutto. E neppure si può vivere dell’abbraccio con il Movimento 5S, o del suo contrario, tanto più che fino ad un attimo fa il tema era se il Movimento fagociterà il Pd, e non viceversa. Ora, grazie all’impegno per la scelta del nuovo segretario/a, all’ampia mobilitazione cui stiamo assistendo, questa prospettiva è venuta meno. Tutti hanno potuto constatare che questo partito ha uno zoccolo duro che – permettetemi di dire – è miracolosamente durato anche troppo, a fronte dei mancati investimenti politici.

I militanti del Pd se lo dicono da un po’: occorre ridefinire l’identità di questo partito, la sommatoria tra l’ex Pci e la sinistra Dc non poteva evitare e non evita certo questa fatica, per evidenti ragioni. E poi è passato troppo tempo, la società è cambiata, il contesto internazionale è cambiato, rinascono gli imperi. E si potrebbe continuare. 

Assemblea con Elly Schlein nella sala di San Leonardo, Venezia

Non si tratta dunque di reagire con un impegno straordinario ad una sconfitta elettorale, che non c’è stata. C’è stata piuttosto una sconfitta politica perché non abbiamo saputo/potuto fare le alleanze che erano necessarie, in un sistema elettorale che le rendeva appunto obbligatorie.

Ora si tratta di risolvere una volta per tutte un problema che il Pd ha fin dalla sua nascita, con la consapevolezza che nel frattempo si è aggravato. Ma che cosa significa esattamente ridefinire l’identità del Pd? O meglio definire, dato che come accennato non è mai stata rigorosamente definita, non si sono fatti i conti con il passato.

Rosy Bindi ha detto: “Io chiedo al Pd …. di mettersi a disposizione di un cantiere che ricostruisca un campo democratico e progressista”. Non sono d’accordo. Credo che nel Pd ci siano già tutte le risorse umane e intellettuali per discutere seriamente, per stabilire quale è la cultura del partito, per approfondire ragioni e decisioni sulle principali e serissime questioni che sono in campo. Sono convinta che la cultura politica che serve vi sia già tutta, nella storia di questo partito. Basta rimettersi a studiare, basta approfondire la conoscenza della società in cui viviamo e di tutto ciò che dall’esterno ci condiziona (la politica estera non esiste nella competizione per la Segreteria). E poi nulla impedisce di aprire la discussione ad apporti esterni, senza per questo sciogliere l’unico partito capace di difendere una politica a favore della giustizia sociale, della difesa dei diritti umani e civili, della valorizzazione del merito, del talento, delle pari opportunità. 

Da quanto tempo ciò non avviene? Da quando i nostri affezionati elettori non hanno il piacere di poter declinare tre o quattro posizioni irrinunciabili e qualificanti del partito che votano?

La competizione per la scelta del nuovo segretario ha messo in evidenza che vi è più di una candidatura affidabile. Una competizione tra personalità diverse. Non vi sono nelle tesi sostenute posizioni inconciliabili. Nessuna scelta – che, ripeto, si concluderà la prossima domenica 26 febbraio – sarà drammatica. Sarà invece utile e costruttiva.

Pd, l’elaborazione della sconfitta (che non c’è stata) ultima modifica: 2023-02-23T20:41:20+01:00 da ADRIANA VIGNERI
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