Gli ultimi giorni dei Boomers

In un nuovo libro, il giornalista del Washington Post Philip Bump descrive l’impatto senza precedenti che la generazione del Baby Boom ha avuto sugli Stati Uniti. In particolare si sofferma sui contraccolpi politici che il conflitto tra boomer - più bianchi e più repubblicani - e le generazioni più giovani - più diversificate e più democratiche - potrebbe avere sul futuro del paese.
MARCO MICHIELI
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“OK boomer” è uno dei tormentoni che le giovani generazioni utilizzano per ironizzare e criticare le idee e i modi di fare dei Baby Boomer, ritenuti poco progressisti e non al passo con i tempi. Anche se spesso usato nei social, questo “meme” è la spia di una divisione generazionale non soltanto legata all’età ma alla distribuzione del potere.
Almeno è quanto pensa Philip Bump, editorialista del Washington Post, e autore di The Aftermath: The Last Days of the Baby Boom and the Future of Power in America, libro di recente pubblicazione che analizza l’impatto colossale che la generazione dei Baby Boomer ha avuto sugli Stati Uniti, il modo in cui ha costretto l’America a cambiare radicalmente, il suo dominio politico attuale e le conseguenze della sua naturale scomparsa. 

Secondo Bump la tensione generazionale che si registra oggi negli Stati Uniti, in cui le persone più anziane sono frustrate da ciò che fanno i più giovani, segue sicuramente “uno schema che probabilmente è vecchio quanto l’umanità stessa”. Ma ci sono altre differenze tra i boomers e le generazioni più giovani che contribuiscono alla tensione e che sono del tutto peculiari a quest’epoca.

Attraverso dati e statistiche, Bump cerca innanzitutto di spiegare al lettore perché la generazione del Boom – i nati tra il 1946 e il 1964 – ha avuto un impatto politico negli Stati Uniti come nessuna generazione prima – e dopo – ha avuto. È sufficiente pensare che nel 1945, l’anno prima dell’inizio del boom, la popolazione degli Stati Uniti era di circa 140 milioni di persone: nei diciannove anni successivi sono nati 76 milioni di bambini. A titolo di esempio, se gli Stati Uniti dovessero sperimentare oggi un boom equivalente a partire dal 2021, ciò significherebbe la nascita di 186 milioni di bambini tra il 2021 e il 2040: quasi 10 milioni di nuovi bambini all’anno rispetto ai 3,6 milioni nati nel 2020.

Non si tratta solo di crescita demografica. Quando gli Stati Uniti si trovarono ad affrontare il boom demografico iniziarono ad elaborare politiche che ruotassero attorno all’impatto di questi bambini nella società: dalla costruzione di nuove scuole alla necessità di trovare un’occupazione, dai trasporti alla salute. L’impatto per esempio dell’arrivo dei Baby Boomer sull’industria pubblicitaria e del marketing è rivoluzionario, secondo Bump. Un intero paese si è “riformato” per soddisfare i bisogni di questo enorme numero di nuovi nati e di futuri cittadini. Una centralità che continua ancora ora – quando i boomers hanno tra i 59 e i 77 anni e che hanno altri bisogni legati alla salute o alla vecchiaia – e che avrà un peso nel futuro del paese. E non è e non sarà indolore. La generazione dei Boomers infatti – che ha accumulato e ha difeso nel tempo il proprio potere, dice Bump – assiste oggi quel potere sgretolarsi. Un declino che il giornalista paragona non a quello “della civiltà spartana ma di quella romana”:

Stiamo vivendo un’interruzione storica dell’impero americano,

afferma, con conseguenze enormi per il futuro economico e politico degli Stati Uniti.

Da un punto di vista economico, ad esempio, la fisiologica sparizione dei Boomers nel tempo potrebbe creare difficoltà sul mercato immobiliare con un aumento costante dell’offerta disponibile. Ma pone anche interrogativi più generali come la creazione di un gettito fiscale sufficiente a garantire l’assistenza agli americani più anziani e più in generale sulla disuguaglianza di ricchezza tra generazioni, visto che la generazione dei Baby Boomer ha maggiore ricchezza complessiva rispetto alle giovani generazioni, fondamentalmente perché i boomers sono più numerosi. Ad esempio, risorse finanziarie che potrebbero essere destinate all’istruzione potrebbero essere deviate verso il sistema sanitario e di tutela delle persone anziane.

Le conseguenze politiche della centralità dei boomers, però, sono quelle che Bump cerca di approfondire per tutto il resto del libro. Perché? Perché i boomers sono innanzitutto oggi più bianchi, più religiosi e più frequentemente abitano fuori dalle grandi città. Non solo. Hanno una minore probabilità di essere immigrati o di avere genitori immigrati e di avere un titolo di studio, a differenza delle generazioni successive. Ma esercitano soprattutto un maggiore peso in politica.

I boomers hanno infatti maggiori probabilità di essere membri di istituzioni tradizionali, dai partiti ai sindacati, e la loro rappresentanza al Congresso degli Stati Uniti è circa il doppio della loro densità nel Paese (i boomers costituiscono il 29 per cento della popolazione). Uno schema simile si verifica per i governatori degli Stati. Nel 1986, il 34 per cento dei governatori aveva un’età compresa tra i 55 e i 75 anni. Nel 2020, il 62 per cento dei governatori in questa fascia di età. Mentre nel 1986 solo due governatori avevano tra i 20 e i 40 anni, nel 2020 nessuno. A livello di presidenti, per ventotto anni, dal 1993 al 2020, il Paese è stato guidato da un presidente boomer: Clinton, Bush Jr, Obama e Trump. Joe Biden appartiene invece alla cosiddetta “silent generation”, la generazione che ha preceduto quella dei boomers.

Attraverso i dati quindi Bump afferma che, poiché gli americani più anziani hanno maggiori probabilità di essere bianchi e hanno maggiori probabilità di essere bianchi rispetto agli americani più giovani, gli americani più anziani tendono a essere più repubblicani, visto che il core del Partito repubblicano sono proprio le persone nate nella fascia d’età del Boom.

È un percorso che si è accentuato negli ultimi quindici anni e di cui Trump, da “imprenditore” politico con fiuto, ha saputo trarne vantaggio. Ma, dice Bump, è una tendenza che si era profilata già con l’arrivo di un presidente boomer ma diverso dal’idealtipo del boomer bianco: Barack Obama. 

Con l’arrivo al potere di Obama, secondo Bump, grazie al supporto che il primo presidente afro-americano ha avuto dagli elettori più giovani – e più diversificati -, i boomers hanno assistito per la prima volta a un gruppo di persone in competizione con loro per il potere e il peso culturale. “Non solo il centro di gravità si stava spostando”, dice Bump, “ma si stava spostando verso un gruppo che non assomigliava molto ai baby boomers”: 

Questi giovani americani sono più eterogenei, hanno più probabilità di provenire da una famiglia di immigrati, sono più istruiti, meno religiosi, più liberal. L’America stava cambiando visibilmente, come era cambiata visibilmente quando i ragazzi del baby boom erano bambini. Ma questa volta i cambiamenti sono centrifughi rispetto ai boomers, non verso di essi.

Il Tea Party, così come Trump, sarebbero parte di uno scontro generazionale più ampio – che vede la generazione centrale della seconda metà del Ventesimo secolo in un posizione di maggiore debolezza -, scontro che incrocia l’immigrazione e la diversità razziale, le “grandi paure” dei boomers, bianchi e anziani.

Su questa paura, dice Bump, media – Fox News – e politica di destra hanno trovato un terreno fertile nel quale definire e costruire una narrazione del processo di trasformazione dei bianchi in generale in minoranza come una “minaccia”.

Allo stesso tempo le generazioni più giovani osservano che la struttura politica del paese è appesantita da un gruppo, ancora fortemente composto da Baby Boomer, che non gli assomiglia e non riflette le loro preoccupazioni, così come scrive Bump:

È un sistema che dà il primato ai proprietari di case e un peso sproporzionato ai residenti delle aree rurali. Ma è anche un sistema condizionato dalla classe, in cui la partecipazione è più facile per i pensionati e i ricchi e le loro voci sono amplificate.

L’editorialista del Washington Post non offre soluzioni o fa previsioni rispetto alle tensioni in atto nel quadro che delinea. Riesce tuttavia a definire in maniera molto chiara il ruolo che i boomers hanno avuto nel plasmare l’America di oggi, sia in termini di decisioni prese dagli stessi boomers, sia per il modo in cui l’America ha dovuto rispondere all’emergere dei Baby Boomer. Descrive in particolare i problemi che questo enorme potere – che è anche culturale, con una digressione sulla musica, e che respinge come parte di espressioni culturali minori ciò che è, per esempio, la musica di oggi – esercita nel paese.

Bump aggiunge però un tassello importante nel tentativo di spiegare l’attuale conflittualità degli Stati Uniti, aggiungendo l’aspetto generazionale e lo scontro con le generazioni più giovani, i millennial e la Gen Z soprattutto, che si contendono il potere e lo contendono ai boomers (la generazione X, i nati tra il 1965 e il 1980, è considerata come una generazione di passaggio). I contraccolpi nativisti dell’ultimo decennio sarebbero quindi anche espressione di una perdita d’importanza della generazione dei boomers – più bianca e più repubblicana – che cercano di reagire ai tentativi delle generazioni più giovani di riallocare le risorse a loro vantaggio, riuscendovi in alcuni casi, come è accaduto nel 2016.

Gli ultimi giorni dei Boomers ultima modifica: 2023-02-24T19:19:03+01:00 da MARCO MICHIELI
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