La via dello sbadiglio

PIER GIORGIO GIRASOLE
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[TOKYO]

Che i giapponesi siano un popolo pigro non è un’affermazione comune. Ancora vittima dell’immagine di un Paese di workaholic, l’Occidente crede che questo sia un Paese dove riposarsi sia uno stigma.
Bisogna invece affermare che si tratti dell’opposto. In Giappone, si potrebbe dire, meglio riposare che fare una lunga pausa. Tanti intervalli di riposo infatti non compromettono la realizzazione di un progetto che invece andrebbe ultimato o prorogato in caso di una pausa di sostanziale durata. Ma andiamo nel dettaglio.

In molte aziende l’orario standard delle otto ore viene rispettato e gli straordinari, che un tempo potevano arrivare sino a tre o quattro ore al giorno, vengono altamente disincentivati anche grazie ad una funzionale campagna del governo. Immaginate se anche in Italia lo Stato dovesse intervenire per far lavorare meno i suoi cittadini.

Ma qui è il punto. In Giappone infatti non sempre la quantità è sinonimo di qualità e questo forse a Nagatacho, il cuore della politica giapponese, lo devono aver capito.

Molte persone infatti non amano concentrare il lavoro in uno spazio di tempo limitato facendo il conto alla rovescia prima che “suoni la campanella”. 

In Giappone il lavoro diventa purtroppo per molti un vero e proprio stile di vita. Una via, come quella del guerriero, ma votata più che altro a tanta caffeina e sbadigli. 

Sì, perché qui la sopportazione vale di più dell’astuzia. E il brillare individualmente meno dell’essere tutti allo stesso livello.

Lo sanno bene i giovani giapponesi che hanno trascorso dei periodi di studio all’estero. Quando tornano ai natali lidi, e entrano in una qualche azienda, devono mettere da parte la loro competenza linguistica e dinamismo che, per forza di cose, hanno dovuto apprendere vivendo in un Paese diverso dal loro, per evitare di offendere i colleghi o superiori che spesso conoscono a malapena l’Inglese dei Beatles o qualche strofa di “Hotel California”, e salvare così l’armonia aziendale. 

Parola questa chiave del sistema Giappone. Nessuno infatti deve far inceppare il motore immobile del Sol Levante, ormai spinto più da inerzia che da energia vera e propria, pena la terribile esclusione sociale. Ed è proprio la paura di star soli che trasforma le aziende in rifugi per molti. 

Così facendo, trascorrere tempo in ufficio diventa un modo per socializzare e stringere, seppur effimeri, rapporti interpersonali mentre conseguentemente il dover tornare a casa si trasforma non in qualcosa di desiderato ma anzi di fastidioso. Già, perché, soprattutto nelle grandi città, i lavoratori del terziario lavorano dall’una alle tre ore di treno da casa. Viaggiare in treno è una consuetudine sia per i giovani impiegati che per i quadri più anziani e fare lunghe code e ammassarsi negli orari di punta nelle carrozze, dove è sconsigliato parlare al telefono e tenere lo zaino sulla schiena per non urtare gli altri passeggeri, sono parte della quotidianità. Spostarsi con le automobili è disincentivato, oltre che da una capillare rete di trasporti pubblici le cui tariffe sono a carico delle aziende per qualsiasi dipendente, anche dal fatto che i parcheggi nelle grandi città, Tokyo in primis, hanno prezzi proibitivi che vanno fino ai 3,50€ per dieci minuti.

Ovviamente discorso diverso per i settori primario e secondario, dove le regole per la sicurezza e qualità sul lavoro sono efficacemente messe in atto e rispettate. Al punto di poter affermare che un operaio lavori in condizioni meno precarie e stressanti, oltre che soprattutto più sicure, di un impiegato. 

Merita anche una nota il terziario nelle aree rurali. Qui generalmente gli orari sono sempre stati rispettati e, nonostante le poche opportunità per le giovani leve, spesso concentrate tutte a Tokyo, si vive maggiormente lontano dalla fabbriche e uffici, assieme a famiglie e amici. 

Ma quindi il problema è solo giapponese?

Sembrerebbe di no. Il lavorare in condizioni proibitive, il vedere nell’ufficio un rifugio, e considerare invidiabile arrivare la mattina con occhiaie e energy drink nello zaino sono miti comuni anche in Occidente. Quanti sono i corsi aziendali che mettono al centro il successo invece che i limiti? Quanti i modelli spesso cinematografici e di fantasia che finiscono col creare aspettative dannose per sé e per l’intero meccanismo sociale?

I giapponesi qui infatti avrebbero un motivo per potersi difendere. Il modello lavorativo, ferie comprese, è arrivato dall’esterno e c’è chi dice che nell’antico Giappone, durato fino al XVIII secolo, si lavorasse meno e meglio. Oltre che bere alcolici già di prima mattina.

In effetti il periodo più prospero per l’economia locale, durante gli anni Ottanta del secolo scorso, ha coinciso con il peggior momento per i giapponesi, convinti che lavorando il doppio o il triplo degli occidentali avrebbero sorpassato il loro modello di riferimento: Wall Street. 

Fenomeno questo comune alle Tigri Asiatiche e a qualsiasi sistema che a Oriente sia entrato in contatto con l’Occidente negli ultimi cinquant’anni.

Allora la via dello sbadiglio, che voleva tanti guerrieri dello straordinario, disposti a dormire col sacco a pelo in ufficio non è una prerogativa, a tratti anche esotica, del Giappone. 

Se questo sistema a tratti distopico ci fa davvero paura, a dover essere riconsiderato non è solo un modello locale come quello giapponese, bensì l’intera struttura economico-sociale che noi stessi Occidentali abbiamo creato e in cui nasciamo, cresciamo e che soprattutto accettiamo come unica possibile (“there is no altrnative“, cit.) 

Anche perché la più recente foto che ho visto di un dipendente dormire con un sacco a pelo in ufficio arrivava dalla Silicon Valley. Mentre a Tokyo, a Ginza, la domenica si vedono sempre più famiglie affiatate camminare lungo le strade costellate di boutique di lusso e, finiti ormai gli scintillanti anni del “Japan as number 1”, accontentarsi di fare quello che anche noi chiamiamo, forse per non vergognarci troppo nel farlo, “window shopping”. Un po’ come noi.

La via dello sbadiglio ultima modifica: 2023-02-25T19:17:00+01:00 da PIER GIORGIO GIRASOLE
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1 commento

Paolo Negri 27 Febbraio 2023 a 16:06

Ciao Pier, scusa l’ora che ti rispondo (sono le 16 in Italia), ma ho letto pochi minuti il tuo splendido articolo. Complimenti 👍🏻👏🏻👏🏻

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