DeSantis e le sue “guerre culturali”

Il governatore della Florida va alla ricerca di finanziamenti ma per ora - volutamente - senza grande visibilità. Lascia infatti che sia la sua azione di governo a parlare, dalla lotta contro Disney e agli studi Afro-americani alle nuove iniziative - restrittive - sull’immigrazione. Una piattaforma - quella del governo della Florida - di cui Trump non disponeva nel 2016.
MARCO MICHIELI
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Il governatore della Florida Ron DeSantis ha deciso di non partecipare alla Conservative Political Action Conference, uno degli eventi più importanti prima della destra repubblicana e oggi del Partito repubblicano. Anche se non è la prima volta che accade, oggi lo status di DeSantis è diverso. Considerato il principale candidato repubblicano alternativo a Donald Trump, il governatore della Florida preferisce parlare alla televisione, senza contraddittorio.

DeSantis non parteciperà al Cpac perché impegnato in incontri con finanziatori del Partito repubblicano in Texas e California (cinquecento dollari a persona per ascoltarlo nella contea di Orange), gesto che segnala che la candidatura del governatore della Florida alle primarie repubblicane sia prossima.

In compenso DeSantis parteciperà agli incontri a porte chiuse del Club for Growth, un’organizzazione conservatrice focalizzata sulla riduzione delle tasse e “uno dei maggiori finanziatori” dei repubblicani che hanno votato per ribaltare i risultati delle elezioni presidenziali del 2020. Donald Trump non è stato invitato, a dimostrazione di una qualche insofferenza tra i “top donors” del Partito repubblicano verso l’ex presidente.

Nel frattempo, DeSantis ha iniziato a espandere la propria coalizione politica. In Florida ha organizzato degli incontri a porte chiuse a cui hanno partecipato senatori e governatori repubblicani. Presente anche la conduttrice di Fox News Laura Ingraham che ha moderato una discussione sul tema della “lotta al wokismo”. Durante l’incontro Trump è stato largamente ignorato. Chi ne ha parlato, come l’opinionista conservatrice Ann Coulter, ha sottolineato i suoi fallimenti, per esempio, nella costruzione del muro tra Stati Uniti e Messico.

Nei prossimi giorni uscirà anche il libro di DeSantis – “The courage to be free”, ovvero “Il coraggio di essere liberi” -, anche questa una mossa che generalmente anticipa la candidatura. Il problema del governatore è che, al di là dei confini della Florida, ha bisogno di farsi conoscere e di creare alleanze. I tempi sono stretti e, ad oggi, non ha ancora messo piede in nessuno degli stati delle primarie, come Iowa e New Hampshire.

Chi non ha invece perso tempo è Trump, che ha già dichiarato la propria candidatura e che continua ad attaccare il governatore della Florida. Recentemente in alcuni post sui social l’ex presidente ha insinuato che DeSantis si sia comportato in modo inappropriato con ragazze minorenni quando ha insegnato per un breve periodo alle scuole superiori, quando aveva vent’anni.

Nonostante gli attacchi, DeSantis non risponde all’ex presidente, del quale riconosce nel suo libro l’aiuto fondamentale per la sua elezione a governatore della Florida. Continua invece a presentare la sua esperienza da governatore come un “manifesto politico” della sua candidatura alle primarie. Un’azione che mette al centro della sua battaglia politica la “lotta al wokismo”, come la definisce la destra repubblicana.

Qualche giorno fa ad esempio DeSantis ha firmato una legge che gli conferisce il controllo del distretto autonomo di Walt Disney World, punendo la società per la sua opposizione alla cosiddetta legge “Don’t Say Gay”. “Oggi il regno delle multinazionali ha finalmente fine”, ha dichiarato in occasione della cerimonia di firma della legge, “c’è un nuovo sceriffo in città e la responsabilità sarà all’ordine del giorno”.

Il disegno di legge prevede che DeSantis nomini un consiglio di cinque membri per supervisionare i servizi governativi che il distretto Disney fornisce nelle sue estese proprietà del parco. La creazione di questo distretto autonomo è stata determinante per la decisione di Disney di costruire il parco vicino a Orlando negli anni Sessanta. Allora l’azienda aveva dichiarato allo stato di voler costruire una città futuristica che avrebbe incluso un sistema di transito e innovazioni urbanistiche, per cui aveva bisogno di autonomia nella costruzione e nella decisione di come utilizzare il terreno. Anche se la città futuristica non si è mai concretizzata, si è trasformata in un secondo parco a tema, aperto nel 1982. Il fatto di avere un distretto autonomo ha permesso a Disney di emettere obbligazioni e di fornire servizi di protezione antincendio, servizi pubblici e infrastrutture, senza dover ricorrere alle procedure amministrative statali.

La diatriba con Disney è iniziata l’anno scorso, quando il gigante dell’intrattenimento, di fronte a forti pressioni, si è opposto pubblicamente alla legge “Don’t Say Gay“, che impedisce l’insegnamento dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere nella scuola materna fino alla terza elementare e in tutte le classi in cui il contenuto non sia ritenuto adatto all’età. DeSantis si è subito mosso per penalizzare l’azienda e ha proposto lo scioglimento del distretto autonomo della Disney, proposta poi divenuta legge. All’epoca DeSantis aveva criticato la Disney per essersi schierata contro la legge “Don’t Say Gay“, definendo la multinazionale un diffusore dell’ideologia “woke” nell’intrattenimento per bambini.

L’altro fronte della politica di DeSantis è sugli studi Afro-americani, lezioni e corsi che analizzano la storia degli Afro-americani, l’eredità della schiavitù e il modo in cui il razzismo pervade le strutture sociali come l’economia e la legge.

L’anno scorso DeSantis ha firmato una legge chiamata “Stop woke” che regolamenta l’insegnamento delle materie legate alle questioni razziali nelle scuole pubbliche. Era parte dell’azione repubblicana contro il 1619 Project, un’iniziativa giornalistica del New York Times e del New York Times Magazine, curata da Nikole Hannah-Jones, che “mira a riformulare la storia del paese ponendo le conseguenze della schiavitù e i contributi dei neri americani al centro della narrazione nazionale degli Stati Uniti”, progetto premiato col Pulitzer e poi diventato un libro. È un battaglia politica storica di Trump che alla fine del 2020 aveva minacciato di tagliare i finanziamenti federali alle scuole che avessero messo il 1619 Project e l’insegnamento della Critical Race Theory nel curriculum di studi.

In Florida nel 2021 il Consiglio di Stato per l’Istruzione aveva già vietato l’insegnamento della teoria critica della razza nelle scuole pubbliche. Recentemente DeSantis ha poi respinto l’idea dell’insegnamento di un nuovo corso di studi afroamericani nei campus delle scuole superiori poiché dice che il corso viola la legge statale – “Stop Woke” – e “manca di valore educativo”. Ha quindi inviato una lettera al College Board sottolineando che quei corsi mancano di valore educativo.

Qualche settimana fa quindi il College Board ha pubblicato il nuovo programma sugli studi Afro-americani che omette concetti e studiosi che, secondo gli esperti, tra cui molti consultati dal College Board durante lo sviluppo del corso, sono fondamentali per i moderni studi sugli Afro-americani e sono essenziali da includere in qualsiasi corso di studi di livello universitario. L’ultimo anno delle scuole superiori infatti a multi studenti è consentito di scegliere un percorso di studi avanzati preparatori per l’università.

Le “omissioni” includono alcuni degli autori più letti nei programmi di studi afroamericani introduttivi. Il College Board ha anche rimosso argomenti come “Black queer studies” e i testi dello studioso di genere e sessualità Roderick Ferguson e dello studioso di razza e sessualità E. Patrick Johnson. Altri argomenti che potrebbero aiutare gli studenti a comprendere la cultura nera contemporanea, la resistenza e la protesta non sono stati inclusi. Il “Black vernacular“, la cultura pop e l’appropriazione culturale, così come “Black Lives Matter” sono anch’essi stati esclusi nel programma finale.

L’azione di DeSantis non è però isolata. La Florida è diventata un modello per altri stati repubblicani. Sono diciotto gli stati che hanno approvato una legge o altre politiche che limitano alcune lezioni sulla razza e sul razzismo. La legge della Florida è per ora la sola che vieta specificamente la Critical race theory e il Progetto 1619 del New York Times.

Anche se dal punto di vista accademico, la perdita del corso è attenuata perché si tratta di un corso non obbligatorio e che gli studenti possono scegliere di fare, il danno dal punto di vista simbolico è enorme: nessun altro corso opzionale è sotto esame come quello sugli studi Afro-americani.

In una conferenza stampa, però, DeSantis ha ribadito di volere “l’educazione, non l’indottrinamento”. Ha anche indicato alcuni esempi di argomenti inclusi nel corso, difendendo la decisione di vietarlo. Questi argomenti, secondo il governatore, includono la teoria queer, l’intersezionalità e l’abolizione delle prigioni.

Quando si cerca di usare la storia dei neri per inserire la teoria queer, si cerca chiaramente di usarla per scopi politici

ha detto DeSantis.

Sull’altro fronte della “cultural war” repubblicana, quello dell’immigrazione, DeSantis invece ha più difficoltà. Recentemente infatti il governatore sta sollecitando la maggioranza repubblicana nella legislatura dello stato ad abrogare le leggi statali che offrono ulteriori diritti legali agli immigrati privi di documenti, protezioni che meno di un decennio fa erano sostenute dalla maggioranza dei repubblicani della Florida, tra cui il vicegovernatore di DeSantis.

La Florida è uno Stato di legge e ordine, e non chiuderemo gli occhi di fronte ai pericoli della crisi di frontiera di Biden. Continueremo a prendere provvedimenti per proteggere i cittadini della Florida dalle sconsiderate politiche federali delle frontiere aperte

ha detto DeSantis.

La proposta di DeSantis include l’abrogazione di una legge del 2014, promossa dall’attuale vicegovernatrice di DeSantis Jeanette Nunez, quando era membro della Camera della Florida, che offriva contributi per le tasse universitarie a coloro che erano arrivati illegalmente negli Stati Uniti in giovane età. Il provvedimento si applicava ai “Dreamers”, come vengono chiamati, che avessero frequentato una scuola superiore della Florida per almeno tre anni.

La legge nel 2014 era stata pensata nel tentativo di fare breccia tra gli elettori latinos della Florida. Da quando DeSantis è entrato in carica, tuttavia, ha rielaborato questo approccio, assumendo una posizione molto più dura sull’immigrazione. Senza perdere sostegno politico tra gli elettori latinos. Nel 2022, DeSantis ha vinto la rielezione con uno storico margine di 19,4 punti percentuali, anche grazie alla vittoria del voto dei latinos.

Però alcuni deputati repubblicani nazionali hanno lanciato l’allarme su un’iniziativa di questo tipo. Il dominio del Partito Repubblicano in molti distretti congressuali della Florida è dipeso dalla conquista elettorale di sempre maggiori fasce di elettori latinos che hanno aiutato DeSantis l’anno scorso a vincere la rielezione e contribuito al controllo repubblicano della Camera.

Deputati repubblicani hanno sottolineato che il calcolo di DeSantis, che è calcolo politico anche nazionale, potrebbe allontanare molti elettori latinos che hanno contribuito a trasformare la Florida da uno stato tradizionalmente “viola”, cioè conteso tra democratici e repubblicani, in uno stato rosso, saldamente repubblicano. Ad esempio, le massicce proteste scoppiate a Cuba nel luglio 2021 e la risposta del governo cubano hanno spinto molti cubani a lasciare l’isola e a raggiungere il Nicaragua come turisti, per poi dirigersi verso gli Stati Uniti passando attraverso il Messico. Si tratta di immigrati privi di documenti legali per accedere al paese ma simbolicamente rilevanti rispetto alla tradizionale posizione che il Partito repubblicano ha assunto nei confronti di Cuba.

Anche se la maggioranza degli elettori repubblicani latinos a livello nazionale sono a favore di un politica migratoria più dura, per alcuni legislatori repubblicani nazionali il rischio è che DeSantis e altri spingano il Partito verso posizioni che possano alienare parte di quest’elettorato. Un elettorato che potrebbe essere decisivo per vincere in alcuni stati. Ma al momento, il copione del Partito repubblicano trumpiano, seguito da DeSantis, sembra essere lo stesso: mobilitare al massimo “i bianchi”, portare al voto quel poco che serve delle minoranze per vincere alcuni stati e scoraggiare il voto a Biden. Nel 2016 aveva fuzionato.

DeSantis e le sue “guerre culturali” ultima modifica: 2023-03-03T16:56:00+01:00 da MARCO MICHIELI
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