Buone pratiche molisane

Nel suo nuovo libro, “Bioavversità”, Giannandrea Mencini ci porta in giro per l’Italia cercando di capire e studiare sviluppo ed espansione delle monocolture agricole in montagna e le loro ripercussioni negative. Si può fare “biodiversamente”? L’esempio positivo del comune montano di Castel del Giudice, in provincia di Isernia.
BARBARA MARENGO
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Giannandrea Mencini, veneziano, esperto di storia dell’ambiente e del territorio, autore di numerosi saggi in materia, presenta il suo ultimo libro Bioavversità. Il vizio delle monoculture nelle terre alte, con prefazione di Letizia Bindi, antropologa dell’Università del Molise (edizioni Kellermann) e ci porta in giro per l’Italia con il suo nuovo libro, in cammino

cercando di capire e studiare sviluppo ed espansione delle monoculture agricole in montagna e le ripercussioni che queste colture hanno sulla comunità e sul territorio. Le terre alte, colline e montagne, rappresentano il 76 per cento del territorio italiano, dal Nord Est (zona di coltivazione delle uve per il Prosecco) al Trentino (grande diffusione di meleti), in Italia Centrale nel Viterbese, Orvieto, Bolsena (zone di noccioleti) e in Molise, per studiare un’esperienza molto particolare.

Mencini, appassionato di montagna e gran camminatore, introduce il suo discorso sull’impatto della monocultura (la tecnica che sfrutta il territorio con coltivazioni di un solo tipo) parlando di un esempio positivo: nel Molise, il comune montano di Castel del Giudice, in provincia di Isernia, a circa settecento metri sul livello del mare, come molti villaggi di montagna di tutta Italia in questi ultimi decenni, si è spopolato arrivando a essere abitato solo da cinquanta abitanti. In tempi recenti la tendenza negativa si è ribaltata e i cittadini di Castel del Giudice sono diventati trecento, grazie a una politica comunale che valorizza il territorio caratterizzato da una biodiversità ambientale particolare. Un esperimento interessante che ha coinvolto parecchie famiglie giunte a ripopolare una zona che appariva semiabbandonata e depressa economicamente, e che oggi trova nella produzione agricola diversificata un modo nuovo di sviluppo.

Castel del Giudice

Partendo quindi dalle Alpi, valutando pascoli non sempre sostenibili dove l’alpeggio a volte è caratterizzato dalla presenza di animali che spesso non rispettano le aree naturali protette degli alpeggi stessi, Mencini inizia il suo percorso e spiega che il territorio con monoculture legittime e specializzate come a esempio i meleti della Val di Non o il Prosecco doc nel Veneto o i noccioleti del centro Italia sono casi da analizzare: queste zone producono in grande quantità prodotti come vino, mele e nocciole, queste ultime assai richieste dalle industrie dolciarie.

Noccioleti nel Viterbese [da Twiter: @piccolocali]

Colture intensive o industriali sottoposte a leggi di mercato e di distribuzione che hanno conseguenze di natura ambientale, perché, per raggiungere una produzione agricola molto alta, c’è bisogno di uso di chimica e fitofarmaci che impediscano l’insorgere di patogeni capaci di rovinare i raccolti. L’ambiente e il territorio ne risentono assieme alla salute pubblica: a esempio nel Nord Est varie associazioni si sono allertate contro l’uso dei pesticidi nelle coltivazioni intensive. Mencini ricorda la marcia che ogni anno in primavera parte da Cison di Valmarino per raggiungere Follina sensibilizzando l’attenzione a problematiche o nessi con alcune malattie, come riferiscono alcuni cittadini intervistati. I rapporti biennali dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sui pesticidi in Italia confermano che in Veneto, a Trento, in Friuli Venezia Giulia e nel Lazio l’uso di fitofarmaci evidenzia una presenza maggiore rispetto ad altre zone d’Italia.

Colline del Prosecco [da Twitter: @da_rold1]

Un modello come quello del Molise è importante, perché attuato con una formula che vede l’amministrazione comunale lungimirante, attenta al bene comune, che unisce gli sforzi economici assieme alla popolazione investendo capitale per formare l’Azienda MELISE, che ha sviluppato in un territorio intatto una produzione varia: meli biologici recuperando culture e varietà di origine medievale, birra prodotta dal luppolo del territorio e miele biologico dagli alveari sparsi sul territorio. Castel del Giudice crea lavoro attorno a tali produzioni, che oltre ad alimentare l’economia hanno favorito l’integrazione sociale, accettando immigrati e profughi che si sono inseriti nella comunità dopo una formazione specifica. Un progetto integrato che, se applicato su larga scala, potrebbe rivitalizzare vari territori dal Nord al Sud Italia.

Il rischio delle monoculture esasperate è quello di ridurre la biodiversità di un territorio ricchissimo come quello italiano, capace di produrre varietà e specie di eccellenza: soprattutto nelle terre alte, le montagne, si rischia di perdere un valore rurale importante a vantaggio di produzioni industriali che certo servono all’economia generale ma non devono sostituire le colture antiche e tradizionali di qualità, legate alla storia.

Immagine di copertina: Meleti in Val di Non [da Twitter: @laldo19]

Buone pratiche molisane ultima modifica: 2023-03-09T11:28:15+01:00 da BARBARA MARENGO
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