L’incertezza del volo

La poesia di Enrico Trebbi.
GABRIO VITALI
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C’è voluto «un arco di tempo davvero lungo», fa notare in prefazione Alberto Bertoni, perché quest’ «opera molto personale e originale» del poeta modenese Enrico Trebbi si costruisse e venisse alla luce. E pare ce ne voglia ancora, di tempo, perché venga adeguatamente conosciuta e apprezzata la particolare postura poetica, malinconica ma non remissiva, di questo autore appartato e dello stile rapsodico e meditativo che più gli è congeniale. Del resto, Enrico ha preferito per anni (e ancora molto gli piace) andarla a leggere in giro, la sua poesia, piuttosto che costringerla in pubblicazioni parziali e, in fondo, sempre un po’ riduttive rispetto al continuo flusso di scrittura e di racconto poetico che da sempre lo abita e lo mobilita. Costringere il tracimare costante di una passione in un ordine conchiuso e ben rilegato, non è mai sato facile – e forse neppure importante – per Trebbi. E lui lo sa:

Per scrivere poesie/ è necessaria passione/ per fare un libro di poesie/ serve ordine/ per volare ci vuole coraggio/ e “una celeste leggerezza dell’anima”.

Con L’incertezza del volo, edito dall’attento e selettivo Book Editore nel 2017, tuttavia, il libro è alla fine poi arrivato ed è un libro di piena maturità tecnico-stilistica che raccoglie circa tredici anni di intelligenza poetica di sé e delle cose della vita, in una partitura di sei dense sezioni, più ouverture (in prosa) ed epilogo. Passione e leggerezza dell’anima hanno dunque trovato un loro ordine possibile, anche se non certamente un ordine chiuso, bensì costruito su un impianto narrativo, la cui progressiva linearità diaristica si apre di continuo a raggera in varie direzioni tematiche del sentire e del pensare, quasi in ogni testo e sicuramente in ogni comparto della sua organizzazione in raccolta poetica. Il libro di Trebbi si presenta, così, come un tragitto d’ininterrotta interrogazione di se stesso che non fa sconti su incertezze, inciampi e fallimenti provocati o patiti lungo tutta la vicenda esperienziale di una vita, costantemente analizzata e rimeditata fino a stemperare il dato autobiografico di partenza, per scioglierlo in una dimensione di senso e di valore che ognuno può cogliere ed accogliere come propria. Un percorso, quindi, di autentica poesia:

La letteratura, qui, è solo un medium perché dalla vita evenemenziale da cui ogni umana esperienza scaturisce si approdi alla vita ricomposta e rianimata che solo la poesia quando è vera sa creare, attraverso lo strumento più umano di tutti, il linguaggio,

conclude Bertoni.

E il linguaggio poetico di Enrico Trebbi si esprime in una polifonia di molteplici, ma graduate e sempre armoniche, variazioni musicali, condotte con l’intonazione pacata della voce di chi sta raccontando e pensando (e invitando a pensare) mentre racconta, senza abbandonarsi a crescendo eccessivi, ma anzi stemperando nei passaggi chiave della gioia o del dolore, e senza inabissarsi nel sussurro intimista, quando chiede consolazione:

Ti lascio le pagine che non ho scritto/perché possiedono intatto il bisogno di raccontare,/ la pura possibilità della parola non detta ancora./ Ti lascio la musica che nella stanza vola/ che scende nel cuore, che consola/ e scalda notti eterne e solitarie./ Ti lascio l’inverno che osservo veloce/ da un finestrino d’auto in questi inutili tragitti/ e il bianco di pace che azzurra i monti/ e li fa miei, la piccola protezione di un abitacolo/ a rendere eterno il percorso, i pensieri./ Ti lascio i viaggi che ho fatto e quelli/ che farei, perché il viaggio è pensiero,/ è vita e sempre vale conoscere/e vivere gli altri, saperli e accettarli,/ soffrire di loro./ Ti lascio la curiosità, la voglia di capire,/ il desiderio immutato di scoprire,/ la giovinezza dell’anima che anche/ alla mia età è capace di stupirsi.

Metrica e prosodia, che in Trebbi si sono da tempo orientate (vedi Un resoconto frammentario, Book editore, 2003) verso le scansioni strofiche dell’ode o della canzone, nei testi di questa raccolta costruiscono e sciolgono vere e proprie lasse di ascendenza medievale, anche unite in brevi poemetti, e organizzate tutte nell’impianto poematico, strutturalmente complesso, di un racconto epico – un’epica quotidiana, certo, ma non dimessa – volto a realizzare a pieno quella riappropriazione sfaccettata e autentica della vita, tipica della grande opera di poesia. E di quest’ultima svolge così, altrettanto a pieno, quella funzione cognitiva che induce forse alla malinconia, ma che ha continuo valore formativo e dà, perciò, forza di saggezza al pensiero di sé e coraggio d’espressione al sentimento dell’altro:

Questa forza di osservare il mondo con occhi diversi, ce lo fa apparire diverso e diversi diventiamo noi. Tutto quello che siamo era già dentro di noi, ma si impara ad ascoltare anche se stessi, i sussurri che tante volte fingiamo di non sentire diventano voci che non possiamo zittire, se solo abbiamo il coraggio di fermarci e tendere l’orecchio. Siamo universi affascinanti e in divenire. Possiamo ascoltare meglio anche chi abbiamo vicino. Possiamo imparare sempre (in Al largo, ouverture in prosa).

L’intero viaggio poetico della raccolta di Trebbi viene giostrato in un tempo e in uno spazio particolari, abitati di volta in volta dal soggetto e caratterizzati dalla relazione con sei figure principali, tre maschili, a segnare i contrasti, le incomprensioni e i fallimenti, e tre femminili, a indicare invece l’accoglienza, la consolazione e la protezione. Costante, sia nell’uno che nell’altro, è un’atmosfera melanconica di consapevolezza, che tiene il dolore a distanza e che perciò non concede nulla alla rinuncia o, peggio, alla disperazione: è più un’intonazione del discorso, che non uno stato d’animo. Al pari dello sfondo di una frequente, ma discreta, presenza della pioggia, sia essa «imminente», «scostante» o «ingrigita», duri «tante ore» e «che batte i tetti», o sia solo «promessa» o, soprattutto, sia stata «non poi / così intensa com’era stata annunciata, / e adesso che spiove il cielo non si fa / improvvisamente terso, trattiene invece / nubi a scurire la sera, come avesse / un suo piccolo conto da presentare».

Il tempo è quello della storia personale e collettiva, vissuta e attraversata dal protagonista, che misura la distanza fra aspirazioni e compimenti, fra slanci e remissioni: la storia è una figura maschile, affrontata in una competizione contrastiva, fatta di sfide perdute, o abbandonate, o rifiutate addirittura. E non c’è modo di attenuare le responsabilità, l’insufficienza e la sconfitta, l’unica è saperlo e dirlo:

Viviamo un’epoca che non ha sogni/ e senza sogni non esiste speranza/ non esiste futuro. Che cosa lasceremo/ dietro di noi, se non la certezza/ del fallimento di una generazione?/ Ai brucianti ideali giovanili/ alla rivoluzione che ardeva in noi/ vedo sostituiti piccoli meschini/ aggiustamenti con cui sopravviviamo/ a noi stessi, alla stanchezza. Una/ durezza, una scorza sterile e cattiva/ che non dà scampo. E non serve addurre/ qualche indizio a discolpa,/ tutta l’amara disillusione di chi ha tentato/ la strada di una diversa convivenza/ di una solidarietà partecipata e corale,/ le tante troppe ferite, l’indifferenza/ ostile di chi ha perfettamente capito/ come vanno le cose del mondo […] Le ferite non possono chiudersi in chi/ ha sfiorato la mèta, bastava,/ meno piccineria, uno sguardo più ampio.

Alba con letture tratte da Malgretù, la raccolta poetica a cura di: Roberto Alperoli, Alberto Bertoni, Francesco Genitoni, Emilio Rentocchini, Jean Robeay, Elio Tavilla, Enrico Trebbi (nell’immagine) Spiaggetta Fiume Panaro – Spilamberto, 23 luglio 2022 [foto di Elisa Nanini, da Facebook]

Altre due figure maschili abitano il tempo della storia, nei versi di Enrico, anch’esse fonti di contrapposizione e d’incomprensione: sono il passato, la figura de padre, e il futuro, quella del figlio, figure con le quali la relazione si complica per l’insufficienza e la rabbia di non aver potuto godere di un passato di figlio e di non riuscire ora a costruirsi un futuro di padre. E, al solito, l’assunto biografico si fa, almeno, generazionale:

Una ruggine corrode le ossa/ logora le articolazioni/ troppa pioggia, troppe strade percorse/ l’impreparazione/ poco e male allenati/ sorpresi a essere genitori/ di figli orfani/ la loro difficoltà a essere/ orfani di genitori in vita/ un lessico inadeguato/ per parlarci in questi tempi nuovi/ persi gli archetipi, i modelli/ padri amici di figli/ in cerca di padri/ nell’abiura di un padre millenario/ che era somma di regole, abitudini/ nell’assenza di un padre collettivo/ che sia somma di valori.

Ma la poesia si prende cura di questo grumo d’infelicità costitutiva di un’epoca intera e prova a scioglierlo. Verso il padre:

Anche vecchi, padre caro,/ si può essere capaci/ con diverse abilità e altri metri./ Basterebbe che ti sedessi,/ per una volta stanco o debole,/ guardando come sono cresciuti/ i figli, a dispetto di te,/ senza più pensare/ senza più insegnare/ che la vita è un susseguirsi/ d’imprese eroiche e muri/ da buttar giù a spallate;

e tutto ciò per poter dire di lui, alla fine, «che sì, l’ho amato/ e non sono riuscito a dirglielo». E verso il figlio:

Se vorrai sapere di me,/ quando non ci sarò,/ se qualche sincera curiosità/ su chi davvero fosse tuo padre/ dovesse svegliarti la notte/ parla con la donna che amo/ l’unica persona, dopo mia madre,/ a cui affidare l’anima/ i più nascosti pensieri, le corrosive/ malinconie, i sogni e gli ideali svaniti,/ quelli per cui fummo asceti e santi, la grazia salvatrice della poesia […] Chiedi quanto/ ti ho amato, perché lei lo sa/ più di tua madre, più di te stesso.

Lo spazio è quello, invece, di una geografia che si allarga a cerchi concentrici, mai troppo dilatati, attorno al perno di Modena, la sua città, la meta di ogni nostos più o meno noioso e di un continuo desiderio di ricovero e di pace; il luogo femminile e materno dell’appartenenza, dell’amicizia e dell’amore; la terra di un dialetto, quasi mai utilizzato, ma innervante come radice e sottotesto i costrutti, le espressioni, le intonazioni della lingua della sua poesia:

La mia città, che il sole imbarazza,/ vive oggi una delle sue giornate/ di penombra materna e grigio che sboccia/ su tetti e foglie prossime a morte/ un fluire periferico del sangue./ La piccola città ai confini del mondo/ quasi rancorosa e avida del suo passato/ la stazione delle autolinee uguale/ a cinquant’anni fa e io innamorato/ ne cerco una tardiva memoria/ nelle strade del centro quasi deserte/ in queste mattine dolenti e uggiose.

Oppure:

…La mia città/ in questo centralissimo sobborgo/ mi prende per mano e pare/ cerchi di consolarmi discreta/ lieve. Da così lontano/ da questo modesto selciato/ provo a dirti che qui, o/ nei tuoi boschi d’ombra/ vorrei morire, raccolti/ i miei respiri, le mie/ mai sopite paure, tutto/ l’amore che pulsa/ in queste vene pietrose/ e gli archi aperti sulla via,/ in un solo piccolo atto/ materno, di posti che/ mi sanno e hanno/ pazienza eterna/ mi guardano e ascoltano/ senza chiedere mai.

Al materno della figura femminile della città si associano le altre due figure dell’accoglienza e della consolazione amorosa, in certo modo fuse e confuse fra loro: quelle della madre e della donna amata, l’una a recupero del passato, l’altra come promessa di futuro. Dell’una, scomparsa ma viva nella memoria, i versi dicono che:

La casa eri tu, a qualunque/ distanza d’occhi e battito/ lento delle ciglia, da ogni malinconia,/ da ogni abbandono, che presto/ saresti andata per sempre./ E se anche oggi ti parlo/ a distanza di anni e torture/ è perché sei stata il mio futuro,/ le mie paure, la mia/ voglia di andare/ il mio desiderio immutato di ritornare da te.

Dell’altra, presenza inaspettata e ora necessaria:

Sento che non sarei stato salvo senza te,/ se mai sarò salvo, se potrò/ trovare ovunque il tuo sguardo/ “d’accogliente ombra” che ogni volta/ trapassa il mio cuore e mi parla/ più di ogni parola, di ogni carezza,/ di ogni abbraccio e bacio strappati/ al bianco fruscìo del tempo che va. 

E, infine, la città, la madre e la donna, queste tre figure di conciliazione col mondo e con la vita, si ricongiungono nell’azione portatrice di salvezza e di senso della poesia, che accoglie l’umiliazione dei fallimenti, stempera l’importanza delle conquiste, smussa i contorni delle rinunce e soprattutto riapre gli incontri mancati. Scrivere poesia è una funzione della gioia, diceva un vecchio poeta e amico dolcissimo, perché, a volte, «Basta uno sguardo a cogliere l’unico/ dettaglio veramente essenziale/ “sei tu il mio volo, la mia libertà”»: così, seppur nell’incertezza, anche il Trebbi continua a volare.

Immagine di copertina: Alba con letture tratte da Malgretù, la raccolta poetica a cura di: Roberto Alperoli, Alberto Bertoni, Francesco Genitoni, Emilio Rentocchini, Jean Robeay, Elio Tavilla, Enrico Trebbi. Interventi musicali di Andrea Candeli (chitarra) e Matteo Ferrari (flauto). Spiaggetta Fiume Panaro – Spilamberto, 23 luglio 2022. Il video su youtube

L’incertezza del volo
di Enrico Trebbi 
prefazione di Alberto Bertoni, 
Book Editore, 2017
Prezzo: Euro 18.

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L’incertezza del volo ultima modifica: 2023-03-10T15:43:06+01:00 da GABRIO VITALI
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