“Picchio” De Sisti e un’Italia memorabile 

ROBERTO BERTONI BERNARDI
Condividi
PDF

C’era un “Picchio” che volava sul prato dell’Azteca, in una notte indimenticabile, contro una Germania Ovest fortissima e determinata, proprio come noi, ad accedere alla finale di quella Coppa del Mondo. Era il 17 giugno 1970, quel “Picchio” si chiamava Giancarlo De Sisti e oggi compie ottant’anni.
De Sisti, figlio del Quadraro, è nato in una Roma sconvolta dalla guerra. Suo padre Romolo, operaio alla Stefer, l’azienda dei tramvieri, fu caricato insieme ad altri su un treno diretto a Forlì durante il rastrellamento nazista di una delle borgate più ostili all’occupazione tedesca, è riuscì a salvarsi solo grazie al coraggio di buttarsi dal treno durante un rallentamento. 

La sua è stata, dunque, l’Italia della speranza e della gioia, la memorabile Italia del dopoguerra, in cui proprio Romolo, con quella saggezza popolare di cui oggi s’è smarrito il seme, gli consigliò di porsi degli obiettivi ma di non perdere mai di vista gli ultimi, chi rimane indietro, chi non ce la fa. E “Picchio”, con la sua corporatura tipicamente latina, il suo moto perpetuo in campo e la sua classe in grado di fare spesso la differenza, non si è mai dimenticato di quell’insegnamento. 

Un timido Picchio, diciannovenne, intervistato da una giornalista. Nello stesso giorno è fotografato con la stessa giornalista anche il gallese John Charles. Le immagini fanno capire perché lo chiamassero “gigante” [da Facebook: Settori piopolari].

Roma e Fiorentina sono state le sue squadre e le sue ragioni di vita. A Roma è sbocciato e diventato adulto, a Firenze, sotto la guida del “Petisso” Pesaola, un personaggio che sembrava uscito dalla penna di un grande romanziere sudamericano, è riuscito addirittura a conquistare il secondo scudetto della Viola (campionato ’68-’69), passando di fatto alla storia. Se lo amiamo così tanto, tuttavia, è soprattutto per quel Mondiale messicano, per quella già citata notte in cui a contrapporsi erano i figli del boom italiani e i figli della Germania ridotta all’anno zero dal conflitto, i ragazzi che avevano sognato con Carosello e quelli che avevano vissuto sulla propria pelle la tragedia del Muro di Berlino. Tutto era diverso, in quella notte del destino in cui Carosio raccontava da par suo le gesta di una Nazionale indimenticabile, portata in vantaggio da Boninsegna, agguantata a tempo quasi scaduto da un italiano d’adozione come il milanista Schnellinger e, infine, protagonista della mezz’ora di fuoco che è stata consacrata alla leggenda. Perché ItaliaGermaniaquattroatre non è stata solo una partita di calcio ma molto di più. Si legge tutta attaccata, si tramanda alle nuove generazioni, se ne parla ancora adesso, la si definisce “la partita del Secolo” e la si ama per la sua purezza, per quell’arbitro peruviano dal cognome giapponese, Yamasaki, per la doppietta dello sfortunato Gerd Müller, per un insolito gol di Burgnich, per la rabbia che l’orfano Riva, neo-campione d’Italia con il Cagliari, sfogò portando momentaneamente in vantaggio gli Azzurri e per l’apoteosi di Rivera, capace di riscattarsi dopo la sfuriata di Albertosi per le sue responsabilità sul pareggio tedesco (il gol del 3 a 3) e di segnare il gol del definitivo 4 a 3. Era l’Italia di “Uccio” Valcareggi, già campione d’Europa nel fatidico Sessantotto, con De Sisti titolare nella ripetizione della finale contro la Jugoslavia, mentre nel mondo infuriava la rivolta giovanile e anche i ragazzi italiani si lasciavano travolgere dalle passioni ardenti di quella stagione.

Era l’Italia della staffetta fra Mazzola e Rivera, con De Sisti che parteggiava per l’amico Mazzola, come ben sapeva Brera quando decise di andare a chiedere il parere ai calciatori durante un allenamento, così, giusto per rendere ancora più pepata l’atmosfera! A Mazzola, tuttavia, “Picchio” qualche anno dopo disse anche di no, quando la bandiera nerazzurra lo voleva all’Inter, in seguito alla rottura insanabile con il tecnico Radice, che lo aveva costretto a dire addio alla Fiorentina, ma lui volle tornare a Roma per una questione di cuore. Roma e Firenze, Firenze e Roma: le sue città, le sue passioni, i luoghi in cui è stato grande e felice.

A Firenze, nell’82, provò anche a contendere lo scudetto alla Juve, salvo poi doversi arrendere all’ultima giornata, quando ai bianconeri venne concesso un rigore a Catanzaro, trasformato da Liam Brady, mentre la Fiorentina incappò in un bruciante 0 a 0 a Cagliari, anche per via dell’annullamento di un gol regolare a Ciccio Graziani. A Firenze nacque il polemico slogan: “Meglio secondi che ladri!”. Rivalità storiche, insomma, feroci e passionali, cui “Picchio” non si è mai sottratto e che, anzi, ha alimentato da par suo, con quell’accento tipicamente romano, quella simpatia inconfondibile, quell’essere figlio di una Roma che oggi, purtroppo, non esiste più, quell’attenzione a chi ha meno e quella generosità d’animo che lo ha reso uno dei simboli di una generazione cui possiamo solo dire grazie.

C’era un “Picchio” sul prato dell’Azteca, in una notte di giugno che è passata alla storia, e c’era un Paese intero che quella volta non dormì per festeggiare, piangere, abbracciarsi, tuffarsi nelle fontane e vivere intensamente una gioia che solo chi era nato sotto le bombe o dalle bombe era stato costretto a scappare poteva capire. Oggi non la capiamo più e, sicuramente, è una fortuna. Ci resta, però, il rimpianto di un’autenticità perduta.

“Picchio” De Sisti e un’Italia memorabile  ultima modifica: 2023-03-13T11:28:09+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento