Che a Venezia tornino a splender le stelle

La fine della Serenissima non coincise con la fine del fascino che la stessa città continuava a emanare attraverso la sua millenaria storia: ed ecco che una nuova Venezia spunta dalle pagine dell’ultimo volume di Pier Alvise Zorzi, “A Venezia lucean le stelle. Personaggi e storie di una romantica invasione”, in uscita da Neri Pozza editore.
BARBARA MARENGO
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Una Venezia non più Serenissima ma serenamente amata da decine di personalità che da tutto il mondo venivano nel XIX secolo a onorarne bellezza e nobiltà: e che da tale bellezza e nobiltà traevano ispirazione per musica, arte, letteratura, pittura e scienza. Una città che per oltre mille anni era stata faro di commerci, civiltà, legislazioni, originale approccio verso scienza e religione, una Repubblica aristocratica costruita sull’acqua e che dall’acqua traeva ricchezza e sapienza, il tutto finito sotto il giogo di Napoleone nel 1797 e ancora di più sotto il dominio austriaco fino al tentativo di ripristinare la Repubblica nel 1848 e infine l’annessione al Regno d’Italia nel 1866. 

Ma la fine della Serenissima non coincise con la fine del fascino che la stessa città continuava a emanare attraverso la sua millenaria storia: ed ecco che una nuova Venezia spunta dalle pagine dell’ultimo volume di Pier Alvise Zorzi, A Venezia lucean le stelle. Personaggi e storie di una romantica invasione in uscita da Neri Pozza editore.

Nell’Ottocento, che vide la città svuotarsi dei suoi tesori, con palazzi e popolazione in rovina e povertà e i nobili un tempo reggitori dello Stato spogliati di ricchezze e poteri, la “romantica invasione” dette a Venezia un nuovo fulgore seppure ammantato di malinconia, ma che forse proprio da quella malinconia prendeva vigore e spunto per godere delle bellezze d’arte e natura rese statiche e quasi immobili dalla mancanza di attività lavorative anche nei domini marittimi oramai abbandonati.

Joseph Mallord William Turner, Piazzetta con la cerimonia dello sposalizio del Doge col mare, 1856, Tate Gallery, Londra

L’Ottocento è un secolo trascurato dalla scrittura su Venezia: si è scritto e si scrive sulla storia della Serenissima e poi si riprende a narrare  sulla Venezia industriale, ma l’Ottocento viene spezzettato nelle storie dei singoli personaggi da Byron a Wagner

afferma Zorzi.

Com’erano stati intelligenti, i veneziani antichi, che avevano inventato il “marketing” della città attraverso la storicizzazione delle leggende e la loro trasformazione in mito, sostiene l’autore. Che, con quest’ultima opera, illustra una visione di quello che dopo la caduta della Repubblica è diventato ”il cadavere eccellente, un corpo ancora bellissimo che tutti vogliono vedere,” e tutti ne scrivono, visitano la città, ne traggono sensazioni e ispirazione, da tutto il mondo: i tanti viaggiatori vengono  a Venezia non come viaggiatori del Grand Tour, ma per viverci o per morirvi, come Wagner. Altri sono giornalisti inglesi, spagnoli, americani, francesi come Théophile Gautier, che racconta nelle sue cronache eccezionali la Venezia ottocentesca, non solo antiaustriaca, ma la città della vita quotidiana. Richard Wagner scrive Tristano e Isotta, Franz Liszt diventa suocero del compositore tedesco e viene a visitare la figlia Cosima, Byron compone il quarto canto del Child Harold, imperatori e zar danno incomparabili ricevimenti, avventurieri e papi assieme a principesse e pittori si aggirano incantati tra le calli e i campi, cercando di impossessarsi dell’anima della città.

Le donne

Le tre contesse personaggi formidabili, tre ex nobildonne declassificate a contesse, Marina Querini Benzon ultimo esempio del Settecento, libertina, innamorata fino all’ultimo dell’amore e di se stessa, si presenta nuda a Byron (uno stramasso despontà, un materasso scucito, perfidamente mormorano i gondolieri), Isabella Teotochi Albrizzi, bellissima  amante che fa da nave scuola a Ugo Foscolo, innamorata di pochi eletti, Giustina Renier Michiel, storica autrice dell’ultimo grido d’amore per Venezia, “Feste veneziane”, imperdibile opera letteraria.

Ecco le animatrici dei salotti letterari, e non solo letterari, di una Venezia vivace solo per pochi eletti: tre signore da cui tutti vanno, sono donne fiere, che come la Renier Michiel tiene testa a Napoleone e a Chateaubriand quando parla male di Venezia,  Madame de Stael compresa, sono donne abituate a fare inchinare gli uomini davanti a loro.

Pierre Agusute Renoir, piazza San Marco, 1881, Minneapolis Institute of Art

Passato e presente

Ma non cadiamo nella nostalgia, quando Venezia era vuota era perché in piazza san Marco tintinnavano le sciabole degli austriaci, non c’era gente, non si faceva carnevale. Una città che era abitata da 150.000 abitanti, era metropoli cosmopolita affollatissima, dove camminavano ogni giorno migliaia e migliaia di persone, i tornei in piazza si tenevano davanti a trentamila spettatori.

Oggi manca una classe dirigente imprenditoriale che investa nella città, il segreto della Repubblica stava nel fatto che il patriziato investiva nel bene dell’Azienda, la città stessa, una società per azioni pubblica. Oggi  ognuno pensa a se stesso, lungi dall’interesse di una società comune, una “corporate” dove un tempo tutti i cittadini erano partecipi dei successi e dei fallimenti della città stessa, ci tenevano a farla progredire.

Messaggio

Imparare dalle cose buone del passato, lasciando stare vittorie militari, parate, mantell, ma pensando al bene comune come facevano cittadini originari, popolo, nobiluomini, un popolo senza il quale ”nulla si compie “, come scriveva un grande segretario dogale,

afferma Zorzi, parlando di  gente che rientrava in un meccanismo ben oliato che bisogna ricreare, e lancia un paradosso: se tutti coloro che possiedono un pezzo di territorio, cioè un immobile, a Venezia si costituissero in Società per Azioni dove le carature sono basate su quanti metri quadri possiedi, ci sarebbe una Società che possiede Venezia, con una forte voce in capitolo su tutto. Entrare in quota di tale società vuol dire rivalutare le proprie quote lavorando, trottare pro domo sua, non lamentarsi ma associarsi e lavorare insieme, senza particolarismi. Servirebbero forse imprenditori che agiscano per il proprio interesse come imprenditori rinascimentali, virando verso l’interesse comune.

Se ci fossero più persone ricche e capaci, per paradosso si investirebbe nella città, e se Venezia fosse un parco a tema gestito dalla Disney funzionerebbe molto meglio, a questo punto. Affermazioni puntuali che mirano a fare affrontare i problemi reali di una città in bilico: e se Mestre rappresenta uno dei problemi di Venezia, il succitato problema va affrontato con logica e senza risentimenti, con proposte che coprano il problema ad esempio di case e  sicurezza.  

“Lucevan le stelle”, scriveva Giacomo Puccini: a Venezia  le stesse stelle devono brillare ancora, e non solo sulla scia di intellettuali stranieri innamorati.

Immagine di copertina: Joseph Mallord William Turner, Venice, from the Porch of Madonna della Salute, 1835, Metropolitan Museum of Arts, NYC

Che a Venezia tornino a splender le stelle ultima modifica: 2023-03-14T12:32:56+01:00 da BARBARA MARENGO
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