Eliseo sott’assedio

La maggioranza che sostiene il presidente della repubblica ha deciso di utilizzare “l’arma nucleare” dell’articolo 49.3 della costituzione per approvare la legge senza voto dell’Assemblée Nationale. Opposizioni e sindacati promettono una lotta dura. Ma le opzioni non sono molte.
MARCO MICHIELI
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Giornata di fuoco, in tutti i sensi, giovedì 16 marzo in Francia. Violenze sono scoppiate in particolare a Marsiglia, Rennes, Nantes. A Parigi, Place de la Concorde – l’antica Place de la Révolution dove Louis XVI e Marie Antoinette furono ghigliottinati – ha visto riunirsi dei manifestanti poche ore dopo l’uso del 49.3 da parte del governo per far approvare senza voto parlamentare il controverso disegno di legge che innalza l’età pensionabile da 62 a 64 anni.

Le immagini della spazzatura incendiata e degli scontri a poche centinaia di metri dall’Assemblée Nationale si sono aggiunte alle numerose critiche giunte dalle opposizioni alla decisione del governo. Nella mattina di venerdì 17 un centinaio di manifestanti del sindacato CGT ha anche bloccato il traffico sul périphérique, la tangenziale parigina, arteria della città dove gli imbottigliamenti sono la regola anche in giornate “normali”. I sindacati hanno dichiarato che giovedì 23 marzo sarà un’altra giornata di scioperi e manifestazioni.

“Gli inglesi hanno l’Irlanda del Nord, noi abbiamo le pensioni” aveva detto nel 2020 l’ex primo ministro Edouard Philippe, quando aveva tentato di riformare le pensioni durante il primo mandato di Emmanuel Macron, progetto abbandonato per l’arrivo del Covid-19. Più di vent’anni prima sulle pensioni il maestro politico di Philippe, l’ex primo ministro Alain Juppé, si era scontrato coi sindacati sullo stesso tema e dopo tre settimane di sciopero nel settore dei trasporti, il governo che guidava si arrese.

Oggi tocca a Elisabeth Borne – nuovo primo ministro proveniente dalle fila dei tecnici del Parti Socialiste e il secondo “fusibile” di Emmanuel Macron dopo Philippe – cercare di realizzare quella riforma delle pensioni che a molti nel passato è costata cara politicamente. Gli scioperi dei trasporti che nelle precedenti settimane hanno messo in difficoltà il paese non sembrano avere fatto cambiare idea alla maggioranza. Anzi, sembra averne rafforzato il desiderio di realizzare “la grande riforma” simbolo del secondo mandato di Macron, anche con i mezzi più duri che la Costituzione francese assegna al governo. La maggioranza macroniana ha deciso infatti di utilizzare l’articolo 49.3 della Costituzione che concede al governo il privilegio esecutivo di far passare le leggi senza un voto parlamentare, a meno che non venga presentata entro ventiquattro ore una mozione di censura firmata da almeno un decimo dei membri dell’Assemblea nazionale (cosa che è accaduta e lunedì 20 si terrà il voto).

Una sconfitta politica il ricorso al 49.3, dopo mesi passati a trattare con l’opposizione di centrodestra de Les Républicains, il partito che fu di Nicolas Sarkozy. Non essendosi assicurata una maggioranza di deputati a favore della riforma delle pensioni, Elisabeth Borne si è quindi assunta la responsabilità del suo governo – per l’undicesima volta nella legislatura -, poco prima dell’inizio del dibattito parlamentare, mentre i deputati della coalizione di sinistra Nupes intonavano la Marsigliese e i deputati RN di Le Pen gridavano alle dimissioni.

La mozione di censura “provocata”, come la chiamano, diventa quindi una sorta di voto di fiducia sul governo. Se il governo Borne dovesse andare sotto la maggioranza assoluta sarebbe tenuto a dimettersi immediatamente e il progetto di legge sarebbe cassato. Sui passi successivi, poi, spetterebbe al presidente Macron decidere che cosa fare: elezioni anticipate o incarico a un nuovo primo ministro o re-incarico a Borne.

La scelta di ricorrere al 49.3 è probabilmente dovuta ai timori che la maggioranza a sostegno della riforma potesse mancare. All’Assemblea nazionale la maggioranza macroniana infatti conta 250 deputati su 577, ben lontani dalla maggioranza assoluta dei seggi (289). Nei mesi precedenti – poiché il governo non ha l’obbligo di richiedere un voto di fiducia per insediarsi – la maggioranza macroniana aveva potuto contare sui voti dell’opposizione di centrodestra de Les Républicains, che di volta in volta alla presentazione di mozioni di censura sul governo Borne aveva votato contro.

Come di solito accade, anche questa volta vi saranno più mozioni di censura. RN ha detto che depositerà la propria e voterà tutte le altre. Nupes presenterà la propria ma non voterà quella di RN, come è tradizione “repubblicana”. Il leader “extraparlamentare” della Nupes, Jean-Luc Mélenchon, ha però detto che l’alleanza di sinistra voterà la mozione di un gruppo centrista – Liot – che è la mozione che più impensierisce il governo. Nupes, RN e Liot non hanno i numeri per far passare una mozione di censura. Avrebbero bisogno del supporto di almeno una trentina di deputati LR. Ed è qui il principale problema, per Macron e per le opposizioni.

Oggi Les Républicains (61 deputati) sono divisi. E non è solo una questione di pensioni. La proposta di Macron è completamente diversa da quella che il presidente aveva promesso di fare nel 2017 e nel 2020 e si avvicina molto alle proposte de Les Républicains che – nei mesi scorsi e con il voto al Senato di qualche giorno fa – hanno contribuito in maniera determinante a definirne i contenuti. È una riforma quella delle pensioni che politicamente segna anche di fatto l’alleanza tra l’area centrista di Macron e il centrodestra.

Una parte dei deputati LR non vuole però “morire macroniana” e pensa che un’opposizione dura al governo Borne possa consentire allo storico partito di recuperare la posizione di forza che ha perso a scapito dell’estrema destra di Marine Le Pen. Un’altra parte di deputati, quella che ha ingaggiato in maniera anche trasparente questo dialogo con Macron e la sua maggioranza, sembra voler trasmettere un’idea di responsabilità, di fronte a una proposta che ricalca molte – e gran parte – delle idee del partito di centrodestra. E forse guardano anche alle conseguenze politicamente “nefaste” di una possibile censura al governo Borne. Macron potrebbe infatti decidere di andare ad elezioni legislative anticipate. Un rischio per la sua maggioranza – come accadde nel 1997 a Jacques Chirac che sciolse l’Assemblea Nazionale e si ritrovò il socialista Lionel Jospin come primo ministro – ma rischiose per molti altri partiti, Les Républicains in testa, che potrebbero vedere ridotta ulteriormente la loro pattuglia parlamentare (le elezioni parlamentari si svolgono su un doppio turno).

Difficile che deputati repubblicani votino una mozione Nupes o RN. Tradizionalmente non votano mozioni lepeniste e non potrebbero votare mozioni della sinistra “insoumise” che LR accomuna all’estrema destra. Ma la mozione di censura “transpartisane” di Liot potrebbe convincere alcuni deputati repubblicani. Per passare, però, la mozione di censura ha bisogno di almeno trenta deputati LR e ad oggi sarebbero una decina quelli disponibili a votare la mozione (e la direzione del partito ha vari mezzi per scoraggiare il voto come per esempio non candidare chi la vota). Una scissione del gruppo parlamentare praticamente.

Calcoli politici a parte, la decisione di ricorrere al 49.3 rischia di infiammare ulteriormente le proteste e gli scioperi degli ultimi mesi. Secondo i dati del ministero dell’interno, mercoledì scorso quasi 500.000 persone avevano protestato contro la legge in tutto il paese, più di sabato (368.000) ma meno di martedì 7 marzo (1,28 milioni).

I trasporti della regione parigina, soprattutto la rete suburbana e i treni hanno subito notevoli ritardi e cancellazioni (meno colpita la metropolitana di Parigi). I segni visibili dello sciopero si vedono anche nelle strade dove la spazzatura si accumula. Martedì, al nono giorno di sciopero, il ministro dell’Interno Gérald Darmanin aveva incaricato il prefetto di Parigi di chiedere all’ufficio del sindaco di “requisire” le risorse per evacuare le oltre 7.600 tonnellate di rifiuti che invadono i marciapiedi della capitale. La sindaca socialista Anne Hidalgo si è però inizialmente rifiutata di dare seguito alle richieste ma ha dovuto poi piegarsi alla prefettura alla quale ha consegnato la lista dei nomi e degli indirizzi dei 4000 netturbini (venerdì ci sono anche stati scontri con la polizia che voleva far riaprire inceneritori occupati dai lavoratori in sciopero).

Ritardi e cancellazioni anche negli aeroporti. La Direzione Generale dell’Aviazione Civile ha chiesto alle compagnie aeree di cancellare il 20 per cento dei loro voli a Parigi-Orly, a causa di uno sciopero dei controllori di volo.

Nonostante i disagi però, sei francesi su dieci vogliono che la mobilitazione contro la riforma delle pensioni continui anche dopo la sua approvazione. Secondo infatti un recente sondaggio Elabe, un’ampia maggioranza della popolazione (67 per cento) approva la mobilitazione contro la riforma delle pensioni e il 62 per cento dei francesi vuole che la mobilitazione continui se la riforma verrà approvata.

Al di là del movimento sociale, l’opposizione parla di due altre vie: il ricorso al Consiglio costituzionale per annullare la legge e il referendum di iniziativa “condivisa”. L’istituzione, che ha il compito di pronunciarsi sulla conformità delle leggi alla Costituzione, può essere consultata da un gruppo di 60 deputati o da un gruppo di 60 senatori. Sia il Nupes che il Rassemblement National hanno un numero sufficiente di parlamentari per deferire un caso alla corte. Entrambi i gruppi hanno annunciato l’intenzione di avvalersi di questo diritto. Il Consiglio avrebbe un mese di tempo per decidere, a meno che il governo “non chieda un esame urgente del testo”. In questo caso, avranno solo otto giorni. Emmanuel Macron dovrà attendere la decisione del Consiglio costituzionale prima di promulgare la legge. Tuttavia, alcuni esponenti dell’opposizione non sono affatto ottimisti sulle possibilità di vincere una simile battaglia.

La sinistra sta pensando da diversi giorni anche a un referendum d’iniziativa condivisa (RIP) per contrastare la riforma. I sindacati sono favorevoli e sono sufficienti 185 parlamentari per lanciarlo, numero che può essere facilmente raggiunto solo con la sinistra, che conta circa 150 deputati e quasi 100 senatori. Una volta raggiunto il numero di firme parlamentari, il Consiglio costituzionale deve convalidare la procedura referendaria. Dopo la convalida, l’iniziativa deve essere “sostenuta da un decimo degli elettori”, ossia 4,87 milioni di persone, le cui firme devono essere raccolte entro nove mesi. Si tratta quindi di una procedura complessa che non ha mai avuto successo dalla sua introduzione. Nel frattempo comunque la legge sarebbe promulgata.

Nonostante l’opposizione di buona parte dell’opinione pubblica francese, Macron considera la riforma delle pensioni come la madre di tutte le riforme. Anzi, la legge di punta del suo secondo mandato. Perché questo “ostinazione” – come molti commentatori la definiscono – nel voler realizzare una riforma che è deleteria per il consenso e che potrebbe avviare una stagione di dura contrapposizione politica e sociale?

Se guardiamo tuttavia all’elemento più importante – le ragioni politiche ed economiche – Macron e Borne hanno avuto notevoli difficoltà a spiegarle. Per giustificare la riforma, il governo ha infatti variato nel tempo la sua comunicazione e i suoi argomenti. Si è passati dalla necessità di finanziare l’istruzione e la salute al ritorno all’equilibrio dei conti del regime pensionistico, dalla giustizia “generazionale” all’imposizione europea. Argomento quello dell’Europa usato anche dagli oppositori della riforma che sostengono che la Commissione europea imporrebbe alla Francia, direttamente o indirettamente, la riforma (non è così).

Le ragioni politiche ed economiche sono però presto dette. Macron considera la riforma come l’elemento centrale della sua visione per rendere l’economia francese più competitiva. Se l’economia francese fosse più competitiva, la posizione di forza economica avrebbe riverberi sulla posizione francese a livello europeo, di fronte alla Germania e su molti dossier che stanno a cuore a Parigi.

Ricordiamo che non è la prima volta che Macron tenta di riformare le pensioni. Nel 2017, l’allora candidato presidenziale, aveva fatto campagna proponendo una cosiddetta riforma sistemica delle pensioni. L’idea era di calcolare le pensioni in base a “punti” che corrispondono ai contributi versati durante la carriera professionale. Nel febbraio 2020, dopo una lunga fase preparatoria con le parti sociali finita male, in un contesto di forte mobilitazione sociale, l’Assemblea nazionale aveva adottato attraverso il 49.3 la riforma. Ma, il 16 marzo, il presidente aveva annunciato la sospensione delle riforme in corso, compresa quella sulle pensioni, a causa del confinamento legato al Covid-19. La riforma a punti ha lasciato il posto a un progetto molto più classico, che è stato presentato in consiglio dei ministri questo gennaio. Questo nuovo progetto innalza l’età legale di pensionamento da 62 a 64 anni. E come ogni proposta che riguarda il sistema delle pensioni è estremamente complessa.

La proposta si basa sull’ultimo rapporto del Conseil d’orientation des retraites (COI) che prevede un deficit del sistema pensionistico in media nei prossimi venticinque anni. Secondo le stime del COI, tra il 2023 e il 2027, il saldo del sistema pensionistico francese si deteriorerebbe significativamente fino a raggiungere un deficit di 0,3-0,4 punti di PIL a seconda dello scenario – e rimarrebbe negativo almeno fino al 2032. Questi pochi decimi di punto di PIL rappresenterebbero poco più di dieci miliardi di euro all’anno per un PIL di 2.500 miliardi nel 2021. Poi, dopo i disavanzi previsti fino al 2032, il COI ha definito una serie di scenari. Lo scenario positivo prevede un graduale ritorno all’equilibrio, senza alcuna riforma, tra la metà degli anni 2030 e la fine degli anni 2050. Lo scenario negativo, senza alcuna riforma, prevede un saldo negativo per tutto il periodo 2023-2070.

Alcuni economisti contestano la scelta che, per riformare il sistema pensionistico, si alzi l’età pensionabile effettiva. Esiste, dicono, la possibilità di intervenire sul livello delle pensioni e sul loro finanziamento. Ipotesi che la maggioranza ovviamente esclude perché l’aumento dei contributi rischierebbe di far crescere il costo del lavoro, già tra i più alti d’Europa, mentre l’altra opzione è socialmente esplosiva, soprattutto in tempi di inflazione, anche se i pensionati hanno un tenore di vita complessivo superiore al resto della popolazione.

Dalla vicenda, secondo molti osservatori politici, è Marine Le Pen che ne esce rafforzata e potrebbe trarne vantaggio per le elezioni presidenziali del 2027, quando Macron non potrà candidarsi per un terzo mandato e nessun chiaro successore in vista per ora è apparso.

Non è un paradosso che Le Pen ne tragga vantaggio nonostante l’alleanza di sinistra Nupes sia stata e sia in prima fila nella battaglia contro la riforma, in parlamento e nei cortei. La leader dell’estrema destra infatti, pur dichiarando la sua opposizione alla riforma, ha dato istruzioni ai suoi parlamentari di astenersi dall’utilizzare tattiche ostruzionistiche nel tentativo di conquistare dei punti in termini di “rispettabilità”, in particolare con l’elettorato moderato. A un certo punto dei dibattiti ha persino chiesto ai suoi di alzarsi in piedi e applaudire il ministro incaricato di difendere la riforma, che era stato definito “assassino” da un parlamentare della sinistra.

Uno scarto notevole in termini di tattica e strategia rispetto al blocco della sinistra radicale che ha presentato migliaia di emendamenti, lanciato appelli “rivoluzionari” e trasformato l’Assemblée Nationale in un’arena. Un comportamento che può darsi che sia utile per ottenere qualche elettore in più al primo turno delle presidenziali. Ma rischia di apparire meno credibile di Le Pen ad un eventuale ballottaggio.

Eliseo sott’assedio ultima modifica: 2023-03-18T08:58:00+01:00 da MARCO MICHIELI
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