Israele urla sempre più forte. Bibi non sente e tira dritto

Da undici settimane, ogni sabato, Tel Aviv e città grandi e piccole manifestano contro il governo, che va avanti con la sua contestatissima riforma della giustizia ignorando la protesta.
DAN RABÀ
Condividi
PDF

[TEL AVIV]

Anche il 18 marzo, undicesimo sabato consecutivo, decine di migliaia di cittadini israeliani si sono radunati nel centro di Tel Aviv e in altre 120 località del Paese, per protesta – ormai una vera e propria rivolta popolare – contro la riforma del sistema giudiziario, una riforma irrinunciabile per il governo presieduto da Benjamin Bibi Netanyahu e la cui cancellazione è obiettivo altrettanto irrinunciabile per una parte cospicua degli israeliani d’ogni ceto e categoria – anche religiosi, militari e 007 – che scendono in piazza dal giorno dell’insediamento del nuovo governo di estrema destra.

La riforma stravolgerebbe l’equilibrio dei poteri a vantaggio di quello esecutivo, svuotando la funzione della Corte suprema, attualmente in grado di respingere leggi approvate dalla Knesset o provvedimenti del governo. E il controllo e il potere di una Corte suprema indipendente dalla politica sono sempre stati considerati indiscutibili. Con la riforma in cantiere si arriva a prevedere che l’Alta corte sia di fatto nominata dal governo, con i suoi quindici membri peraltro dotati di poteri limitati. Potranno rinviare al parlamento una legge contraria alle leggi fondamentali solo a larga maggioranza, ma i deputati potranno rivotarla a maggioranza semplice superando l’opposizione dei giudici supremi.

Ad aggravare il quadro, l’interesse personale di Netanyahu, ostinato ad andare avanti, rifiutando tutte le proposte di mediazione, compresa quella avanzata dal presidente Isaac Herzog, politico equilibrato, un mediatore. Ma proviene dalle file laburiste e pertanto non è neppure meritevole di risposta da parte di Bibi. Che ormai considera tutti di sinistra, i suoi oppositori, perfino politici centristi e supermoderati, con l’aggravante di essere bollati di traditori, come Yair Lapid e Benny Gantz (la sinistra parlamentare, va peraltro ricordato, è ridotta ai minini termini, se non, come il Meretz, scomparsa…)

A dare combustibile alla protesta è anche il malessere legato alla situazione sociale ed economica, caratterizzata da una distribuzione del reddito particolarmente iniqua. Nato da una spinta socialista ed egualitaria, Israele è oggi uno dei paesi dove le disuguaglianze sono tra le più alte al mondo, molto vicine ai livelli raggiunti dagli Stati Uniti, dal Cile e dalla Turchia. Una situazione di cui sono massimamente responsabili i governi di destra, che hanno ridotto il ruolo dello stato nella ridistribuzione del reddito. 

Accanto allla bandiera nazionale, lo striscione con la scritta Liberi nel nostro paese. Citazione dall’inno nazionale, è diventato uno slogan popolare della protesta contro il governo.

Ciononostante, alle ultime elezioni, il primo novembre  2022, la coalizione guidata da Netanyahu ha vinto con un vantaggio di otto seggi contro la Coalizione del Cambiamento su cui si reggeva il governo uscente, rimasto troppo poco al potere per far far sì che potesse coimciare a prevalere un clima, se non di cooperazione, di minore polarizzazione nella società e nella politica israeliana, e mettere le basi di un’identità nazionale in sintonia con i nuovi tempi e le nuove sfide. Grazie a questo risultato strabiliante, il nuovo governo – il cui vero uomo forte è Yariv Levin, il duro ministro della giustizia, propugnatore della riforma che incendia il paese – sta cancellando quanto di buono stava facendo e cercando di fare il governo precedente, dall’affossamento della sua riforma della scuola e degli esami di maturità al blocco dei fondi promessi alle comunità arabe e del programma volto al disarmo delle bande criminali che imperversano nei quartieri e nelle zone arabe (del governo di Bennett-Lapid era parte anche un partito arabo islamico, la Lega araba unita di Mansour Abbas).

L’imponente manifestazione a Tel Aviv di sabato scorso ha registrato l’importante novità di militari e agenti di polizia di fatto dalla parte dei dimostranti, con il loro rifiuto di caricare i manifestanti che bloccavano le strade, sottraendosi alle istruzioni repressive del ministro per la sicurezza nazionale, il falco Itamar Ben-Gvir. Le forze dell’ordine sono state applaudite dai manifestanti.

La mobilitazione è destinata ad andare avanti, anche perché la maggioranza intende far approvare i suoi provvedimenti prima della Pasqua ebraica, che comincia il 6 aprile. Si spera ancora in un intervento da parte di Herzog, che possa scongiurare uno scontro frontale drammatico, con la conseguenza di un cedimento strutturale del delicato equilibrio su cui si basa il sistema democratico israeliano.

Nei giorni della protesta abbiamo incontrato Roberto Della Rocca. La sua testimonianza aiuta a capire che cosa muove la protesta in corso.
Roberto vive in Israele da circa 45 anni. È venuto qui seguendo l’ideologia di Hashomer Hatzair (la giovane guardia), d’ispirazione marxista, tra i movimenti sionisti quello più a sinistra. Era venuto in Israele con il suo gruppo di età per poi  – dopo un primo anno di soggiorno – restarci per sempre, facendo quella che è detta l’aliyah (“la salita” il pellegrinaggio in Israele che eleva anima e corpo ed è la cittadinanza garantita a ogni ebreo che voglia fare “ritorno” in Israele).

Ha militato nel partito di sinistra Meretz, oggi privo di rappresentanza in parlamento, e ha fatto parte del suo gruppo dirigente. È rimasto in contatto con l’Italia e con l’Europa. Oggi è commentatore televisivo e radiofonico in Israele ed è spesso ospite nelle tv italiane per commentare i fatti mediorientali.

Amici e compagni italiani chiedono come mai sia la sinistra radicale sia quella riformista non siano alla testa della protesta.
Chi guida oggi le manifestazioni sono persone anche di partiti di sinistra ma non solo, molti sono di centro o non si sono mai occupati di politica fino adesso. Alle manifestazioni partecipano frange diverse. A Gerusalemme si sono uniti alla protesta religiosi ed esponenti della destra che non sono d’accordo con la Riforma (come la chiamano tout court quelli del governo).

Partecipano molti giovani, anche lavoratori dell’hi tech, gente con i soldi. C’è una autogestione assoluta dei fondi necessari alle spese per l’informazione e per la propaganda. Chi guida l’organizzazione non vuole essere catalogato come persona “di sinistra”. Sono cittadini preoccupati, di ogni orientamento politico. Non è la sinistra contro la destra ma il sessanta per cento della popolazione contro questo governo estremista di destra.

Tutto il mondo sembra virare a destra, in Israele come in Italia. Parafrasando Berlinguer la sinistra ha esaurito il suo ruolo propulsivo?
Meretz, per soli tremila voti, non è riuscita a superare la soglia di blocco del 3,25 per cento per avere seggi alla Knesset. Adesso tutti i sondaggi dicono che, si votasse oggi, sia Meretz sia il Partito laburista andrebbero alla grande. Bisogna rinnovare i messaggi, rinnovare i leader, qui come in Italia. Quando sarà compiuto il cambiamento necessario, vedrai, i partiti di sinistra riprenderanno forza.

Israele urla sempre più forte. Bibi non sente e tira dritto ultima modifica: 2023-03-20T18:57:29+01:00 da DAN RABÀ
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento