Casanova, Omero e la memoria premonitrice!

PATRICK GUINAND
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Fin dalle prime pagine della Storia della mia vita, le sue celebri Memorie, Casanova, tra due amori, l’aveva detto bene: “Sventurata la repubblica il cui legislatore non fu filosofo”. E fino alla sua morte, dove ha voluto appunto “morire da filosofo”, non ha mai smesso di declinare questo tema della forza del pensiero. Interrogare le religioni, dialogare con Dio, confrontare le forme di governo, aprirsi a tutte le conoscenze, matematiche o teologiche, morali o politiche. Per nutrirsi dei vecchi maestri e fare un atto di letteratura. In un momento di crollo morale e culturale delle nostre élite politiche, non possiamo che consigliare di leggere o rileggere le opere del grande veneziano. Come ad esempio la sua traduzione in veneziano dell’Iliade di Omero.

“Omero è il perfetto maestro… il maestro della vita, e de’ costumi”, dice. Era talmente convinto della lezione di vita e di politica inscritta nell’epopea omerica, e della passione letteraria del Doge e dei regnanti della Serenissima, che intraprese questa monumentale avventura per farsi perdonare la fuga dal carcere. Ogni giorno in esilio sulle strade d’Europa, in Francia, Belgio, Olanda, Germania, Svizzera, Savoia, Italia, Inghilterra, dal 1757 al 1764, senza mai separarsi dalla sua Iliade, traduce. Una traduzione in “ottava rima”, queste strofe di otto versi endecasillabici, tipiche della poesia tradizionale italiana, si trovano nel Boccaccio, nell’Ariosto o nel Tasso. Utopista, Casanova!

Patrick Guinand e Albert Gardin

Certamente pensava che la forza della poesia potesse stemperare la severità delle leggi. Tenendo viva la pratica della propria lingua, esaltando la sua “venezianità”, si rivedeva già a Venezia. Tuttavia, non ottenendo il perdono atteso, e non trovando un editore in lingua veneta, farà quindi, successivamente, una traduzione in toscano, il toscano di Dante, lingua allora più diffusa, anche in ottava rima, che potrà infine far pubblicare nel 1775 dall’editore Fenzo di Venezia. Il frutto di undici anni di dura fatica passati a studiare le varie traduzioni e osservazioni di studiosi greci, latini, italiani, inglesi e francesi, dice nella sua Prefazione.

Frutto delle fatiche, che sostenni per corso di undici anni….dopo avere posti ad esame fatti, e parole, e scorse con occhio severo le più antiche, e più classiche osservazioni de’ dotti scritti greci, latini, italiani, inglesi, e francesi, ch’io ho presso di me. 

Albert Gardin, l’infaticabile editore veneziano delle opere originali e quasi introvabili di Casanova, archiviate a Praga, aveva già pubblicato la famosa Confutazione, feroce difesa del governo di Venezia, non priva di un attacco in piena regola a Voltaire (cfr. Casanova e il Doge). Non ha mancato quindi, Gardin, di pubblicare anche questa traduzione casanoviana dell’Iliade in veneziano, ottocento pagine, confrontando il testo originale di Omero e la versione manoscritta in stanze di Casanova, in tutto otto canti omerici (su ventiquattro) rinvenuti nel castello di Dux. Come quella in toscano, 1200 pagine con note multiple di Casanova, riprodotte dall’edizione del 1775, questa volta comprendente diciassette canti, oltre al manoscritto del XVIII. La follia degli uomini e il conflitto armato, sotto lo sguardo degli Dei, sono al centro dell’Iliade, questa matrice della civiltà europea. Casanova non ha sbagliato a scegliere Omero come atto di redenzione e testimonianza di civiltà. Anche se il Doge non si lasciò intenerire. Gardin non ha sbagliato a pubblicare Casanova. Per le generazioni future. Un atto di salute pubblica!

Palazzo Soranzo, in campo San Polo

Su richiesta, o assecondando l’ispirazione, Gardin potrà declamarvi, caso mai nel bel mezzo di una calle, qualche strofa omerica, che lui conosce a memoria, ovviamente in veneziano. La memoria e il dire che così sostituiscono, se necessario, la lettura. E potrà anche indicarti il luogo, verso Campo San Polo, dove il giovane Casanova salvò il senatore Bragadin, suo futuro protettore, colto da apoplessia all’uscita di una festa a Palazzo Soranzo. Gardin, casanovista completo, ha in realtà un debole per i personaggi ribelli o inclassificabili. Ad esempio pubblicando nel 2002 una biografia più contemporanea, quella del cattolico austriaco Franz Jägerstätter, giustiziato (decapitato e bruciato) dai nazisti nel 1943 per essersi rifiutato di seguire le regole e partecipare ai massacri imposti dal regime nazionalsocialista. Un’opera teatrale scritta dall’autore austriaco Felix Mitterer è stata allestita nel 2013 al Teatro Josefstadt di Vienna, con una certa risonanza, sulla vita di Jägerstätter. Ma questo resistente obiettore di coscienza e non combattente rimane relativamente dimenticato, anche in Austria. Anche se è stato beatificato a Linz nel 2007.

La casa natale di Adolf Hitler, Braunau am Inn [immagine da Moment]

Questo oblio della Storia, quello che Stefan Zweig chiamava “la tragedia dell’oblio” (die Tragik der Vergesslichkeit), si perpetua spudoratamente oggi. In Austria come altrove. Rimaniamo sull’esempio della Repubblica alpina. Dopo molte polemiche, la cittadina di Braunau, nell’Alta Austria, ha deciso di “neutralizzare” la casa natale di Hitler, potenziale luogo di pellegrinaggio per i nostalgici dell’hitlerismo. Uno studio di architettura austriaco ha vinto il concorso per il restauro, proponendo quindi una totale banalizzazione dell’aspetto esterno della suddetta casa, mostrando una superficie bianca anonima come qualsiasi altra casa ordinaria, bandendo inoltre ogni iscrizione o ricordo dell’origine del più grande assassino di massa del XX secolo. Un semplice gesto architettonico. E una cancellazione della storia, dunque. Tragico. O un altro esempio, sempre austriaco, l’onnipotente governatrice del Land della Bassa Austria, figura del tradizionale partito conservatore, sconfitto alle elezioni regionali del 29 gennaio, deciso a restare al potere per formare una coalizione con la sezione locale di il partito di estrema destra FPÖ, il cui leader si è distinto nel 2018 avallando una raccolta di canzoni naziste, cantate con fervore in riunioni di partito più o meno segrete.

Come “Gebt Gas, ihr alten Germanen, wir schaffen die siebte Million!” (Date gas, vecchi tedeschi, il settimo milione, ci arriveremo!). Inequivocabile, insomma!

I Kellernazi in un intervento del commentatore Harald Walser su Die Vorarlberger Nachrichten

Uno scandalo all’epoca, ma subito soffocato. Il presidente della Comunità ebraica d’Austria ha appena espresso la sua sorpresa per il fatto che la governatrice, contrariamente a tutte le sue assicurazioni, sia associato ai “Kellernazis”, e non ha esitato a usare questa parola – nazisti da cantina – nostalgici che celebrano la loro ideologia appiccicosa in cantine o seminterrati, al riparo dagli sguardi. Nella Bassa Austria ora sono al potere. Nel frattempo, Norbert Hofer, eminenza dell’FPÖ, ex candidato alla presidenza della Repubblica, poi sconfitto di misura, attualmente vicepresidente del Parlamento, non trova occupazione migliore che lanciarsi nella commercializzazione di una polvere miracolosa che dovrebbe portare la felicità, composto principalmente da L-triptofano, la molecola che attiva la serotonina, l’ormone della felicità, nel corpo.

Michel Houellebecq apprezzerà!

Dove la politica degli estremi si compiace di mettersi in affari con la ciarlataneria. Un micro-evento in rapporto ai conflitti mondiali, certo, ma un ulteriore simbolo, senza dubbio. Disgraziata la repubblica i cui governanti dimenticano ogni filosofia, si potrebbe dire, parodiando Casanova. Dove il cinismo e l’avidità di potere prendono il posto della morale. Eppure il materiale non manca. Da Omero a Hannah Arendt. Ma se ne può ancora parlare? Il rapporto tra il filosofo e il potere, fondamento delle nostre leggi e del nostro contratto sociale, fa ancora parte delle strutture di pensiero della governance globale? Pure Macron, un democratico, con tendenze, è vero, al presidenzialismo monarchico, non sospetto di ignoranza, un tempo amava citare il filosofo Paul Ricoeur, oggi è molto isolato, e spinge per la sua riforma delle pensioni, che è iniqua e antisociale. sanzionando i più precari, i diseredati, denunciato dalla maggioranza degli economisti di nome, e bocciato da tre quarti dei francesi. Con le conseguenze che conosciamo. Il dibattito in piazza. E la rottura del legame sociale. Sprezzante, altezzoso, compiaciuto, bugiardo, sconnesso, spiantato, sono gli aggettivi che ricorrono più volte per descrivere l’atteggiamento del capo dello Stato. Un metodo solitario e molto poco filosofico, insomma. Una pratica verticale di potere, di “Jupitero-Cesarismo”, come ama dire il quotidiano Le Monde.

In Francia, si sa, i diktat dei sovrani di solito finiscono male. Questo lavoro instancabile del ricordare, e dell’elaborare un nuovo contratto sociale, lo avevano costantemente in mente i nostri predecessori. Basti solo pensare agli Enciclopedisti, che l’avevano praticato su larga scala. Ponendo la conoscenza e la filosofia come base di tutta la politica. Proprio come Casanova a modo suo, per capire, spiegare, interrogare il mondo di allora. Per gettare un po’ di luce in un mondo oscurantista. Casanova citava volentieri Orazio, Omero, Petrarca o l’Ariosto. Diderot si concentrerà su Seneca. Nel suo Saggio sui regni di Claudio e Nerone, filosofeggerà ampiamente sul rapporto tra l’intellettuale, allora il saggio Seneca, e il tiranno. Un caso limite, a titolo d’esempio. Si può, si dovrebbe, parlare al despota? E come? Una riflessione ancora attuale, a giudicare dal proliferare di poteri autoritari e di democrazie cosiddette “illiberali” oggi all’opera. Epicuro dice che “il saggio non prenderà parte agli affari pubblici a meno che qualcosa non lo obblighi a farlo. Zenone, che il saggio prenderà parte agli affari pubblici, a meno che qualcosa non glielo impedisca”.

Così Diderot pone il dibattito. Abbiamo la sensazione oggi, un periodo in cui l’ignoranza e il linguaggio delle armi hanno forza di legge, che si faccia di tutto per impedirlo. Come ai tempi di Seneca. Ma Diderot già concludeva: „Nel passare in rassegna tutti i governi, Seneca non ne trovò uno su cui il saggio potesse essere d’accordo, e che potesse convenire al saggio“. Eppure Diderot dà ragione a Seneca per essere rimasto con Nerone. Finché non sopraggiunge la morte. In una recente intervista televisiva Macron afferma di essere di scuola stoica. Non sappiamo se abbia letto Diderot. Illuminare il despota faceva parte dell’utopia umanista. O illuminista. Alcuni ritengono che l’umanesimo sia oggi più necessario che mai. Altri che è obsoleto, e quindi da conservare negli archivi dell’umanità. Che la follia dei despoti o l’egomania dei leader di tutte le convinzioni sono diventati sordi ai tentativi della ragione. Abbiamo davvero bisogno di conoscere la vita di Seneca per governare oggi? Vorremmo crederci.

Thomas Bernhard

Ma i nuovi Seneca si fanno attendere o sono poco visibili, e le parole di studiosi e artisti non fanno più parte dei “beni di prima necessità”, come abbiamo visto durante la pandemia. Questa parola a volte può anche essere considerata ostile o empia. Un altro sintomo della distopia che sta attraversando il nostro mondo. Thomas Bernhard, sempre radicale e attuale, lo aveva già detto nel 1976 nel suo pezzo intitolato Die Berühmten (La Celebrità):

I politici sono per natura contro gli artisti Un’inimicizia perpetua radicata nel profondo dovete sapere (Die Politiker sind von Natur aus gegen die Künstler eine lebenslängliche Feindschaft von innen heraus müssen Sie wissen)

E aggiungeva:

Quel che artisti e studiosi costruiscono i politici lo mandano in rovine. Gli artisti creano ogni giorno il mondo e i politici lo stanno rovinando (Was die Künstler und die Wissenschaftler aufgebaut haben ruinieren die Politiker Die Künstler erschaffen an jedem Tag die Welt und die Politiker ruinieren sie).

Sì, lo sappiamo. È per questo che, con tutta la dovuta lucidità, continuiamo a scrivere, pubblicare, scambiare, criticare, leggere Casanova, Diderot, Bernhard e pochi altri. A pensare, dunque. E a non dimenticare.

Casanova, Omero e la memoria premonitrice! ultima modifica: 2023-03-27T18:40:34+02:00 da PATRICK GUINAND
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