Dal lago del cuore

La poesia di Mauro De Maria.
GABRIO VITALI
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La cosa che subito colpisce, alla lettura della poesia del parmigiano Mauro De Maria, è la presenza di sottotesti, citazioni e rimandi che incastonano come gemme, nei suoi testi, stilemi, risonanze e versi interi che gli vengono dalla grande tradizione poetica italiana ed europea, classica e contemporanea. Ma questa sua capacità di assimilazione è così scevra da artifizi e leziosità di retorica, da apparire come un processo originario e personale di un modo di far poesia; da sembrare, anzi, la natura stessa di una poesia che nasce sempre, esplicitamente o no, come “condivisione dell’atto poetico” con un autore o un testo preesistente, molto amato e meditato.

In una pagina proposta in calce alla raccolta Gli orecchini, pubblicata da Book Editore nel 2019, De Maria stesso annota, a proposito dei suoi versi, che, in essi,

La presenza, sotterranea o manifesta, di testi preesistenti nell’atto della scrittura poetica è stata spesso evidenziata; ciò che ora si chiama intertestualità, esiste da sempre pur sotto altra voce.

Ed è per questa ragione che questo suo libro ricompone l’architettura e l’impianto poematico del Canzoniere di Petrarca (del quale porta almeno un esempio per ciascuna delle forme metriche adottate: sonetto, canzone, sestina, ballata e madrigale) e presenta rimandi impliciti o espliciti rifacimenti di versi, di sequenze, di stilemi e di luoghi poetici “importati” da autori, che han fatto la storia antica e recente della scrittura poetica (da Dante e Petrarca a Montale e a T. S. Eliot, da Baudelaire a Poe, da Cardarelli a Cattafi), oltre che da passi evangelici e biblici…: un  repertorio di materiale linguistico davvero smisurato, posseduto con naturalezza, usato con fine competenza, espresso con originalissima personalità.

Ecco un esempio, in cui si possono riconoscere echi e lacerti di Montale, di Petrarca e di Dante, senza che l’autenticità e la genuinità del dettato poetico di De Maria ne siano in alcun modo inficiate o anche solo attenuate:

… se molte vite occorrono per farne/ una di luce e carne/ in perfetto equilibrio ignoto ai più/ che invano cercano, come dicevi, / ciò che avevamo in dono e proteggevi./ Ma a modo tuo, discosta in apparenza/ dal gorgo d’emozione in cui nuotavi/ trattenendo il respiro/ dal giorno tredicesimo, cadenza/ al quarto mese e nel mezzo in cui stavi/ d’auspicato respiro/ mentre come rivoluzione il giro/ della terra privava/ il millennio del numero di Laura/ e in quell’eco, in quell’aura/ ti poneva: emula degna che stava/ nel cuore d’indegno cantore, inetto/ ad arginare del tempo il difetto/ […] E ancora in nome tuo scadono i giorni/ ma rinascono urgenti/ di poterti pensare e ritrovare/ come al cavo di valva s’ode il mare.

L’uso dell’imperfetto narrativo nei testi di De Maria si fa spia del fatto che ci troviamo di fronte a un “canzoniere in morte”, per l’assenza definitiva dell’amata e il venir meno di un’intensa e lunga stagione d’amore, ma la polifonia musicale di voci e di canto, che quella vicenda ha suscitato, si è depositata nella lingua poetica dell’autore, nelle risonanze e negli intarsi di cui è impastata. Una lingua che ora inscrive la sua sonorità negli spartiti e dispiega il suo ritmo nella prosodia di una poesia costruita con raffinata perizia metrico-compositiva;

di una poesia – per dirlo con l’Alberto Bertoni della postfazione – impegnata a rappresentare l’amore, il rischio, la morte, vale a dire i nuclei di senso più propri del dialogo umano;

di una poesia, insomma, che trasforma la tristezza e il dolore del lamento “in morte”, nella dolcezza malinconica, ma ancora vivificante del canto di un amor de lohn. E la figura dell’amata, scomparsa dall’orizzonte esistenziale del poeta, si trasforma nella figura stilnovista (e montaliana) della donna-angelo che il cielo contende, ma insieme offre al poeta come persistenza del legame luminoso fra l’esperienza amorosa e il suo portato di senso che ancora feconda la vita e ne libera la bellezza e il valore nella poesia:

Solo a vederlo arreso ai tuoi capelli/ si può capire come il sole/ prenda vita e la diffonda, / non bastano lo studio e gli strumenti/ per riconoscerne la luce/ perché certo da te/ traeva luce e vita/ e lo scoprii d’incanto/ alla pieve di Sasso/ senza sapere ancora/ che t’avrei rapita al cielo/ e che il cielo, /minando il nostro passo, /d’improvviso t’avrebbe a me rapita.

Questa cifra delicata e insieme intensa del verso di De Maria diventa un vero e proprio magistero personale – costituito da sapiente e piena armonizzazione fra postura mentale e tecnica linguistica ed esercitato con consapevolezza e padronanza dei mezzi espressivi – nella più recente raccolta intitolata, con dantesca espressione, Dal lago del cuore e pubblicata, nella raffinata collana di Pasquale Di Palmo, da MC Edizioni nel 2022. Ancora ci troviamo davanti all’architettura di un canzoniere d’amore, organizzato tuttavia senza alcun riconoscibile debito di impostazione tematica e di struttura compositiva verso opere classiche o contemporanee dello stesso tipo. Anzi.

Con raffinatissimo e originale artigianato poetico, le forme di composizione metrica adottate edichiarate nel sottotitolo, cinquantasei tersicoree tre sonetti e una strofa in sesta rima, sembrano essere scelte per imprimere all’intero dettato un movimento musicale arioso e continuo, come il ritmo del respiro di chi muova, in successione, leggeri volteggi di danza e intanto canti a mezza voce. Così è il passo della figura della donna amata nella mente del poeta, che quel passo e quel respiro rende nel verso che va ad abitare il silenzio del cuore e, stilnovisticamente, lo risveglia:

Di silenzi emotivi ne ebbi anch’io/ e avrei dovuto farne/ fini esercizi di conversazione/ come avresti dovuto fare tu/ con le tue pause e le tue lunghe fughe/ perché adesso è il silenzio che ci guida, / mezzo di conduzione/ d’un calore immutato/ e parole dal suono cifrato/ come se il dialogo/ fosse criptato in poesia/ che a prima vista acceca/ e a sprofondarvi svela i sedimenti/ di significato, così ti penso/ e nel lago d’inchiostro getto un sasso/ fonetico ch’è l’eco del tuo passo/ fin dove arrivano i cerchi di senso.

Mauro De Maria

Ancora, in questa raccolta, la lingua poetica di De Maria si plasma attraverso la consueta intertestualità (con versi e scritture degli amati Dante, Petrarca, Montale, e poi di Shakespeare o Goethe, di Tolstoj o Brodskij, di Donne o Ritsos), ma anche coltivata, stavolta, in modo molto particolare: il dialogo, i rimandi e le suggestioni, intrecciati o riferiti all’arte e agli stilemi di autoridiversi, avvengono qui in prevalenza con opere di pittura e di figurazione, visitate nei musei o nei luoghi di esposizione, sempre alla presenza, ricordata, ma effettiva, della donna amata in un colloquio intimo incessante. E questo impastarsi del linguaggio e della sua semantica con i rimandi alle immagini di dipinti famosi non dà affatto un’impressione d’affettazione manieristica o di pedanteria erudita, bensì immerge in una fluidità naturale dell’espressione che più pienamente risuona in dilatazioni e intensificazioni di significato che quei riferimenti portano nei versi.

Ecco che allora dall’associazione del ritratto di Jeanne Hébuterne di Modigliani col dipinto della Madonna dal collo lungo di Parmigianino, nel quale compare una figura con un libro in mano, viene

il soffio vitale d’una poesia/ da leggerti in privato a voce bassa/ nella nostra esistenza di confino/ mentre s’imprime al cielo adamantino/ il verso della rondine che passa.

Versi che rimandano per assonanza di parole e d’immagine ad altri di un testo che, non di poco, precede:

… allora l’orizzonte/ dal soffio su un tarassaco/ s’alzava in volo, ma tutto è illusione/ ed un luogo comune anche questo/ se cresce un sentimento di confino/ e si può frammentare l’avvenire,/ viaggiare nella polvere e scoprire/ che lontano è sinonimo a vicino.

La materia della vita e quella della cultura diventano così tutt’uno nella poesia di De Maria parificandosi e miscelandosi con naturalezza nell’esperienza umana complessa da cui nasce la meraviglia del suo verso. E nessuno iato sembra sussistere fra il linguaggio della poesia, quello dell’arte o quello della sacra scrittura, fra i quali trascorrono, anzi, continue corrispondenze di immagini, di simboli e di significazioni, come per “un sigillo sul tuo braccio” si associano “nelle pieghe di significato” un dettaglio ne La Fornarina Raffaello, un passo del Cantico dei Cantici e il desiderio di restare allacciato alla donna amata. Così, confrontando, in altro testo, immagini e senso della potente apertura del Vangelo di Giovanni con la raffigurazione de La piccola torre di Babele di Bruegel il vecchio, con delicata tenacia la lingua di Mauro De Maria riscopre in poesia, per offrirla all’amata,  la forza primigenia della parola che nominando il mondo (incarnandovi il suono e il senso) continua a farlo esistere e ne riscatta fallimenti e sconfitte:

Se in principio era il verbo/ e non la creazione/ del cielo e della terra/ perché forma e sostanza/ sono materia inerte senza suono/ e nel suono già il senso/ si schiude e vi s’incarna/ la torre di Babele non fu/ la verticale sfida che si crede/ ma centrata sul moto vitale/ della sola parola,/occorre nominare cielo e terra / perché esistano ed io nomino te/ mentre pensando alla doppia versione/ della torre che il fiammingo dipinse/ in passato so che il tempo non vinse/ e che esiste una seconda occasione.

Immagine di copertina: Gustav Klimt, Lago Attersee, Leopold Museum, Vienna

Dal lago del cuore
di Mauro De Maria
MC edizioni, 2022
Prezzo: Euro 14

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Dal lago del cuore ultima modifica: 2023-04-01T13:06:57+02:00 da GABRIO VITALI
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