Bricole e brevetti in briciole

SANDRO CASTAGNA
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Evidentemente la Serenissima sapeva “far de conto”, avrebbero detto i venexiani di allora. Gli amministratori della Repubblica avevano presto capito che se voleva attirare il commercio nelle sue rive, per rimanere florida nei commerci, la Serenissima aveva bisogno di ulteriore impulso, anche un meccanismo di tutela che allargasse il buon operato degli inventori autori di ingegnosi artificij. Allora l’idea di estendere meglio la sua economia, dava spazio anche a coloro che non facevano parte delle potenti corporazioni cittadine, e fu così che Venezia emanava una legge per la tutela della proprietà intellettuale, diremmo oggi: si dava l’esclusiva a chi inventava nuove forme, di novità, di ingegno, di utilità, riconoscendo il valore degli ingegnosi artificij perché avrebbero certo portato ulteriori utili alla città generando ricchezza per l’intera comunità.

Archivio di Stato, Venezia, Senato terra, registro 7, carta 52

Fedele a questo principio e a tutto ciò che comprendeva tale esperimento, il conseguente contributo dell’innovazione utile ai fini tecnico/commerciali, il Senato della Repubblica Serenissima, sotto il Doge Nicolò Marcello, apriva le porte al primo “Statuto dei novi et ingegnosi artificij” ovvero il primo ufficio brevetti della storia. Era il 19 marzo del 1474 quando la popolazione contava allora a Venezia circa 150mila abitanti.

Lo Statuto, che fu approvato dal Senato veneziano con 116 voti favorevoli, dieci contrari e tre astenuti,  recita nella parte descrittiva: 

L’andarà parte che per auctorità de questo Conseio, chadaun che farà in questa Cità algun nuovo et ingegnoso artificio, non facto per avanti nel dominio nostro, reducto chel sarà a perfection, siche el se possi usar, et exercitar, sia tegnudo darlo in nota al officio di nostri provveditori de Comun. Siando prohibito a chadaun altro in alguna terra e luogo nostro, far algun altro artificio, ad immagine et similitudine di quello, senza consentimento et licentia del auctor, fino ad anni X.

La traduzione più ampiamente accettata dell’originale testo dal vecchio dialetto veneziano recita cosi:

[…] sono in questa città […] uomini provenienti da luoghi diversi e le menti più intelligenti, in grado di ideare e inventare ogni sorta di espedienti ingegnosi […] ogni persona che farà in questa città ogni nuovo espediente ingegnoso, non fatto finora nel nostro dominio, non appena si è ridotto alla perfezione, in modo che può essere utilizzato ed esercitato, ne darà comunicazione delle stesse alla carica dei nostri provveditori del Comune. È in fase di divieto di qualsiasi altro in qualsiasi territorio e luogo della nostra per fare qualsiasi altro congegno in forma e somiglianza della stessa, senza il consenso e la licenza dell’autore fino a dieci anni. E, tuttavia, qualcuno dovrebbe farlo, il suddetto autore e inventore avranno la libertà di citare lui prima di qualsiasi ufficio di questa città, con la quale l’ufficio degli suddetto che ne violano essere costretti a pagare la somma di cento ducati e l’artificio immediatamente distrutta. Essendo poi in libertà del nostro governo alla sua volontà di prendere e usare nel suo bisogno qualsiasi dei suddetti accorgimenti e strumenti, con questa condizione, tuttavia, che non altri che gli autori li esercitano.

Veniva elaborata quindi una forma di accesso al commercio, attraverso una licenza esclusiva che oltrepassava i limiti dati dalla stretta e forte regolamentazione corporativa cittadina. Una forma di libertà di tutela aperta anche al singolo indipendente individuo, non appartenente alla corporazione. 

Si pensi all’area dell’Arsenale, il più grande cantiere navale di allora, dove segreti costruttivi andavano protetti con la vita stessa dei membri della corporazioni come quella dei carpentieri e calafati ancora oggi in qualche modo attiva. Si apriva con questa forma di tutela un doppio binario, tra tutela corporativa/collettiva e tutela del singolo e come conseguenza si apriva anche la geografia dei limiti commerciali. I brevetti depositati fino al tramonto della Serenissima di cui si ha testimonianza furono da allora fino alla caduta della repubblica:

Anno N° brevetti

1474-1500: 43
1501-1550: 126
1551-1600: 471
1601-1650: 283
1651-1700: 317
1701-1750 234
1751-1797: 530

La tutela dei diritti esclusivi grazie all’invenzione, veniva quindi regolata su restrizione geografica e limite temporale, principi che fondano poi quello che sarà la legge internazionale sulla protezione dei brevetti che oggi conosciamo in anglosassone con l’acronimo PCT o Patent Cooperation Treaty.

In pratica la tutela era quella di impedire a ogni altro individuo dentro e fuori il territorio della Repubblica, «to make any further device conforming with and similar to the said one without the consent and license of the author». Questo per garantirsi che il prodotto originale provenga da colui che lo ha inventato.

Ci domandiamo allora cosa avrebbe guadagnato Leonardo da Vinci se avesse preso residenza in città e col suo ingegno quanti brevetti avrebbe potuto depositare per il bene della Repubblica Serenissima e per finanziare la sua opera; ma qui la risposta la perdiamo come tanti dei suoi scritti. Nonostante fossero passati sei anni dalla bolla dogale e lo “Statuto dei novi et ingegnosi artificij” Leonardo viene chiamato proprio dal Senato veneziano, ed è forse il suo primo passaggio documentato in Laguna. Chiamato per studiare una difesa contro le scorribande nei territori della Repubblica presso le rive del Fiume Isonzo, da parte delle armate del Pascià Turco. La sua presenza in citta è confermata dalla lettera del liutaio Lorenzo Gunnasco da Pavia a Isabella D’Este, datata del 13 marzo del 1500 in cui scrive:

E l’è a Venecia Lionardo da Vinci, el qual m’à mostrato uno retrato dela Signoria Vostra che è molto naturale a quela. Sta tanto bene fato , non è possibile melio  

E l’unica notazione di suo pugno che si trovasse proprio a Venezia nel marzo del 1500 – si suppone proveniente da Milano – è posteriore. Nel foglio 229v, del Ms Arundel conservato a Londra al British Museum, Leonardo scrive:

Ricordo come a di’ 8 d’aprile 1503 io Leonardo da Vinci prestai a Vante miniatore ducati 4 d’oro in oro [..] Ricordo come nel sopradetto giorno io rendei a Sali ducati 3 d’oro, i quali disse volersene fare un paio di calze rosate co’ sua fornimenti, e li restai a dare ducati 9, posto lui ne de’ dare a me ducati 20, cioè 17 prestaili a Milano e 3 a Vinegia […]

e lo apprendiamo grazie al suo fedele allievo Gian Giacomo Caprotti detto Salaì. 

Leonardo alla fine lascia solo una traccia con una minuta sotto forma di relazione diretta al Senato veneziano che si può integralmente leggere estraendola dal link:

[…] per capire quale sia stato il suo particolare contributo che ha avuto poco seguito in Laguna. La particolare attenzione posta nel frammento di un foglio di pugno di Leonardo che descrive l’orografia del fiume Isonzo. Un frammento che accompagna pure il mio lavoro col e sul legno immerso o meglio le palificazioni di Venezia.

Leonardo da Vinci. Minuta di relazione al Senato veneziano sulla difesa del Friuli dai Turchi. Dettaglio indicante un battipalo, foglio 638a verso (ex 234r-c) Codice Atlantico
Leonardo da Vinci, Ms L, foglio 65v-66r. Studi di tralicci e ponteggi, c. 1502

Oggi il governo della Laguna

Accade oggi nelle stesse acque della Laguna che abbiamo fin qui raccontato, dove il governo che vorrebbe discendere dall’antica Repubblica Serenissima, lo stesso ufficio dei moderni Provveditori, sancisce purtroppo che quei sani principi che la facevano allora la terza città economica d’Europa non siano più applicabili anche a scapito dell’economia. Oggi non si premiano più i propri inventori e soprattutto non si sa amministrare il denaro pubblico come allora, anzi si fa e si agisce esattamente al contrario.

Prendiamo il caso delle vecchie bricole quei grandi pali in legno per il segnalamento dei canali della laguna di Venezia, quando il vecchio Magistrato alle Acque con il suo Provveditore alle Acque, aveva il compito di amministrare i boschi della Serenissima Repubblica per l’approvvigionamento del legname per le opere pubbliche in Laguna. Il bosco del Cansiglio era e rimane la più vicina area dove piantare secondo regola e togliere alberi per costruire cosa serviva all’Arsenale in fatto di imbarcazioni come le Galee o i grandi edifici pubblici da mantenere in buon stato secondo la regola d’arte.

Abbiamo detto che il brevetto chiamato allora “ducale” era rilasciato attraverso “suppliche” che definivano i contorni del diritto di tutela della privativa e della tecnologia o del prodotto, in tal caso era tutelato da un Provveditore come abbiamo letto nell’originale documento del marzo 1474. 

Oggi invece di premiare chi ha investito per anni dimostrando il proprio ingegno a favore della comunità e dell’interesse pubblico, è indebitamente derubato della propria proprietà intellettuale attraverso la contraffazione. Fosse solo un caso di privativa a beneficio del singolo, e sarebbe già comunque grave in sé, ma qui stiamo parlando del beneficio della Laguna intera, del denaro che è speso male e senza pianificazione alcuna, sprecato a danno della comunità intera e del patrimonio dell’umanità. 

Invece di proteggere il paesaggio, l’ambiente e le risorse economiche in laguna, tutelando per legge un illegittimo interesse, si tenta senza senso la via della contraffazione ovvero si dirige un profitto legittimamente acquisito verso altri soggetti che illegittimamente ne approfittano grazie all’intervento di chi dovrebbe controllare sulla legittimità e la regola d’arte dell’opera.

Se non bastasse la mala gestio nemica dei Provveditori oggi paradossalmente diventa quasi un vanto e si cristallizza. Si lascia deperire il legno in ambiente lagunare per non voler applicare quell’ingegno, frutto di un’esclusiva ottenuta con grande fatica e risorse. Quindi un brevetto che farebbe risparmiare decine di milioni di euro con beneficio dell’utilità pubblica per la collettività lagunare, è invece nascosto o ce se ne appropria indebitamente. 

Si è trovata nonostante tutto la soluzione che perfino l’Avvocatura dello Stato ci attribuisce. Un corto circuito nei tavoli tecnici che avevano prima decretato la definitiva soluzione per risolvere il tema dell’usura del legno in ambiente acquatico, per via dei costi rilevanti che questo implica. Come si sa bene ormai, la causa dell’usura del legno immerso è di un mollusco lignivoro marino che porta il nome di teredine con tutte le sue varianti, da quella Navalis, a Nototeredo norvegica, oggi quella egiziana, sebbene non ancora certificata.  Ma poi inversamente si spendono risorse ingenti in milioni di euro, lasciando il legno alle teredini e incredibilmente incrementando il pericolo per la navigazione di oltre sessantamila natanti che viaggiano spesso a forte velocità in queste acque. Tutto ciò rifiutandosi di pianificare al meglio la manutenzione in Laguna.

Ci si dimentica allora che il legno può durare addirittura quarant’anni immerso se lo si protegge in modo ecologico attraverso un metodo (brevettato) di protezione dal nome anglosassone «eco-FeO wood protection system™» che prende in prestito proprio l’acronimo della formula biochimica dell’ossidazione del ferro FeO, perché di questo si tratta alla fine. Un’invenzione che viene dal passato come scrive la Regione del Veneto nel suo giornale tecnico. Un po’ di storia recente dati gli oltre vent’anni passati dalle prime prove in sito nei vari mari del pianeta non solo in Laguna per conto dell’Ex Magistrato alle Acque di Venezia. 

Da quando le teredini mettevano fuori esercizio le bricole, in un tempo pari a circa otto anni ora gli anni sono diventati solo pochi mesi. Il motivo non è perché la leggenda vuole le teredini venute dai mari più caldi in Laguna a nutrirsi di cellulosa. Certo la colpa è come sovente accade dell’uomo ma perché ha scavato i canali maggiormente trafficati dai natanti di grande, medio e piccolo cabotaggio, portando la loro profondità media che prima era di circa mediamente 50-70 centimetri a circa due metri.

Con l’aumentato scambio d’acqua tra mare e laguna, che è circa triplicato come la profondità, si  è così triplicata l’aggressione di questi micro organismi lignivori marini, di conseguenza riducendo di oltre tre volte, la durabilità del legno immerso e non solo quello delle bricole.

Ma quei X Savi vanto della saggia politica della manutenzione della Repubblica sono da tempo spariti da Palazzo, e sono arrivati al loro posto i “soggetti attuatori” le Stazioni Appaltanti i Concessionari e per ultimi i Commissari, col risultato che vediamo ogni giorno a occhio nudo girando in barca per la povera Laguna. 

Purtroppo chi non conosce a fondo i temi della Laguna di Venezia provoca dei danni ingenti non solo al singolo inventore che deve difendersi per beneficiare del proprio lavoro, ma all’intera comunità lagunare costretta a ricorrere ai tribunali ad perpetuum.

Immagine di copertina: Pietro Fragiacomo (Trieste, 1856-1922), Bricole, Frugone Collections, Musei di Genova

Bricole e brevetti in briciole ultima modifica: 2023-04-02T22:15:33+02:00 da SANDRO CASTAGNA
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