Il Mondo di Emiliano

Mondonico aveva settantuno anni quando ci ha detto addio, cinque anni fa, lasciando in chiunque l'avesse conosciuto, o anche solo ammirato nei suoi lunghi anni trascorsi a insegnare calcio e meraviglia in giro per l'Italia, un senso di incredulità.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Quando pensiamo a Emiliano Mondonico, ci viene in mente un personaggio del Manzoni. Era come se la voce dell’Adda si fosse materializzata in un corpo e avesse deciso, per mezzo di esso, di esprimere la sua saggezza rustica, legata a valori antichi eppure attualissimi, quei principî che hanno accompagnato il Mondo per tutta la vita, in panchina e lontano dai campi di gioco e dalle luci della ribalta. 

Aveva settantuno anni quando ci ha detto addio, cinque anni fa, lasciando in chiunque l’avesse conosciuto, o anche solo ammirato nei suoi lunghi anni trascorsi a insegnare calcio e meraviglia in giro per l’Italia, un senso di incredulità. Perché per noi Mondonico sarà sempre il ruspante allenatore del miracolo del Torino, quello che batte il Real Madrid e alza la sedia ad Amsterdam, quello che non vince ma ti lascia dentro qualcosa che vale più di una vittoria. Altri hanno saputo essere grandi, anche grandissimi, con le squadre più forti e blasonate del pianeta. Lui, invece, si è tolto soddisfazioni importanti con il Torino, la Cremonese, l’Atalanta, l’AlbinoLeffe e altre realtà di provincia che, tuttavia, erano il suo universo ideale. Diciamo che quel lembo di terra adagiato fra gli affluenti del Po era il suo Mondo piccolo: una realtà guareschiana in cui si trovava perfettamente a suo agio, fra quella gente abituata a lavorare sodo e a non lamentarsi mai, come chiedeva di fare ai suoi giocatori, per cui riusciva a essere, al contempo, guida e padre. 

Puntiglioso, attento ai dettagli, talvolta addirittura aspro, sappiamo per certo che sapesse sciogliersi in una dolcezza senza pari nel momento in cui capiva di essere seguito e apprezzato. Del resto, in un calcio in cui i soldi sono diventati tutto, il Mondo non ha mai badato più di tanto al denaro. Restava in un contesto se avvertiva la fiducia della società e dei giocatori, rinnovava i contratti quasi automaticamente e chiedeva in cambio unicamente lealtà e fiducia. 

Non staremo qui a elencare i nomi di coloro che gli devono moltissimo: sono tanti, ciascuno dal suo punto di vista, come spesso accade agli innovatori, ai maestri veri, a quelli che segnano un’epoca e combattono la mediocrità con tutta l’anima. 

Me lo ricordo, da bambino, nelle interviste del dopogara: alle volte si presentava davanti ai microfoni per polemizzare, altre volte diceva la sua e quelle analisi non erano mai banali, in definitiva si scagliava contro l’ipocrisia di un ambiente nel quale si sentiva sempre più un pesce fuor d’acqua, lui che, nonostante avesse assaporato la Serie A, era rimasto un tipo da oratorio, da sagra di paese, da rimpatriata in trattoria, come capita a chi vive nel mondo reale e decide di non trasformarsi in una maschera e di non lasciarsi travolgere da una finzione che sta rovinando il nostro stare insieme. 

Quando guardavo negli occhi Emiliano Mondonico, avevo l’impressione che stesse parlando uno di famiglia, e doveva essere così anche per i suoi ragazzi, dato che ovunque oggi è ricordato con affetto, come testimoniano le iniziative promosse dalla figlia Clara per preservarne la memoria.
Perché quella sera, in fin dei conti, ad Amsterdam ha vinto lui. Lasciate stare il fatto che la Coppa UEFA, poi, l’abbia alzata al cielo l’Ajax. Il Mondo, come detto, non era venuto su questa Terra per vincere ma per opporsi a un sistema che considerava ingiusto, per costituire sempre e comunque una stecca nel coro, per essere anticonformista e rivoluzionario fino al midollo, un po’ come il Guareschi che raccontava al Grande fiume le sue storie e si lasciava cullare da quel corso d’acqua lungo il quale era stato bambino.

Il Mondo, con il suo baffo, i suoi modi da sceriffo, il suo essere anticonvenzionale per scelta e per convinzione e la sua sincerità a tratti disarmante, ha rappresentato una boccata d’ossigeno nell’insieme di dichiarazioni tutte uguali e quasi sempre inutili di molti suoi colleghi. 

Se n’è andato troppo presto, siamo d’accordo, ma la sua missione ormai era compiuta. E per citare Fellini, riferendolo alla mia generazione: se non siamo cresciuti del tutto imbecilli è stato un miracolo. E se quel miracolo si è compiuto, lo dobbiamo anche a quel sergente dall’animo gentile che, partendo da Rivolta D’Adda, è arrivato dove forse nemmeno lui si aspettava di arrivare, senza perdere la tenerezza.

Il Mondo di Emiliano ultima modifica: 2023-04-03T17:56:47+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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