Luogo è lingua

La poesia di Maurizio Noris.
CRISTIANO POLETTI
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Comenduno, frazione di Albino. Occorre subito che questo luogo si precisi: siamo in provincia di Bergamo, nella media Val Seriana, la mezza o forse bassa montagna. Maurizio Noris vive qui e qui è nato nel 1957, lo stesso anno di nascita di due poeti oggi molto riconosciuti, come Valerio Magrelli e Fabio Pusterla. Scrive in dialetto, anzi nella sua “lingua prima”, quella matriciale, come ogni volta giustamente tiene a ribadire. Entriamo allora in questa lingua: Us de ruch, “Voci di ronco” è un titolo del 2010, libro allora edito dall’ancora esistente Lietocolle, con la preziosa prefazione di un grande maestro, Franco Loi. Ruch: dal latino runchum, il terreno cioè appena sgomberato, conquistato al bosco, pulito, pronto da coltivare. Uno spazio ridotto, una porzione da difendere, da provare faticosamente a custodire. Ho riflettuto molto su cosa possa significare, indicare uno sfondo per la poesia, la poesia che una persona può tentare di fare. Lo sfondo difatti non è mai qualcosa di secondario, ecco, contrariamente da quel che solitamente si tende a considerare; è invece cornice necessaria e fondamentale. “Sfondo” ha valore di fondo e fondamento, perché la poesia possa esistere, esserci. 

Istituendo un paragone con la pittura, potremmo arrivare a dire che quasi nemmeno esisterebbe un quadro senza sfondo e senza cornice.
E allora ecco i Santì (titolo del 2000), con lo sguardo sull’origine che proprio la lingua prima consente, e le Resistènse (titolo del 2016), che già solo nel titolo porta tutto il carico di un compito, resistere.

Noris desidera fortemente il piccolo, il suo ronco, il suo dialetto, perché ciò che importa è tutto racchiuso (e riassunto) lì, nel micro o quasi di un territorio: è l’isola necessaria, il territorio-nòcciolo dell’esistenza.

 Di un piccolo architettato cosmo si tratta, contenitore della grande geografia dell’anima ovvero di un’infanzia proseguita nella distesa degli anni come una proiezione. Perché l’infanzia difatti è un luogo preciso e insieme una geografia, alla quale si torna sempre alla fine. Nella consapevolezza però, maturata da adulti, che esistere è linguaggio, che si esiste soltanto nella lingua e nellinguaggio. “Il linguaggio è la casa dell’essere”, viene ancora inevitabilmente da pensare con Heidegger, tramite questa sua celebre definizione.

E occorre forse un’altra citazione, pertinente al caso direi: «La lingua è storica, il dialetto è cosmico», secondo l’affermazione del filosofo Manlio Sgalambro, e di questa affermazione traggo traccia da un’intervista di Noris che ho letto.
Il dialetto: una lingua così è più diretta, più direttamente cioè in grado di connettere il cuore alla bocca (e quindi ai desideri della penna). Noris, come già accennato, la definisce “lingua prima”, il che vuol dire primaria, fondamentale, come un colore dal quale poi possono derivarne altri, e significa anche prima della lingua imparata, prima che un altro, più alto e convenzionale “sistema di parole” ci faccia aderire alle cose, tutte le cose che via via impariamo a conoscere e a vivere.

Utilizzo a solo titolo d’esempio un’espressione cara a Maurizio, sö l’ös, sull’uscio, sulla porta. Questa brevità, anche ostica nei suoi suoni così duri, dice tutto. Ecco, il dialetto.

«Il luogo è la lingua e la lingua è il luogo», afferma Alberto Belotti in una presentazione di Us de ruch.

Lingua prima, allora, oppure “linguaggio profondo” (profondo, che viene cioè da un “non so”, come dire, da una precoscienza mi vien da dire, un “luogo” che ci abita e per molti aspetti è oscuro; oscuro e proprio per questo necessario, col suo segreto e nel mistero della provenienza di ciò che lo popola).

Se ammettiamo poi che la voce è un miracolo – e possiamo ammetterlo, sì – allora dobbiamo anche aggiungere che al miracolo si lega il segreto del suono, di suoni che sappiamo essere strettamente connessi alla terra, in grado di farci sentire lì, radicati nel nostro territorio.

Maurizio Noris

Poi c’è il tema “centro/periferia” che ritengo vada qui proposto e affrontato, credo sia davvero molto importante. Non esiste più, penso, esattamente un centro, dei centri fondamentali, imprescindibili; allora, di riflesso, credo che non esistano più esattamente delle periferie. O forse potremmo dire che tutto è periferico. Proprio com’è la poesia, oggi. Lo è per intero. Non nella sua natura, certo, che sarebbe invece onnivora e onnipotente, che pretenderebbe un sacco di cose, piena di ambizioni com’è. Ma di fatto, e forse per fortuna, è assolutamente periferica oggi, lo è ormai da molto tempo, da tempo cioè non ce la fa più a “istruire”, come forse vorremmo, la realtà. 

I maestri di Noris, ossia le fonti, gli esempi: senz’altro Franco Loi, in primis, poi direi Franca Grisoni, sicuramente molti altri. Di Loi ricordo soprattutto un insegnamento, piuttosto noto a dire il vero nel mondo degli amanti dei versi: la radice di sacro deriverebbe dalla particella sanscrita SAC, mi disse. Bene, “sac” vuol dire “lontano”, “separato”. Ecco, allora il poeta avrebbe un ruolo non molto diverso da quello del “pontefice”, di colui cioè che costruisce ponti tra ciò che apparirebbe lontano e irrimediabilmente separato e andrebbe appunto riavvicinato, ricongiunto a noi, che distratti e distanti da noi stessi non ci accorgiamo o non ci accorgiamo più di quanto veramente ci appartiene.

Acassibé che i ’nsògn
i pendùles
co i carcòs di sàncc
’ncroatàcc
ai finèstre möffiéte
di stòrie, 
i mé mórcc
i sa esübés
a ö vènt istròlegh,
i gh’à i öcc gràncc
e i scarsèle sgiunfe
de sicórie.


Ossia, in traduzione: “Sebbene i sogni / pendano / con le carcasse dei santi / incravattate / alle finestre / ammuffite / delle storie, / i miei morti / si offrono / a un vento zingaro, / hanno occhi grandi / e le tasche gonfie / di cicorie.
Brillano, autentici come sono questi versi, dedicati a mio padre e a Herta Müller. La luce è quella delicata e fragile di una verità che può scoccare, a volte, con la poesia.

Penso che Noris intenda la nozione del “sacrale” (e quindi, volendo, di “religione”) in senso laico: intendo dire che la sua principale premura, ciò che più gli sta a cuore, credo sia il rapporto sacro tra uomo e terra-itorio; quasi che l’uomo possa, anzi debba, ritrovare le stesse istanze primarie che sono proprie della natura di un luogo. E la “lingua del profondo” allora c’entra, eccome, in questa “pretesa”, direi “giusta pretesa” che una poesia come la sua incarna.

Poi i temi ci sono tutti nella sua scrittura, com’è normale che sia, i grandi temi della vita e della morte, del dolore e dell’entusiasmo, quelli propri della poesia, della grande poesia.

Ma importante è il veicolo, ecco, il dialetto. Ma per arrivare anche a considerare la traduzione in bergamasco dei versi di Emily Dickinson e di Federico García Lorca. Per dire l’universalità, il cosmico che dal piccolo Maurizio Noris intende, riuscendoci, a sprigionare.

E a proposito di stilistica, da anni l’autore porta il verso al centro della pagina. Perché, dice, la pagina così viene risucchiata dal verso. Credo sia un segno davvero distintivo e interessante di quale potenza egli assegni alle capacità della poesia.

Ancora uno stralcio (bellissimo) di versi, che sarebbe importante ascoltare nella lettura del poeta (dimensione questa estremamente peculiare in Noris, grazie alla sua spiccata dote vocale e interpretativa):

L’è öna gran fürtüna
ol fa sito del momènt giöst
l’è ’l pàder
del pensér che l’sa ’nchignöla
a scriv sö i lavre
ol dulùr növ
e ’l sò göst

È una gran fortuna
il silenzio del momento giusto
è il padre
del pensiero che s’incunea
a scrivere sulle labbra
il dolore nuovo
e il suo gusto

Negli ultimi anni Maurizio Noris ha preso con animo e slancio a recuperare socane (da sòch in dialetto, ceppo, piede d’albero) dando ad esse nuova vita, come fossero statue, forme, e infine movimento che ha suggerito nuove scritture. A cüre socane, dice, curo ceppaie; e cosa vuol dire? Vuol dire mettere le mani nella terra per strappare morte radici col fine di curarle, amarle. E significa dunque, in fondo, curarsi della morte, affiancandola, saper tornare alla terra. Con confidenza, amando, scrivendo: Ol dulùr / del vülis bé / a l’me lassa rimirà la mórt (Il dolore / dell’amore / mi lascia rimirar la morte)

A cüre socane (Mi curo di ceppaie)
Catalogo e poesie della mostra di Maurizio Noris
Museo Etnografico della Torre
Comenduno di Albino (Bergamo), 2022

Resistènse (Resistenze)
di Maurizio Noris
prefazione di Franca Grisoni
Interlinea edizioni, 2016
Prezzo: euro 20,00

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Luogo è lingua ultima modifica: 2023-04-07T18:43:19+02:00 da CRISTIANO POLETTI
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