Imran e i generali, una saga pakistana

BENIAMINO NATALE
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Imran Khan, 71 anni portati bene, ex-campione di cricket (uno sport che in Pakistan equivale al calcio in Italia), è il politico più popolare del Pakistan. Tanto popolare da poter sfidare i generali che – direttamente o per interposta persona – hanno governo il paese fin dalla sua nascita, nel 1947. Imran, che ha fondato e dirige il Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI, Movimento pakistano per la giustizia) è stato al governo dal 2018 all’aprile dell’anno scorso con l’appoggio dei militari, che lo vedevano come alternativa credibile alle due dinastie politiche più forti del paese, quella dei Bhutto-Zardari (il loro partito è il PPP o Pakistan People Party) e quella degli Sharif (Pakistan Muslim League-N).

Poi qualcosa si è rotto. Divergenze sulla nomina del nuovo capo dell’InterService Intelligence o ISI, il servizio segreto militare, hanno portato a una crisi nelle relazioni tra Imran e i generali, che hanno usato i partiti minori della coalizione di governo per costringere l’ex-campione di cricket alle dimissioni.

Da allora, Imran non ha fatto altro che sfidare l’establishment militare – all’interno del quale ha mantenuto alcuni ammiratori – e il rabberciato governo di larghissima coalizione che lo ha sostituito e che è guidato da Shehbaz Sharif della Pakistan Muslim League-N, un politico e signore feudale di lungo corso. Decine di migliaia di persone hanno preso parte alle manifestazioni di protesta che si sono svolte in tutto il paese. Nel corso di una delle proteste, in novembre, un solitario attentatore ha sparato a Imran, ferendolo a una gamba.

Nessun uomo politico del passato – neanche il capostipite della dinastia dei Bhutto-Zardari, Zulfikar Ali Bhutto, impiccato nel 1979 dai militari che l’avevano deposto – ha goduto di una popolarità paragonabile a quella di Imran. L’ex-campione di cricket è amato dai giovani, da buona parte della classe media urbana e dai sempre forti integralisti islamici, dato che è un ammiratore e un sostenitore dei Taliban che, ricordiamolo, sono un movimento che ha le sue radici tanto in Pakistan quanto in Afghanistan. Insomma, una vasta maggioranza della popolazione sostiene Khan. I sondaggi non lasciano spazio ai dubbi: quando – e se – si terranno nuove elezioni sarà lui il vincitore. 

Lo scontro politico in corso si svolge sullo sfondo di una situazione economica disastrosa. Le riserve di valuta pregiata – indispensabili per un paese che vive di importazioni, dato che non produce quasi niente – sono ridotte all’osso. L’ inflazione ha superato lo scorso marzo il 35 per cento su base annua, con picchi che arrivano al duecento per cento per alcuni generi di prima necessità e il governo non riesce a chiudere l’accordo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) per un indispensabile prestito di quasi sette miliardi di dollari (le riserve sono attualmente inferiori ai tre miliardi). In un paese nel quale solo l’uno per cento o poco più della popolazione paga le tasse e la cui economia è in gran parte fondata sul latifondo, varare le misure restrittive chieste dall’FMI è estremamente difficile. Come se non bastasse, le inondazioni dell’anno scorso – oltre che provocare la morte di quasi duemila persone – hanno causato perdite per decine di miliardi di dollari. 

Imran non ha un programma vero e proprio per rimediare a questo disastro e impedire che il paese vada in bancarotta – vale a dire non sia in grado di pagare i suoi debiti. Attribuisce tutti i suoi problemi a “complotti” organizzati soprattutto dagli Stati Uniti, per i quali lui sarebbe un leader “scomodo”.  Una posizione che esagera in modo spropositato l’importanza del Pakistan – e dello stesso Imran – nella politica internazionale ma che permette all’élite di minimizzare la portata dell’ambiguità di fondo per la quale il Pakistan – o meglio, l’esercito pakistano – ha prosperato per decenni promuovendo con una mano gli estremisti islamici che oggi governano l’Afghanistan e che nel Kashmir combattono contro l’India, mentre con l’altra ha goduto di massicci finanziamenti da parte degli stessi USA e dei loro alleati. 

Quanto alla crisi economica e alle profonde disparità sociali Imran non sembra avere idee ben definite. Secondo la rivista Time, alla quale Imran ha concesso una lunga intervista:

quando gli si chiede come pensa di tradurre in pratica il suo molto pubblicizzato Stato Islamico del Welfare, Khan parla di Medina governata dal Profeta e della consapevolezza dei problemi sociali dell’Europa settentrionale. “Probabilmente la Scandinavia è più vicina agli ideali islamici di tutti i paesi musulmani”.

In sintesi un populismo tinto di verde islamico. Forse conta sull’aiuto dei paesi amici come l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti e la Cina, che hanno già investito miliardi di dollari nel paese.

Imran sta cercando disperatamente di portare i suoi avversari a una competizione elettorale. Le elezioni nella provincia-chiave del Punjab sono state rimandate dal governo che ha invocato ragioni di sicurezza. La Corte suprema ha accolto un ricorso del PTI stabilendo che si devono svolgere il prossimo 14 maggio. Il governo, con il sostegno dei vertici militari, a partire dal capo dell’esercito Asim Munir, sta cercando di rinviarle a dispetto del pronunciamento della Corte.

Gran parte della popolazione è con l’ex-campione di cricket, le istituzioni sono divise e lo scontro è inevitabile. Resta da vedere se terminerà con il trionfo di Imran Khan, con un compromesso tra l’ex-campione e i generali, o (come appare più probabile) con un nuovo periodo di legge marziale e di dittatura dell’esercito.

Imran e i generali, una saga pakistana ultima modifica: 2023-04-08T17:24:42+02:00 da BENIAMINO NATALE
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