Il passo e il respiro

La poesia di Paola Loreto.
GABRIO VITALI
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La parte monografica di Nord i poeti,vol. 2°, in questi giorni in libreria, è dedicata alla bergamasca Paola Loreto. Anticipiamo qui uno dei vari contributi critici raccolti nel volume.

La prima raccolta di Paola Loreto poeta, L’acero rosso (Crocetti, 2002), che non a caso si fregiava dell’autorevole viatico, in prefazione, di Franco Loi, si era presentata all’attenzione della critica e al piacere dei lettori come frutto di una tecnica già matura e già molto caratterizzata. In quell’opera iniziale, infatti, il verso di Loreto – cresciuta, prima e dopo di allora, allo studio di Emily Dickinson, di William Carlos Williams, di Robert Frost, di Richard Wilbur, di Philipp Levine, di Derek Walcott e di molti altri autori anglo-americani, di alcuni dei quali avrebbe curato nel tempo importanti traduzioni ed edizioni critiche – nasceva da uno stile meditato e sicuro, nel quale dominio tecnico e densità di pensiero si coniugavano in un dettato poetico, che appariva già in lei del tutto abituale, quale esito prosodico conclusivo di un tenace esercizio d’intelligenza e passione. Si trattava di un verso, dosato con cura particolarmente affinata, che rivelava una consuetudine alla narrazione riflessiva e breve, costruita distillando nelle parole sequenze di immagini, di sensazioni e di pensieri raccolti dal movimento del quotidiano e preservati nella lingua per essere intrecciati, con pazienza, in piccole, ma preziose ghirlande di valore sapienziale. Il tessuto di racconto poetico del libro appariva tramato di figure, di ricordi o d’improvvisi desideri che rimandavano a qualcosa che si intuiva fosse un poco più in là, quasi stesse ancora un po’ oltre la soglia che in quel momento la parola andava indicando, come a voler invitare a continuare un cammino o a non interrompere il ritmo, che i versi stavano percependo e registrando nelle cose. 

C’era una grande levità nelle poesie di Acero rosso, anche dolcezza e tepore, persino abbandono, ma sempre come manifestazioni di un’energia sorvegliata, pacata e però forte, che trasformava e filtrava ogni emozione in una qualità della luce, in qualcosa che si potesse guardare, misurare e, alla fine, provare a capire. Così era soprattutto per il dolore, che sempre traspare leggero dal verso di Paola, catturato anche se non vinto, custodito con forza serena e senza pretesa di rimozione; la sua parola lo diceva, ma lo teneva imbrigliato: che almeno potesse non fare troppo male. 

Fin da allora, insomma, ragione ed emozione cercano di incontrarsi, senza sopraffarsi l’un l’altra nei versi di questa poeta: nel pacificare e risolvere questo ossimoro arduo apparentando nel verso quegli opposti altrimenti inconciliabili, sta infatti l’atto più perfetto che sia dato al poeta di compiere. E Paola Loreto, seppure ancor giovane, questo lo sapeva già molto bene e poteva scrivere:

Il difficile equilibrio / è quando stai spesso / per perderlo e non lo / perdi quasi mai. / Non c’è ancora, ma / ti aspetta da qualche / parte tra il suo baricentro / e la tua voglia di scivolare…. 

È così che allora l’immagine di quel primo titolo, l’Acero rosso, è diventata una cifra costante nella poesia della Loreto, se è vero che lei stessa ha potuto dire, in un’intervista successiva, che quella figura

ha informato quel primo libro, mettendo a fuoco un emblema di bellezza tangibile e incoglibile, [come fosse un] anello di congiunzione tra il qui e ora e il sempre, un presente eterno, una partecipazione all’Essere.

E quell’immagine presiede anche, come un paradigma, alla tecnica di costruzione del testo, adottata da Paola, la quale sia nelle forme brevi ed ellittiche, quasi iconiche, dei testi e dei versi, sia in quelle più lunghe e narrative, mantiene aperti più livelli di lettura del suo dettato, adottando uno stile certamente gnomico, ma mai sentenzioso, bensì costruito su un’interrogazione continua della realtà che mai si lascia del tutto risolvere in qualcosa di definitivo o anche solo di provvisoriamente compiuto.

Fra l’altro, da qui, da questa caratteristica scelta di stile, in cui la fisicità sensibile dell’esperienza si traduce nella fisicità tecnica del linguaggio che la racconta e la interroga, senza tuttavia piegarla alla mera rappresentazione metaforica o simbolica del sentimento umano, la poesia di Paola Loreto, passando culturalmente per l’ecopoetry americana e tuttavia sviluppando una sua precisa matrice originaria, si propone nel tempo come ecopoesia, cioè una poesia nella quale la natura non è vista come scenario in cui si svolge o viene rispecchiata la vicenda interiore del soggetto lirico, ma, per usare le sue parole

come la propria casa, un’estensione del proprio corpo, il mondo reale che potremmo abitare ed essere felici […] e ricordando che siamo natura e che essere un corpo, invece di averlo, è una grazia. 

[…]

Paola Loreto

Una piena manifestazione della poesia come canto della vita, insomma, non più rappresentata nella scissione fra mente e corpo o in quella più tecnica fra lingua ed emozione, ma al contrario assunta in una parola e in una musica che liberano i sensi e ne sono a loro volta liberate, avviene pienamente nei libri successivi di Paola, La memoria del corpo (Crocetti, 2007) e In quota (Interlinea 2012), nei quali l’esperienza della natura fatta soprattutto in montagna, da tema di alcune poesie, diventa la materia viva della costruzione della metrica del verso e, insieme, del ritmo della prosodia per qualsiasi tema la sua poesia intenda parlare. In queste prove, alla sorvegliata maturità dello stile, e al suo pieno dominio, si aggiunge una chiarezza di partitura che consente all’impianto narrativo, sempre caratteristico della poesia di Paola, di imporsi su ogni singola illuminazione lirica con una prosodia che viene calibrata sul respiro e sul movimento di chi stia camminando nei paesaggi della propria memoria o della propria immaginazione, con il ritmo costante e lento appreso dal corpo nelle tante ascensioni in montagna che si siano davvero compiute nella realtà.

Sì, perché la memoria del corpo per Loreto, è prima di tutto questo: un’abitudine a dosare il respiro del verso, come in montagna si dosano il fiato, i gesti e le movenze, per controllare e stemperare la fatica, per non esserne appesantiti o peggio impediti, quando si intraprende un percorso i cui sentieri non siano del tutto conosciuti e possano perciò essere connotati da qualche asperità non prevista, da qualche riferimento disorientante e persino da qualche improvviso trabocchetto. Chi va in montagna, come Paola fa da sempre, deve imparare a evitare la distrazione o il troppo sforzo per non aprire, nel proprio corpo, quel varco attraverso cui la paura possa entrare e scendere, paralizzante, nel fondo dell’anima.  Se accade, si rischia di girare a vuoto e di tornare sempre allo stesso punto. Se accade, si può essere perduti. Ed essere perduti, in montagna, è esiziale. 

Anche in poesia accade la stessa cosa: se la tecnica della parola non diventa la cosa che si vuole evidenziare in un dato dell’esperienza, per indagarne il senso che vi è inscritto, ma si sovrappone alla cosa e la assume in un territorio precostituito del pensare e del sentire che su quella cosa viene proiettato, il portato poetico precipita nel già detto o vaga nel generico e nello scontato: in ogni caso la poesia s’interrompe e cade, spesso inesorabilmente. E la vita non si fa canto, ma banale ragionamento o vaga sensazione. La montagna, quindi, come grammatica del vivere. E come modo della poesia. Il respiro di chi ci cammina che diventa il verso per ripercorrere, trattenere e dire la propria esperienza, così come il corpo l’ha registrata nella sua memoria, così come la lingua la possiede nella voce e la esprime nel canto.

Ancora le parole di Paola:

La poesia è linguaggio che si genera come alle origini: per analogia e associazione. È linguaggio che articola una forma di conoscenza della persona intera, un corpo che pensa, una psiche che è fatta di ragione, emozioni e sentimenti. La scrittura poetica per me è un modo di stare al mondo, guardando, ascoltando, vegliando il confine fra me e l’altro da me, rendendo grazie per quello che esiste. Perché sono. Perché siamo.

Ed è, quindi, la materia stessa della poesia di Paola che impone, dunque, insieme al suo lessico particolare, le regole della sua stessa costruzione in versi, secondo una prosodia paratattica, che procede per illuminazioni successive, per accumuli di pensiero e sensazioni, condensate, alla fine, in uno slargo del respiro ritmico. Enjambements ripetuti, cesure forti – persino doppie – interne al verso, metrica lunga e cadenzata o breve ed epigrammatica sono il respiro e il passo di chi sta salendo, si ferma e riprende in una continuità dosata dell’energia, ma diseguale del movimento, con pause e accelerazioni; e questo si riflette nel ritmo di un pensiero che cerca, con cautela o con sveltezza, di connettere e di confrontare i frammenti dell’esperienza per vedere se, nell’insieme, possano dare un senso, una direzione; se, insomma, si possa esprimere un’intelligenza chiara di quell’esperienza, e così mantenerla, comunicarla e alla fine trasportarla nei versi. In tal modo, la poeta raccoglie per un attimo la propria conquista di senso in un’immagine significante e, insieme, chiude e riapre il discorso, spingendolo più avanti sempre interlocutorio. Come in una pausa del passo, quando ci si guarda intorno per registrare la propria posizione nel paesaggio e si riprende fiato. In questo modo, l’orizzonte verso cui i versi tendono si modifica e si sposta, lo sguardo si amplia e il racconto cresce nell’esperienza che si sottopone alla meditazione e al registro linguistico che ne deriva o che la rende possibile. Il cambiamento del punto di vista è, a tratti, impercettibile, ma continuo e ogni successivo passaggio diventa, così, un nuovo inizio, un’altra possibilità. E questo avviene nel tracciato di ogni singola lirica, ma anche – e con evidenza meglio riconoscibile – nella partitura di intere sequenze.

È in forza di queste sue caratteristiche che la poesia di Paola Loreto può affrontare a viso aperto (o a libro aperto), anche se con sofferenza, il momento della crisi e del confronto col finire delle cose, che arriva e viene raccontato nella raccolta Case / spogliamenti (Aragno, 2016), la sua ultima finora. Il punto di partenza di questo libro è una lunga immersione nel silenzio della parola che rivela la propria insufficienza a pensare, prima ancora che a dire, la discrasia che si apre, e il limite che si percepisce, a un certo punto della vita, fra ciò che si voleva essere e ciò che si scopre di poter essere, e che pone di fronte ai confini invalicabili della propria illusione esistenziale:

Il limite che entra nella vita / come una lama non fa male. / Separa chi sono da chi sarei / potuta essere. Sventra il sogno / di divenire. Come un occhio / che vede solo di fronte, / guarda l’inevitabile. 

La crisi muove, come forse sempre accade, da una situazione relazionale contingente, ma si fa subito emblema di una condizione esistenziale più complessa e generale che induce a misurarsi con l’impatto concreto, quotidiano e tangibile, del finire delle cose, del loro lento esaurirsi, del loro progressivo sparire. Della morte, insomma. Questo impone così, tutto a un tratto, di dover accettare una pausa nel pensare e nel dire se stessi e la vita; e, come in montagna, diventa necessaria una sosta, un fermarsi a misurare il respiro: per capire se ancora può corrispondere al cammino che resta da percorrere o se si è raggiunto il limite della propria forza e del proprio viaggiare. E questo riguarda anche l’essere poeta.

Infatti, la parola poetica di Paola registra questa sospensione del pensiero e si lascia avvolgere dal silenzio che ne viene: ci fa i conti, lo assapora e lo scandaglia, lo accetta; per riemergerne poi come affilata ed essenziale, spoglia di qualsiasi pur lieve ridondanza, diretta, quasi dura, senza concessioni di sorta. E il linguaggio di poesia, proprio di questa scrittrice, ritrova nella cifra del proprio stile la possibilità di una versificazione epigrammatica, di forme brevi e nette, con un ritmo sincopato che non consente abbandoni e non si chiude in sentenze, in affermazioni nette. In questo libro, la poesia di Paola, come è stato scritto, si compone “in un dettato astratto, lavorando con poche, essenziali pennellate rigorosamente in bianco e nero, rinunciando al colore” (Roberto Didier), portandosi così addosso e intorno quel silenzio in cui si era immersa – che l’ha rastremata e consegnata al limite di vibrazione della sua voce – ma ritrovando però la forza del suo canto proprio nell’accettazione di quel silenzio e di quel limite, nell’abbandonarsi a quel finire che appunto, leopardianamente, il canto consola. E così, ritrovando le proprie case e operando i propri spogliamenti, il cammino della poesia riparte, in un nuovo inizio:

Nella prossima vita / avremo una casa: io e te. / Un orto, un giardino. / (Il fico nero, l’acero rosso.) / Mani nella terra, sul nostro / corpo. Dentro sarà il fuoco / di legna, il legno su cui / camminiamo. Bianco / ma non di smalto. / Nella vita che viene / avremo un bambino / ispido e nero / selvatico, ardente. / Non avremo paura. / Lasceremo la fine / agli altri. Inizieremo.

Paola Loreto: quando i luoghi
diventano custodi della memoria
in NORD I POETI, vol. 2°, a cura di
Marta Celio e Bonifacio Vincenzi
Macabor, edizioni, 2023
Prezzo: euro 20

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Il passo e il respiro ultima modifica: 2023-04-09T20:43:07+02:00 da GABRIO VITALI
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