Fortuny. Conversando con Wendy Ligon Smith

JOANN LOCKTOV
Condividi
PDF

English Version

Fortuny: Time, Space, Light, di Wendy Ligon Smith, è un’indagine ambiziosa e di livello accademico nel mondo creativo del poliedrico Mariano Fortuny y Madrazo. Ligon Smith ha decostruito gli indiscutibili parallelismi tra Fortuny, Proust e Wagner, che illuminano le relazioni tra le loro formidabili eredità. La monografia è un invito a indagare sul Mago di Venezia, sul suo palazzo storico, oggi Museo Fortuny, e sulle ispirazioni che informarono le sue ampie innovazioni artistiche.

Sei una ricercatrice accademica che esplora temi revivalisti e teorie del tempo, della storia e della memoria. Nel caso particolare di “Fortuny: Time, Space, Light” tracci distinti parallelismi tra Proust, Fortuny e il compositore Richard Wagner. I tre artisti rappresentano un trio di geni spesso impenetrabili. Cosa ti ha portato a concentrarti su questi artisti enigmatici? Chi è stato il primo?
In realtà tutto inizia con Proust. All’UNC-Chapel Hill, ho seguito un seminario per dottorandi in storia dell’arte con Carol Mavor in cui abbiamo letto Dalla parte di Swann (il primo volume di Alla ricerca del tempo perduto) e abbiamo esaminato le opere d’arte corrispondenti incentrate sulla temporalità e sulla memoria. Ero piuttosto incuriosita. Poi ho seguito un altro seminario per dottorandi alla Duke con la studiosa e traduttrice francese Alice Kaplan, dove abbiamo affrontato tutti e sette i volumi! All’inizio le menzioni di Fortuny in Alla ricerca del tempo perduto di Proust non mi sono saltate all’occhio. Successivamente, nel corso di conversazioni con Carol Mavor, la mia assistente nel dottorato all’University of Manchester, Fortuny mi è sembrato un buon argomento per la mia ricerca di dottorato.

Indagare  sulle congruenze tra Proust e Fortuny è stato abbastanza naturale ed è stato gratificante costruire ed espandere la ricerca esistente sulle tracce delle menzioni di Fortuny nel romanzo. Ho lasciato per ultima la ricerca su Wagner perché inizialmente mi aveva un po’ scoraggiato. Sapevo che Fortuny era un devoto wagneriano e che era stato versato un bel po’ d’inchiostro sul compositore tedesco, ma nel mondo degli studi operistici e degli studi wagneriani, sebbene Fortuny sia spesso menzionato, raramente il suo lavoro è oggetto di analisi significativa. Alla fine mi sono davvero divertita a scrivere questa parte del libro.

Riunire i tre artisti è stata una bella sfida. Ho apprezzato le loro somiglianze: le loro ossessioni per il passato (revivalismo); le loro spinte innovative; la loro instancabile devozione alla bellezza…

Mariano Fortuny y Madrazo nella sua biblioteca, © Palazzo Fortuny, Fondazione Musei Civici di Venezia

Andiamo indietro nel tempo, al periodo in cui Fortuny era solo un nome intrigante nelle tue letture di Proust. Non avevi ancora visitato il suo Palazzo, il Pesaro-Orfei, oggi noto come Palazzo Fortuny. Quando sei entrata per la prima volta nel museo quali sono state le tue impressioni? Sentivi che lo spazio fisico sosteneva le descrizioni letterarie di Proust? Sei rimasta sorpresa da qualcosa?
La prima volta che ho visitato Palazzo Fortuny, nel 2010, rimasi per lo più sorpresa da quanto poco fosse esposto del suo lavoro. A quel tempo, il museo esponeva interessanti opere contemporanee di una varietà di artisti famosi, come ha continuato a fare in particolare negli anni della Biennale di Venezia. Le pareti splendidamente materiche sono avvincenti ed evocano i temi dell’invecchiamento e del tempo, offrendo un palcoscenico di impatto emotivo alle opere contemporanee esposte. Le superfici del palazzo sono davvero ricche: caldi pavimenti in legno scuro; arazzi a motivi geometrici appesi al soffitto; pareti intonacate a tratti sgretolate dove traspaiono assi di legno e vecchi strati di pittura; gradinate in pietra bagnata dall’acqua che dal verdeggiante cortile conducono alla porta d’acqua del canale; vetrate a corona incastonate tra pareti affrescate…

Un’altra cosa che mi aveva colpito era l’incredibile contrasto tra le stanze buie e ombrose e il piano superiore, di accecante luminosità. Per motivi di conservazione, molte stanze hanno le tende tirate. Tuttavia, all’ultimo piano lo spazio aperto (e per lo più vuoto) era inondato da un’abbondante luce naturale proveniente dalle finestre a tutta parete. Per me era importante indagare su come Fortuny usasse la luce nel suo palazzo, parte importante nel suo processo lavorativo per stampare capi di abbigliamento e come usasse gli spazi senza finestre per la sua camera oscura fotografica.

L’aspetto della casa di Fortuny che più mi ha ricordato le descrizioni letterarie di Proust è l’eclettica collezione di oggetti d’antiquariato e d’arte che con perizia aveva curato e collocato nell’atelier e nella biblioteca. Nel mio libro sostengo che sia per Proust sia per Fortuny gli oggetti fungono da catalizzatori per la memoria e il lavoro creativo.

La scala a chiocciola conduce verso l’altana, © Zeke Smith

Tu spieghi come il mitico abito Delphos, realizzato con seta di falene, fosse la manifestazione visiva in Fortuny del suo fascino per la costruzione del costume greco classico e per la luce che si riflette sulla stoffa pieghettata. I capi fluttuano nell’atemporalità, eppure rivelano anche un rifiuto radicale dei tessuti sintetici prediletti dai Futuristi, un rifiuto dei corsetti e delle costrizioni sul corpo femminile, un rifiuto dei capricci stagionali dell’industria della moda, un rifiuto dell’etichetta “stilista”, e un rifiuto del nuovo. Fortuny ha creato una poetica del tessuto alimentata dall’anarchia?
Domanda interessante. Mi congratulo per il modo in cui riesci a sintetizzare tante cose. Penso però che anarchia sia una parola forte, che non assocerei a Fortuny. S’intuisce come la sua resistenza a conformarsi alla costante stagionalità della moda possa essere vista come un rapporto ribelle e anarchico con lo scorrere del tempo cronologico. Ma, da quanto ho appreso su Fortuny dai suoi stessi scritti personali, l’aggressività o la forza che si associa a un termine come “anarchia” non sembra appropriata. Sembra un termine più politico in una misura in cui volutamente l’avrebbe evitato. Vedo il suo abito Delphos come un indumento di fantasia storica mediata da un’estetica più sottile. Si è ispirato all’abito del mondo classico, in particolare alla scultura in bronzo dell’Auriga di Delfi (da cui l’abito prende il nome). Invece di guardare a ciò che i contemporanei stavano progettando, era sempre molto più in sintonia con le opere d’arte e i disegni del passato. Questa persistente consapevolezza della storia dell’arte e del design è evidente nel suo lavoro in tutti i generi, non solo nella moda.

Modella seduta indossa una tunica di Delfi nello studio di Fortuny, © Palazzo Fortuny, Fondazione Musei Civici di Venezia

M’incuriosisce la moglie di Fortuny, la modella francese Henriette Negrin. Si direbbe sia un’ombra sempre presente nel libro, ma quando finalmente vediamo gli splendidi ritratti dipinti da Fortuny e leggiamo la tua analisi, lei sboccia in una vita radiosa. Fortuny le attribuì il merito del disegno dell’abito Delphos scrivendo a mano il riconoscimento sul brevetto, e fu lei a supervisionare la produzione degli abiti e dei tessuti e lasciò lei le istruzioni per la trasformazione del palazzo in museo. Dalla tua vasta ricerca, puoi dirci qualcosa in più sulla musa di Fortuny?
Mi fa piacere che abbia tirato in ballo Henriette. Quando iniziai a fare le mie ricerche su Fortuny, nel 2010,  fu molto difficile trovare informazioni su di lei. Poi, nel dicembre 2015, i curatori di Palazzo Fortuny hanno allestito un’intera mostra dedicata a Henriette e ai suoi contributi. Quell’anno c’era stato un importante investimento nel riorganizzare e rinnovare gli enormi archivi del museo, il che ha portato a una maggiore comprensione del ruolo di Henriette e al restauro di molte più immagini e persino dei filmati familiari che ritraggono momenti della sua vita e viaggi con Fortuny. Nel catalogo della mostra a lei dedicata, Henriette Fortuny. Ritratto di una musa, gli archivisti e i curatori delineano maggiormente il suo ruolo nella produzione dell’abito Delphos e di altri capi di moda mentre ne supervisionava la produzione nel palazzo. Penso che ci sia ancora spazio per ulteriori approfondimenti e per proporre una storia più completa di Henriette. Svolse un ruolo molto importante nel preservare l’eredità e l’archivio di Fortuny, ma spero che qualcuno sarà in grado di rintracciare maggiori informazioni sul suo lavoro creativo.

Henriette, © Palazzo Fortuny, Fondazione Musei Civici di Venezia

L’espressione “congiurare” è usata ripetutamente nel libro. Non riesco a pensare a un verbo più perfetto da associare a Fortuny, alla sua ossessione per la segretezza, l’enigma, l’illusione e le macchine fantasmagoriche. Spesso indicato come il “Mago di Venezia”, il libro decostruisce il motivo per cui il soprannome si è evoluto. Cosa pensava Fortuny di questo modo di considerarlo, spesso espresso con un affetto frutto di soggezione? Descrive adeguatamente il lascito per cui tanto aveva lavorato?
Penso che Fortuny si divertisse a preservare il mistero dei suoi procedimenti e, in questo, è facilmente paragonabile a un mago che non rivela i suoi segreti. Era ben consapevole che l’additavano come un mago e non ho trovato appunti personali che sembrino dargli un significato negativo. In alcune delle sue carte private si lamenta di altre cose che la gente dice di lui, ma non sembra mai dispiaciuto di essere chiamato mago. Inizialmente avevo esitato a chiamarlo “Il mago di Venezia”. Sembrava troppo riduttivo e sembrava precludere un’analisi approfondita del suo lavoro. Ma, più facevo ricerche su Fortuny, più vedevo i motivi per cui questo soprannome racchiudeva così bene il suo approccio artistico e le sue creazioni. Ecco perché nel libro mi sono presa il tempo di far venir fuori perché è appropriato pensare a lui come a un mago.

Mariano Fortuny y Madrazo tra i suoi modelli di teatro a Palazzo Orfei, c. 1903, © Palazzo Fortuny, Fondazione Musei Civici di Venezia

Nel 1910 erano oltre cento gli operai nella sola produzione dell’abbigliamento, che lavoravano a Palazzo Orfie. Eppure, anche dopo la sua morte, i segreti della sua produzione non sono mai stati svelati. Come faceva a mantenere la riservatezza con tante persone al suo servizio sia a Venezia sia alla Giudecca? Fossero stati al corrente anche di un solo segmento della produzione sembra che nessuno abbia tradito la sua fiducia. Come aveva raggiunto questo livello di lealtà?
Buona domanda. Quando lo storico dell’arte spagnolo Guillermo de Osma scrisse il primo grande libro su Fortuny nel 1980, ebbe modo di parlare con alcuni dei suoi parenti e credo anche con alcuni ex dipendenti (o familiari di dipendenti). Guillermo credo si possa essere fatto un’idea più precisa di come si relazionassero a Fortuny nel contesto dell’ambiente di lavoro, sebbene quest’aspetto non faccia parte del suo progetto di libro. Sarebbe interessante vedere i suoi appunti su questo.

Come osservo nel libro, molti designer e inventori hanno adottato questo approccio, assegnando i lavoratori a mansioni in parti specifiche della realizzazione del prodotto in modo che da soli non possano replicare l’intero processo. Sembra sia stata una strategia di grande successo per proteggere la proprietà intellettuale. Molte squadre di produzione sono ancora strutturate in questo modo.

i primi laboratori tessili, © Palazzo Fortuny, Fondazione Musei Civici di Venezia

Il libro è un labirinto di relazioni, parallelismi e temi paradossali, un lavoro da studiosi. Radicata nell’iconografia del revivalismo, la tua è un’esplorazione nei concetti di tempo: passato, presente e futuro. Immersa nei profondi recessi concettuali della memoria e del sogno a occhi aperti, hai lasciato cadere le gemme più seducenti dell’umanesimo. Quando apprendiamo che Fortuny andava in barca, remando lui stesso, fino alla sua fabbrica alla Giudecca, vediamo in lui un veneziano fisicamente forte e umile. È una rivelazione. Ci sono altri aneddoti che parlano del suo atletismo?
Sono lusingata da come riassumi il mio progetto. Ricordo anch’io quando seppi per la prima volta degli aneddoti di Fortuny che andava a remi alla Giudecca, e, come te, avvertii che stavo catturando un’immagine più in carne e ossa del personaggio. Dalle fotografie della vita personale di Fortuny, si può vedere che certo non era un uomo fragile. È stato descritto come uomo vigoroso e sappiamo che costruiva cose con le sue mani (come i grandi scaffali di legno nella sua biblioteca). Ecco come Guillermo de Osma descrive Fortuny nell’edizione aggiornata del 2016 del suo libro: “Mariano Fortuny era alto – un metro e 83 centimetri o qualcosa come sei piedi – un bel fisico, aspetto distinto. Con i suoi penetranti occhi azzurri, la barba ben curata, le belle mani e il senso dell’abbigliamento, non mancava mai di fare una profonda impressione su chi l’incontrava per la prima volta”. (p.34) Quando immagino il casting di una versione cinematografica della vita di Fortuny, lo vedo interpretato da Javier Bardem (e, curiosamente, altre persone nel mondo di Fortuny hanno immaginato la stessa cosa).

Mariano Fortuny y Madrazo, autoritratto, © Palazzo Fortuny, Fondazione Musei Civici di Venezia

Dopo i gravi danni subiti in seguito all’alluvione del 2019, al Museo Fortuny è stato portato a termine un imponente restauro, che gli ha consentito di riaprire nel 2022 come sede permanente. Cosa c’è di diverso adesso negli spazi? Come riescono a dare rilievo all’eredità di Fortuny? Per chi lo visita per la prima volta o per la quinta, qual è il modo migliore per capire le collezioni?
Il restauro di Palazzo Fortuny è l’esito di un progetto imponente. Sono entusiasta, innanzitutto, per il fatto che ora sia davvero uno spazio dedicato a Fortuny. La sua opera è messa in mostra ovunque ed è messa in scena e illuminata magnificamente. È un’esperienza visiva davvero gradevole, soprattutto se vedi il suo lavoro per la prima volta. Se ci sei già stata, o sai abbastanza della disposizione storica del palazzo, puoi rimanerne sorpresa. L’allestimento delle stanze asseconda l’impatto visivo e non il modo in cui storicamente erano utilizzate quando vi abitava Fortuny. Ci sono anche alcuni oggetti provenienti da collezioni esterne che sono messi in scena con gli originali di Fortuny per riempire lo spazio e creare una presentazione complessivamente più armoniosa e bella, ma questo può creare un po’ di confusione per lo spettatore che troverà difficile rintracciare a quali oggetti appartenessero Fortuny e quali no. È ancora uno spazio straordinariamente impressionante, unico – uno spazio molto veneziano – ma per coloro che tengono più all’accuratezza storica che all’esperienza complessiva, potrebbe essere controverso.

Interno del palazzo, © Zeke Smith

I dipinti di Fortuny sono spesso messi in ombra non solo dai suoi parenti famosi, ma anche dalle sue stesse invenzioni e realizzazioni nell’illuminazione, nei tessuti, nella fotografia, nell’architettura e nella scenografia. Tu sostieni che l’apice delle sue “autopercezioni” si fondono in L’atelier dell’artista a Palazzo Orfei, un dipinto del 1940 del suo studio, che contiene “parti cruciali della sua identità”. È riprodotto nell’ultimo capitolo e abbellisce magnificamente la quarta di copertina del tuo libro. Non discuto che questo dipinto raggiunga una confluenza degli ideali di Fortuny, soprattutto perché lui si considerava prima di tutto un pittore. Ma sono curiosa di sapere, se dovessi scegliere un oggetto tra le sue arti decorative, quale pezzo rappresenterebbe il culmine della sua filosofia di designer?
È una scelta difficile perché niente è veramente rappresentativo in modo olistico come quel dipinto che raffigura tutta la sua attività creativa in una scena. Penso che quello che più gli si avvicina potrebbe essere la sciarpa di Knossos, che è stato il primo dei suoi tentativo nel campo dei tessuti e l’inizio della sua carriera nella realizzazione di indumenti. Fortuny spiegò che nel 1907, in collaborazione con sua moglie, si ispirò ai mosaici minoici allora recentemente scoperti a Cnosso, sulla costa settentrionale dell’isola greca di Creta. Stampò disegni a motivi geometrici su taffetà di seta per creare la sua sciarpa Knossos che divenne molto popolare. Nella sciarpa Knossos di Fortuny vediamo il suo interesse per il design storico, per la moda femminile, per i tessuti di seta, più nella pittura di motivi che nel ricamarli, nella costante ricerca di conoscere e scoprire di più sul passato. E vediamo il suo desiderio di combinare queste cose – per consentire alle donne di indossare modelli storici. Fortuny era immerso nello studio delle immagini antiche. Anche l’etichetta per le sue sciarpe di Cnosso prende in prestito la leggenda del Minotauro nel Labirinto, che era stata associata a questo sito archeologico.

L’atelier dell’Artista a Palazzo Orfei, © Palazzo Fortuny, Fondazione Musei Civici di Venezia

LINKS:

Wendy Ligon Smith;
Museo Fortuny

Wendy Ligon Smith, Fortuny: Time, Space, Light, Yale University Press

Fortuny. Conversando con Wendy Ligon Smith ultima modifica: 2023-04-15T13:11:01+02:00 da JOANN LOCKTOV
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento