Storie d’uomini e di santi

Il teatro di San Cassiano, il primo barocco al mondo, può resuscitare grazie a una straordinaria ricostruzione filologica. D’altro canto, la città-laguna ha un debito con i maestri d’ascia la cui conoscenza ha consentito la costruzione di case, teatri …e specialmente di barche. Sia lo squero che il teatro sono casa e cultura, non mettiamoli in contrapposizione.
GIOVANNI LEONE
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San Cassiano di Imola era insegnante ed educatore, divenuto martire e ucciso proprio dallo strumento del suo fare e di trasmissione di sapere: gli hanno infatti piantato in fronte uno stilo, antico strumento utilizzato per l’arte scrittoria. Di Sant’Isepo o San Giuseppe conosciamo invece la proverbiale purezza e nobiltà d’animo che per spirito di servizio accetta di essere padre senza avere personalmente seminato mostrando quanto amore può dare un genitore non biologico. Loro malgrado, questi santi di ieri sono protagonisti oggi a Venezia delle due belle storie che riguardano il teatro San Cassiano e lo squero di Sant’Isepo.

Sono storie di passione e d’amore radicate nel senso autentico di Venezia, città che naviga in un continuo spazio-temporale muovendosi immobile al di là dello spazio e del tempo in una cornice di città ideale e universo reale. Venezia è città plurale con natura singolare, in cui l’uno e i tanti convivono pacificamente generando un habitat che è teatro di ricomposizione dei conflitti,  dove la competizione tra ambiente lagunare e insediamento antropico si risolve(va) nel clima di collaborazione tra natura e artificio che sfocia nella coincidenza di città e laguna. Venezia – capoluogo dello stupore per il miracolo di una utopia che ha luogo – è al tempo stesso concentrica e policentrica:

  • ha il suo centro nell’unica piazza, umbilicus mundi a cui rivolge lo sguardo il Leone di San Marco dalle tante colonne delle piazze dei centri della Repubblica Serenissima; 
  • ha i suoi centri nei campi, intorno ai quali si aggrega la vita delle comunità di vicinato e si sviluppa la qualità autentica della città che è di carattere relazionale e di natura sociale;
  • ha un arcipelago di isole in acqua che qui unisce e non separa, come un ponte diffuso. 
Sant’Isepo

Venezia è teatro di vita e vita da teatro. Per questo di teatri ce n’erano tanti, volano di economia e artigianato perché erano luoghi non solo di rappresentazione ma di produzione che tutt’ora diffonde note e trasposizioni di vita nel mondo. Il centro del teatro? Era il foyer, termine che non ha solo assonanza ma anche l’etimo nel fogher perché era il focolare della comunità, circondato dai palchetti che erano stanze della casa comune, il teatro come casa e famiglia dunque. 

La prima storia è opera di foresto che ha deciso di diventare veneziano, si è insediato a Venezia dove lavora per realizzare il sogno di restituire alla città un suo figlio legittimo: il teatro San Cassiano, primo teatro barocco al mondo, un gioiellino di scienza e tecnica espressione di sapere tecnico convergente sulla cultura umanistica. Ne ha studiato la fisionomia fino a elaborare un progetto dettagliato, controllato in quei minimi particolari acustici che ne fanno uno strumento. L’avrebbe voluto dov’era e com’era, non c’è riuscito. Ha continuato a sognare e cercare un altro sito ma ogni volta ha trovato qualche impedimento, tipico dell’indole conservatrice di una città che ha ritmi lenti a cui il cambiamento non è esente. 

La seconda bella storia è quella del diruto squero di sant’Isepo dove dimora come un fantasma dell’opera la tenacia dei veneziani indisposti ad accantonare l’imperativo categorico del voghemo, voghemo, che el nostro onor xe scomenzà dal remo (voghiamo, voghiamo, che la nostra gloria è cominciata dal remo). 

Pianta architettonica del teatro di San Cassiano

Con una mossa furbesca per sé e dannosa per la città il sindaco è riuscito a costruire un’arena e a catapultarvi dentro i due sognatori che in omaggio alla moeca non si son sono persi d’animo e, più che da gladiatori si sono dimostrati pronti a battersi da leoni, non l’uno contro l’altro ma ciascuno per il proprio progetto da sogno.

Il sindaco ha per l’ennesima volta abdicato dal suo ruolo che è quello di risolvere conflitti e non alimentarli, di governare le dinamiche in atto piuttosto che ingarbugliare le questioni. Invece ha optato per la mossa del cavallo (che speriamo finisca per mettere sotto scacco lui e non la città) offrendo a Paul Atkin (facoltoso imprenditore di successo e musicologo che ha venduto i beni ma non l’anima, versata per intero in un sogno realizzabile che può farsi realtà da sogno) lo squero di Sant’Isepo della S.M.S.C.C. che sta per Società di Mutuo Soccorso Carpentieri e Calafati, acronimo lungo come la sua storia nata con la donazione di un cittadino illuminato nella prospettiva di valorizzazione di un bene privato in funzione del bene comune. Di questo tipo di donazioni ne abbiamo vari esempi in città come la Fondazione Querini Stampalia o il complesso del Giustinian, dove la popolazione deve oggi battersi in difesa dei nobili intendimenti originari dei donatori. 

Brugnaro ha pensato bene di vendere un bene di cui sembra non avere il pieno possesso, un po’ come Totò con la fontana di Trevi. È rimasto dietro le quinte e ha spinto in scena i due ignari attori, costretti a recitare una parte che non è la loro. Bene ha fatto Atkin a smuovere le acque con una uscita pubblica che ha provocato un dibattito che può tornare utile a tutti se si saprà diradare la nebbia della disinformazione e avviare a un serio confronto sull’idea della città che vogliamo, una città in cui abbiano il medesimo diritto di asilo il suono dell’acqua accarezzata dai remi, il ritmo degli utensili che lavorano il legno, le melodie del canto d’opera. Rimbocchiamoci le maniche e riportiamo a casa dall’esilio a cui è costretto il dialogo, perché non di recita si tratta: ne va delle sorti della città. Entrambi i progetti si possono e si devono fare.

Per Venezia e per San Marco, alzaremi … e poi con quelli in mano difendiamoci da chi vuole negare di Venezia la vitalità, ma quale moribonda Venezia è viva e vegeta, lo dimostrano queste due belle storie di volontariato

Il sito dall’alto

PS

Non è facile far venir fuori una brutta storia mettendone insieme due di belle ma il sindaco Brugnaro c’è riuscito, dimostrando che Venezia più che della sostenibilità sia diventata capitale dell’iperbole e del paradosso. Nella città che tra le tante altre cose ha dato i natali al carnevale, dietro l’ostentata maschera del “vorrei ma non posso” è celato il “potrei ma non voglio” di un sindaco che chiede sempre maggiori poteri a scapito della riduzione dei margini di democrazia e partecipazione ma quando li ha non li esercita. Venezia si conferma città capoluogo d’unicum ma oggi non lo è nel senso della unicità d’habitat di uomo e natura, ma in quello di un uomo solo al comando. In questi anni la città è stata privata di collegialità nelle sedi istituzionali con una giunta ridotta al rango di una corte (in cui sembra finalmente serpeggiare scontento per l’eccessivo protagonismo), con un consiglio comunale soffocato da un regolamento che concede la parola per pochi minuti ai consiglieri e senza limiti a sindaco e amministratori, con municipalità private delle deleghe e ridotte a simulacri di amministrazione decentrata, con una città metropolitana ridotta a conferenza di servizi e centro di concessione di opportunità a chi è più reverente. A Venezia si è accumulato un deficit strutturale di cultura politica, che è necessario colmare per concepire una nuova idea di città su cui costruire oggi il domani.

Seguono le interviste a Paul Atkin e Cesare Peris

Immagine di copertina: Il teatro di San Cassiano disegnato da Jon Greenfield

Storie d’uomini e di santi ultima modifica: 2023-04-21T18:43:13+02:00 da GIOVANNI LEONE
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1 commento

Marco Zanetti 22 Aprile 2023 a 7:20

E poco più in là c’è l’area dell’ex cantiere Actv … ancora in attesa che si avvii un concreto riutilizzo in cui convivano assieme residenza e diverse altre cose, anche teatri, se hanno gambe buone!

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