Storie di ordinario orrore nelle carceri americane

MARCO CINQUE
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LaShawn Thompson era un trentacinquenne della Georgia. Joshua McLemore aveva 28 anni ed era residente nell’Indiana. Due giovani finiti in carcere senza essere stati ancora giudicati e condannati di alcun crimine, ma che lì hanno trovato la morte: il primo malnutrito e letteralmente mangiato vivo da cimici e pidocchi, il secondo, affetto da schizofrenia, lasciato appassire tra i suoi escrementi in una cella imbottita.

Secondo i dati di Prison Policy Initiative gli Stati Uniti hanno il tasso di incarcerazione più elevato del mondo, con 565 arresti ogni 100mila abitanti e oltre due milioni di persone rinchiuse nelle 1566 prigioni statali, 3116 carceri federali, 1323 istituti penitenziari minorili, 181 centri detentivi per immigrati e ottanta prigioni tribali delle Riserve indiane, dov’è “ospitato” un quarto dell’intera popolazione carceraria del pianeta.

LaShawn Thompson

LaShawn  era un ragazzone African American incensurato che lavorava in negozi di generi alimentari. Accusato di aver partecipato a una rissa è stato rinchiuso nell’affollato carcere della contea di Fulton, dove già l’anno precedente il Southern Center for Human Rights (SCHR) aveva denunciato i maltrattamenti e la morte per malnutrizione di dieci detenuti nel corso del 2022. Ciò significa che nel penitenziario di Fulton i detenuti sono sistematicamente sottoposti a un’alimentazione insufficiente, se non addirittura affamati.

LaShawn Thompson

Le fotografie della cella e del cadavere di LaShawn  fornite da Michael Harper, l’avvocato di famiglia, sono agghiaccianti: mostrano una cella in condizioni indicibili e il detenuto ridotto pelle e ossa, letteralmente ricoperto da insetti e cimici che hanno banchettato sul suo corpo fino ad ucciderlo, dopo i tre mesi in cui è stato lasciato in condizioni disumane. “E’ assolutamente orribile” – ha affermato Harper in una conferenza stampa – “ in quella cella non potevano starci neanche degli animali, e praticamente l’hanno abbandonato lì. Dovevano trasferirlo nell’unità per l’osservazione medica ma questo non è mai avvenuto e l’hanno trovato morto, divorato dalle cimici”.

La famiglia di LaShawn è sconvolta, non erano nemmeno stati messi al corrente del suo arresto e l’hanno saputo solo quando sono stati chiamati per la morte del loro congiunto. Il fratello di LaShawn, Brad McCrae, ha chiesto di aprire un’indagine penale sulla vicenda. Quando ha visto le foto fornite dall’avvocato Harper ha detto:

Nessun detenuto dovrebbe essere tenuto in quelle condizioni.  Ho pensato alle immagini di Emmett Till (il ragazzo African American linciato nel 1955 per motivi razziali a Money, nel Mississippi) confrontando quelle foto. È stato straziante. Era difficile da guardare.

Joshua McLemore

Nell’industria carceraria degli Stati Uniti le condizioni disumane non sono però un’eccezione, ma una costante. Oltre al carcere della contea di Fulton, infatti, se ne denunciano molte altre, tra cui la causa intentata recentemente contro il comandante della prigione della contea di Jackson, lo sceriffo dell’Indiana Chris Everhart, il personale medico e l’Advanced Correctional Healthcare Inc., per aver lasciato, nell’estate del 2021, il 29enne Joshua McLemore in isolamento in una cella imbottita, senza finestre, water e lavandino per venti giorni, fino a che non è morto per malnutrizione e disidratazione. Joshua era un giovane tossicodipendente a cui era stata diagnosticata una patologia grave di schizofrenia, oltre all’abuso di meta anfetamine. Durante il suo ultimo ricovero in ospedale aveva reagito male, tirando i capelli a un’infermiera e questo è bastato per farlo immediatamente trasferire incatenato in una cella imbottita della prigione di Jackson, senza fornirgli le cure adeguate. Invece di ricevere l’assistenza medica di cui aveva bisogno, Joshua è stato lasciato morire nel modo più atroce che si possa immaginare.

La cella di Joshua McLemore

La cosa paradossale è che negli Stati Uniti, da una parte, molti detenuti muoiono di stenti e malnutrizione, dall’altra invece ci sono Stati federali e direzioni carcerarie che non permettono nemmeno il ricorso a una forma di protesta non violenta come lo sciopero della fame. Uno degli ultimi metodi coercitivi e brutali è infatti quello dell’alimentazione forzata inflitta a detenuti che rifiutano di mangiare. Emblematica la vicenda di Mohammad Salameh, prigioniero nell’unità H del carcere di Florence, costretto per 220 volte al trattamento chiamato “BOP”, dove veniva immobilizzato da cinghie e catene, in quella che avrebbe dovuto essere la stanza dei trattamenti medici. La pratica, umiliante e dolorosa, consiste nel legare il detenuto e infilargli una sonda nel naso fin giù allo stomaco, per iniettargli una pappa proteica. Certo è che oggi a Florence non potrebbe esistere né un caso Alfredo Cospito, né tantomeno sarebbe stata permessa la protesta, fino alle estreme conseguenze, a Bobby Sands in Inghilterra o a Ebru Timtik, Helin Bölek e Mustafa Koçak in Turchia.

Nei giorni scorsi, la vergognosa vicenda di Thompson era stata ripresa dal Washington Post e dalla CNN, poi rimbalzata nel resto del mondo. Simili atrocità inflitte in tempo di pace, dal governo di un paese che pretende di essere regola e righello per il resto del mondo in fatto di civiltà, è una cosa che non può essere tollerata né taciuta, perché in tal caso tolleranza e silenzio significano complicità.

Da The Guardian il video del trattamento disumano e dell’agonia di Joshua McLemore.

Storie di ordinario orrore nelle carceri americane ultima modifica: 2023-04-22T19:58:00+02:00 da MARCO CINQUE
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