Come costruire la città sostenibile

Un fil rouge lega due eventi, entrambi svoltisi lo scorso 20 aprile a Mestre. Il primo è la chiusura della seconda edizione di Upskill 4.0, il progetto della Fondazione di Venezia e dello spin-off di Ca’ Foscari Upskill 4.0.
ANTONELLA BARETTON
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Un fil rouge lega due eventi, entrambi svoltisi lo scorso 20 aprile a Mestre. Il primo, all’auditorium del museo M9, è la chiusura della seconda edizione di Upskill 4.0, il progetto della Fondazione di Venezia e dello spin-off di Ca’ Foscari Upskill 4.0, società Benefit di cui si è già dato conto in questa rivista quanto alla fase d’avvio.
In tale ambito sono stati presentati otto prototipi innovativi, concepiti da studenti di ITS, selezionati e coadiuvati dal personale di Upskill, per la creazione di progetti di digitalizzazione a servizio delle imprese artigiane del territorio. La presentazione dei prototipi è stata entusiasmante.

Il secondo evento è l’assemblea annuale dell’ordine dei dottori commercialisti di Venezia svoltasi al teatro Toniolo avente come tema “terzo settore e società benefit, nuove opportunità per i commercialisti”, con la presentazione quale “case study” della società Pieces of Venice, attiva in centro storico veneziano ed esempio emblematico di virtuosa coniugazione tra mondo profit e benessere comune a vantaggio degli stakeholder, tutte le parti implicate nel processo d’impresa.

Presentazione del progetto di Micromega

Entrambi gli eventi tentano dunque di elaborare e proporre una risposta compatibile con l’istanza “Venezia capitale mondiale della sostenibilità”, offrono esempi di valorizzazione di realtà economiche che trascendono la monocultura turistica, propongono modelli di sviluppo e di business allineati al concetto di E. S. G. (acronimo di environment, social, e governance) e alla Sustainable Strategy delle tre P (Profit, Planet, People).

Del resto, Fondazione di Venezia, da tempo attiva con progetti volti a sostenere l’alto artigianato, le eccellenze presenti nel territorio, anche con partnership prestigiose quali la Fondazione Cologni, e naturalmente con Ca’ Foscari, esplicita la propria mission di promuovere la rigenerazione urbana del territorio veneziano.

Dall’altro i dottori commercialisti sembra abbiano preso definitiva coscienza di essere il primo interfaccia dell’impresa che voglia (più o meno consciamente) avvicinarsi ai nuovi modelli di sviluppo sostenibile. Il titolo e il contenuto stesso dell’assemblea esprimono la volontà di avocare a sé stessi, a fronte di un mercato quasi saturo, specifiche competenze in termini di misurazione e rendicontazione della sostenibilità. Ma, ancora prima, di proporsi quali consulenti per nuovi modelli societari, compatibili con le istanze di cui sopra.

Capsule di Ramosalso (ITS Biella)

Si sente spesso parlare di società benefit.
Soprattutto da quando una nota utility ha cambiato improvvisamente ragione sociale affiancando alla nuova denominazione la parola “benefit”, evocativa di percorsi di riconversione al “non profit” e al terzo settore. In realtà occorre chiarire che trattasi di enti aventi finalità lucrative.

Le “benefit” sono una forma societaria introdotta in Italia – primo paese europeo ad adottarla! – per formalizzare la volontà dell’impresa di affiancare al tradizionale fine lucrativo uno o più obiettivi di “bene comune” a vantaggio degli stakeholder (altra parola che “addetti ai lavori” e profani hanno oramai imparato a conoscere e si sentono ripetere come un mantra!).

Nella BENEFIT COMPANY è centrale il modo, il “come” il profitto è generato dalla società, modalità dichiarata nello statuto. Il beneficio, non è necessariamente l’attribuzione di una liberalità, oppure attività realizzate in assenza di corrispettivo, (anche se certamente può esserlo), quanto l’attenzione dichiarata a seguire un certo “commitment”, un impegno a perseguire obiettivi ESG.

A oggi non vi sono vantaggi fiscali (se non un credito d’imposta riconosciuto in sede di costituzione, peraltro sembra non più rifinanziato). Sarà per questo che società benefit in Italia sono poco più di 2000 su un totale di 160.000 PMI. Se poi ci si concentra sul Veneto, al 31.12.2022 se ne contano 239. A Venezia, appena 19, la maggior parte già con oggetto sociale incline ad attività di welfare o incubatrici di start-up innovative.

Assemblea dell’Ordine dei commercialisti al Teatro Toniolo, Mestre

Il case study proposto dall’Assemblea dello scorso 20 aprile è dunque quasi un unicum nella città d’acqua, un territorio che – a prescindere e oltre i vuoti proclami dei fondatori della fondazione “Venezia capitale mondiale della sostenibilità” -, sarebbe morfologicamente e tradizionalmente vocato a tale attribuzione, potendo costituire eccezionale laboratorio per imprese “profittevoli” e al contempo “benefiche”, all’ambiente e alla comunità dei suoi abitanti.

Si tratta di impresa vincitrice del prestigioso premio “compasso d’oro nel 2020”, che realizza e vende manufatti di design utilizzando materiale riciclato presente in laguna come il legno delle “bricole” dismesse. I prodotti sono fortemente identitari, sia per la provenienza sia per l’iconografia, che rimanda appunto a pezzi di Venezia, quella autentica, artigianale. Esplicita l’idea di voler salvare la sopravvivenza della città delle “pietre” e delle “persone”: La lavorazione è affidata a giovani in difficoltà di una cooperativa del territorio, i prodotti sono tutti a filiera “cortissima”, prevedendo partnership – per esempio nel vetro – con imprese della gronda lagunare. Parte dei corrispettivi sono destinati a sostegno di iniziative volte al mantenimento del decoro del centro storico monumentale di Venezia e all’associazionismo locale. Non sfugga dunque lo stretto raccordo tra società benefit i temi della sostenibilità. Qui le tre “P“ di profitti, pianeta e persone, ci sono tutte.

Il tema dell’”upcycling”, della trasformazione di un oggetto facendone diventare un altro dall’uso diverso, addirittura dal valore accresciuto, accomuna anche molti dei prototipi ideati in seno al progetto Upskill.4.00, presentati all’auditorium lo scorso 20 aprile, dove ci si è concentrati, non già sugli aspetti formali di queste realtà virtuose, quanto sull’execution dei progetti.

Già in precedenza ytali ha dato conto, nell’ambito della fase di avvio dell’iniziativa, dell’utilizzo della metodologia del design thinking, applicata per la risoluzione di problemi di strategia, di organizzazione, di sviluppo di nuovi prodotti e servizi, che consente di prendere decisioni cruciali e strategiche promettendo di abbattere drasticamente i rischi connessi.

Orbene, nel corso dell’ultimo evento è stata fornita pratica dimostrazione dei risultati dell’applicazione del metodo in un contesto che ha il suo punto di forza nella creatività incorrotta dei giovanissimi, coniugata con le loro competenze digitali ma anche con le soft skills.

Si legge sempre più spesso di “competenze trasversali” che includono abilità sociali, linguistiche, comunicative, assertività e comportamenti che si manifestano a livello relazionale e personale. I prototipi presentati da Upskill.4.0 si declinano in un mix di hard e soft skills, a partire dall’individuazione delle cosiddette “user personas”, soggetti selezionati accuratamente (anche gli stessi competitor dell’impresa), intervistati in quanto osservatorio privilegiato di comportamenti e bisogni da trasferire nel prodotto da ideare.

Individuata l’esigenza, si elabora il progetto, lo si costruisce, modifica, confronta, se ne verifica la sostenibilità anche e soprattutto economica.

Tale progettualità ha consentito, tra le altre, lo sviluppo e la realizzazione di una vera e propria capsule collection per Ramosalso di Demis Marin, micro-impresa di upcycling sartoriale con punto vendita in area realtina. Indumenti rigorosamente usati, di fattura tradizionale, sono stati disarticolati, riassemblati, trasformati in capi contemporanei, genderless, portati infine in passerella in un entusiasmante fashion show dagli stessi ragazzi dell’Istituto Tecnologico Superiore ITS Tessile Abbigliamento Moda di Biella. È stato ideato un servizio digitale che permette ai clienti on line la customizzazione del modello prescelto, selezionato tra quelli caricati nel sito internet dell’impresa al fine di aumentare l’appeal del sito e ampliare il bacino dei clienti.

Il convegno al Teatro Toniolo su Terzo settore e Benefit

Analogamente, per Micromega, officina di occhiali rigorosamente tailor-made, la proposta si è declinata in una nuova esperienza di acquisto on line arricchita dell’opportunità di provare “a distanza” gli occhiali per quanti non si trovino in loco. Il prototipo prevede inoltre la creazione per Micromega di un suo filtro Instagram atto a consentire agli utenti di scattare foto con i modelli originali e condividerli nella propria community.

Altri progetti, con l’ausilio della realtà virtuale, consentono di apprezzare un interessante excursus tra passato e presente, tradizione e innovazione…
La fase successiva del progetto Upskill.4.0, di cui daremo parimenti conto, prevede la verifica della sostenibilità economica delle proposte, circostanza che può rivelarsi critica, anche tenuto conto delle micro dimensioni delle imprese coinvolte nel progetto.

Perché proprio qui sta il punto.

La qualifica di micro impresa (con fatturato sotto i due milioni di euro e media occupazionale inferiore alle dieci unità) accomuna pressoché tutti i soggetti imprenditoriali selezionati nel progetto Upskill.4.0 e anche il case study proposto dai Commercialisti veneziani.

La vera sfida è allora quella di consolidare queste realtà, di accompagnarle nella crescita, proprio in quanto soggetti apripista per la rigenerazione urbana e imprenditoriale del territorio. Diversamente si rischia il mero esercizio di stile.

Come costruire la città sostenibile ultima modifica: 2023-04-25T19:30:44+02:00 da ANTONELLA BARETTON
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