La Turchia verso il voto, pronta a voltare pagina

Elezioni parlamentari e presidenziali il 14 maggio. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan, in carica dal 2014 (e primo ministro dal 2003 al 2014), ha nuovamente annunciato la propria candidatura e dovrà competere con altri tre candidati, in quello che molti osservatori si aspettano che sarà un confronto molto serrato.
FRANCESCO VESPIGNANI
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Il 14 maggio la Turchia si recherà alle urne in una doppia elezione parlamentare e presidenziale per eleggere i membri della Grande assemblea nazionale turca e nominare il nuovo capo dello stato. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan, in carica dal 2014 (e primo ministro dal 2003 al 2014), ha nuovamente annunciato la propria candidatura e dovrà competere con altri tre candidati, in quello che molti osservatori si aspettano che sarà un confronto molto serrato. Nonostante il carisma e la popolarità del presidente, infatti, anni di cattiva gestione, un’economia disastrata e il carovita sempre più elevato potrebbero far cambiare idea a parte dell’elettorato. Un’opposizione più unita che mai potrebbe forse riuscire dove aveva fallito in passato.


I partiti avversi a Erdoğan, infatti, sono consapevoli che questa potrebbe essere la loro ultima occasione per scalzare il presidente, a capo di un regime da loro considerato sempre più autocratico e corrotto. A nessuno dei contendenti inoltre è sfuggito il significato anche simbolico di queste elezioni, che si tengono nel centenario della fondazione della Repubblica di Turchia nel 1923. Gli sfidanti che cercano di ottenere la poltrona presidenziale dal suo attuale possessore sono tre, ma solo uno di essi ha realistiche possibilità di vittoria.

Sinan Oğan

Tra i candidati minori, vi è Sinan Oğan, a capo della ATA o Alleanza Ancestrale, una coalizione di partiti secolaristi, marcatamente nazionalisti e anti-immigrazione, tra i quali spicca il Partito della Vittoria (Zafer Partisi), autore di una campagna al vetriolo contro i milioni di rifugiati siriani presenti in Turchia. Oğan è dato a poco sotto il tre per cento nella maggior parte dei sondaggi, e non sembra quindi avere nessuna possibilità di vittoria.

Muharrem İnce potrebbe avere invece più successo, ma potrebbe anche cadere nuovamente vittima della sua stessa hybris. İnce si presenta come candidato unicamente del suo partito, il Partito della Patria (Memleket Partisi), secolarista, populista e profondamente kemalista. Era già stato candidato presidenziale per il principale partito d’opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), alle elezioni del 2018, quando, dopo grandi (eccessive col senno di poi) aspettative, era stato sonoramente sconfitto al primo turno da Erdoğan. İnce quindi si ripresenta con il suo nuovo partito e la speranza di rimediare alla figuraccia di cinque anni prima, ma è accusato dagli altri partiti di dividere inutilmente l’opposizione (sembrerebbe che tutti tranne lui si rendano conto che non ha speranze) e, automaticamente, di aiutare il presidente attuale. Infatti, i sondaggi lo danno tra il quattro e il nove per cento, troppo poco per andare al ballottaggio ma forse abbastanza da consentire a Erdoğan di vincere al primo turno.

Manifestazione elettorale ad Ankara del Memleket Partisi

Chi per vincere avrà bisogno di tutti i voti dell’opposizione possibili è Kemal Kılıçdaroğlu, leader del CHP e candidato principale dell’opposizione turca riunita, l’Alleanza della Nazione, che raggruppa 18 partiti tra grandi, piccoli e insignificanti, oltre che avere il sostegno esterno di altri partiti per la corsa presidenziale. Kılıçdaroğlu, 74 anni, talvolta soprannominato il Gandhi turco per la sua pacatezza e la somiglianza fisica al leader indiano, è il leader del Partito Popolare Repubblicano dal 2010.

Nonostante sia un veterano della politica turca, la sua candidatura è stata inizialmente molto contestata perché è stata considerata da molti come una scelta personalistica a discapito di candidati con maggiori possibilità di vittoria, come i sindaci di Istanbul e Ankara, entrambi esponenti di spicco del CHP, o Meral Akșener, la leader dell’alleato Partito Buono (İYİ Parti).

Kılıçdaroğlu, infatti, è apprezzato per il suo carattere moderato e integerrimo, ma proprio per questo motivo è considerato svantaggiato rispetto a Erdoğan, oratore carismatico che comanda le piazze e dalla retorica aggressiva. Oltre a ciò, il candidato dell’opposizione è da alcuni considerato troppo arrendevole e immobilista, venendo talvolta additato come il responsabile indiretto della deriva autoritaria del presidente, a cui non ha saputo fare un’opposizione tenace, e impedendo al contempo l’ascesa di un leader più carismatico dai ranghi del proprio partito.

Kemal Kılıçdaroğlu incontra i suoi sostenitori a Smirne.

Per il suo programma e la sua campagna elettorale, Kılıçdaroğlu ha preferito adottare una retorica di inclusione e riappacificazione, anche a causa della sua immagine politica, dell’eterogeneità della coalizione che lo sostiene e della sua stessa identità personale (appartiene infatti alla minoranza religiosa alevita), in netta contrapposizione con la retorica polarizzatrice di Erdoğan che si rifà ad un’identità sunnita conservatrice e nazionalista.

Tuttavia, la principale forza di Kılıçdaroğlu rischia di essere anche la sua debolezza. I numerosi partiti che lo sostengono come loro candidato presidenziale, infatti, sembrano avere nulla o poco in comune oltre all’avversione nei confronti di Erdoğan. Già dalle prime riunioni della Tavola dei Sei, i principali membri dell’Alleanza della Nazione, era evidente come la volontà di cooperazione si scontrava con interessi diversi se non completamente divergenti.

Accanto al CHP, di tendenze social-democratiche, secolari e kemaliste (si tratta del partito fondato da Mustafa Kemal Atatürk nel 1923), il secondo partito principale è il già citato Partito Buono, di ispirazione più conservatrice e nazionalista (è infatti uno spin-off degli ultranazionalisti al fianco del presidente).

Altri partiti minori ma comunque rilevanti sono il Partito della Democrazia e del Progresso (DEVA) e il Partito del Futuro (Gelecek Partisi), conservatori liberali entrambi fondati da ex ministri di Erdoğan che hanno cambiato casacca dopo essere stati silurati.

Comizione elettorale a Konya del presidente del Saadet Partisi, Temel Karamollaoğlu

Emblematica di questa opposizione variegata è anche la presenza del Partito della Felicità (Saadet Partisi), formazione islamica ultraconservatrice il cui unico punto di contatto con gli altri sembra essere il desiderio di ritornare a un sistema politico parlamentare. Di secolarismo, diritti delle donne e di rapporti con l’Occidente si può sempre riparlare più tardi.

La più o meno apparente debolezza e poca coesione dei Sei era venuta allo scoperto ai primi di marzo, quando Kılıçdaroğlu decise di annunciare la propria candidatura senza consultare gli alleati. La sua alleata Akşener si ritirò dai Sei e sembrò che la traballante opposizione si sfaldasse da sola prima delle elezioni. Invece, lo strappo è stato diplomaticamente cucito, non solo riportando i “fuoriusciti” nel gruppo, ma convincendo altre formazioni, come i verdi, i comunisti e i socialisti, riuniti in un terzo polo chiamato l’Alleanza del Lavoro e della Libertà, a rinunciare a schierare un proprio candidato per sostenere implicitamente Kılıçdaroğlu.

Il lancio della campagna elettorale del HDP, sotto le insegne del Partito della sinistra verde. Quasi il 45 per cento le donne candidate.

L’apertura fatta dall’opposizione all’elettorato curdo e al partito che più lo rappresenta, il Partito Democratico dei Popoli (HDP), sembra aver avuto gli effetti sperati ma anche dei prevedibili contraccolpi. Una parte della charm offensive di Kılıçdaroğlu verso la minoranza del sudest del paese si rifà al richiamo all’inclusione, alla riappacificazione e alla riparazione dei torti subiti, un’altra invece riguarda il dialogo con il partito HDP, che alla fine ha accettato di non schierare un proprio candidato, seguendo uno schema già collaudato nell’ovest del paese in occasione delle elezioni municipali del 2019.

Il rovescio della medaglia deriva dallo status di paria politico del HDP, considerati i suoi legami con il PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, un’organizzazione considerata terrorista da Turchia, UE e USA. Associare il HDP, che con il suo 10-13 per cento dei voti potrebbe essere fondamentale, al resto della coalizione è stato estremamente problematico e controverso fin dall’inizio, in particolare a causa dell’aperto rifiuto del Partito Buono e di una più generale opposizione dell’elettorato.

Un comizio elettorale di Recep Tayyp Erdoğan

Al contempo, questa manovra è stata immediatamente sfruttata dal partito AKP del presidente e dai suoi alleati ultranazionalisti del MHP, che accusano l’opposizione di essere dei traditori in combutta con dei terroristi separatisti, visto anche la causa in tribunale iniziata nel 2021 per la chiusura del HDP, sotto accusa per legami con organizzazioni terroriste. Accuse parzialmente diluite dall’alleanza che l’AKP ha stretto con il braccio politico di Hizbullah turco, un’organizzazione terrorista curda islamo-nazionalista (non collegata all’omonima libanese).

In un clima di crescenti aspettative da entrambe le coalizioni principali, i due sfidanti Recep Tayyip Erdoğan e Kemal Kılıçdaroğlu si attestano attualmente entrambi tra il quaranta e il cinquanta per cento, rendendo decisivo il ruolo dei due candidati minori e il sostegno dell’elettorato curdo.

Nel caso in cui un candidato non riesca ad aggiudicarsi una maggioranza, si andrà al ballottaggio il 28 maggio.

Il presidente in carica ha facilmente vinto al primo turno nelle elezioni precedenti, ma questa volta i rapporti di forza sembrano più equilibrati. Fattori come gli effetti del terremoto, la crisi economica e l’inflazione hanno smosso meno del previsto un elettorato ormai fortemente convinto delle proprie appartenenze politiche in un clima molto polarizzato, rendendo ogni “defezione” da un campo all’altro potenzialmente decisiva. Sarà necessario osservare gli sviluppi nella zona colpita dal terremoto, dove molti sfollati non riusciranno a tornare per votare, e le pratiche della macchina elettorale, viste le accuse di brogli nel referendum del 2017 e l’annullamento dei risultati alle municipali di Istanbul nel 2019. Infine, qualsiasi sarà il nuovo capo dello stato, è probabile che si ritroverà con un’Assemblea nazionale variegata uscita dalle elezioni parlamentari con preferenze che potrebbero non rispecchiare i risultati della corsa presidenziale.

Immagine di copertina: Kemal Kılıçdaroğlu incontra i copresidenti di HDP, Pervin Buldan e Mithat Sancar, ottenendo la loro desistenza alla presentazione di un proprio candidato presidenziale.

La Turchia verso il voto, pronta a voltare pagina ultima modifica: 2023-04-26T15:41:47+02:00 da FRANCESCO VESPIGNANI
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