Teatro San Cassiano. Conversando con Paul Atkin

Appassionato musicologo di nazionalità inglese, venuto a vivere a Venezia per far resuscitare il teatro barocco che qui ha avuto i natali. ytali l’ha intervistato sulla vicenda che lo vede protagonista.
GIOVANNI LEONE
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Quella del San Cassiano, primo teatro barocco al mondo e primo teatro pubblico veneziano, è una vicenda bifronte in cui come in Giano convivono due facce. Qui vediamo la prima, dando la parola a Paul Atkin, appassionato musicologo di nazionalità inglese venuto a vivere a Venezia per far resuscitare il teatro barocco che qui ha avuto i natali.

Ri-nascere

Chi vuole cristallizzare Venezia e farne un museo, simulacro del glorioso passato che fu non ha capito che Venezia non è rappresentazione ma esperienza, che travalica lo spazio e il tempo. A un’altra è stato attribuito il titolo di città eterna ma è questa la città in cui dimora l’eterno presente dove in un tempo senza tempos’incontrano il passato in luce e il futuro in nuce. Non vuol dire che qui il tempo si è fermato, scorre solo più lentamente che altrove e, come in una dissolvenza, si vedono più immagini contemporaneamente: quindi Venezia è l’apoteosi della contemporaneità. È un po’ come le montagne, che sembrano essere ferme e invece sono in perpetuo movimento come onde, soltanto più lente, impossibili da immobilizzare.
In chiese e palazzi si possono vedere opere concepite per quel preciso spazio, sotto la medesima luce che dialoga oggi come allora con lo stesso ornamento dell’organismo architettonico. Ogni visita è rinascenza perché si ha il privilegio di percepire suoni e colori esattamente e integralmente originali, non copia. Nella chiesa di San Trovaso ho ascoltato un concerto suonato sullo stesso organo su cui Vivaldi aveva composto quella musica. Potevi chiudere gli occhi e andare indietro di qualche centinaio d’anni.
Del teatro San Cassiano mi ha intrigato che non aveva luogopur sembrando cosa fatta, navigava imperturbato tra rive d’utopia e realtà con destino preciso in Venezia. Ho poi capito che di rinascimento si trattava, una nozione propria di una città in cui ogni giorno si presenta puntuale lo stupore, fenomeno uguale e ogni volta diverso. Il teatro di San Cassiano è strumento d’ascolto incontrario al tempo e introverso allo spazio, come se l’ascoltatore si accomodasse dentro una cassa armonica per viaggiare in una macchina del tempo. È un’ambiziosa rivisitazione, verificata filologicamente e acusticamente, in cerca di un luogo in cui metter radici.
Venezia è una città complessa, tanti vincoli e troppe autorità le cui competenze spesso s’intrecciano e si sovrappongono. Cosa mi dici della tua esperienza con la città e i cittadini? L’amministrazione ti ha aiutato o ti hanno preso per un visionario?

Sono completamente d’accordo con la tua idea di Venezia, amo essere nello stesso posto in cui stavano i compositori della musica barocca. I tempi sono diversi, ma l’intento del progetto è di riassaporare il gusto dell’ascolto di un’opera del Seicento o del Settecento, rivivendo le emozioni.

La città ha reagito con curiosità e interesse per questo inglese pazzo con un progetto ambizioso e ardito. Sai bene come sono fatti i veneziani, vogliono subito dirti la loro, devo però riconoscere che mi hanno ascoltato con attenzione e pian piano abbiamo condiviso la visione di un progetto che non ha intenti speculativi. So che è difficile crederlo ma non è per business che siamo qui, è per passione. Lo dimostra il fatto che ho subito investito, rischiando in prima persona tempo e denaro, sostenuto dalla determinazione e dalla convinzione che Venezia merita questo teatro. Se il comune ha capito l’importanza del progetto lo vedremo ora che ho presentato la manifestazione di interesse, se assumeranno le decisioni conseguenti e sapranno superare gli ostacoli vorrà dire che hanno capito. Da parte mia è doveroso ringraziare il sindaco, il suo ufficio con il capo gabinetto Morris Ceron, mi sono stati messi a disposizione due dirigenti per lavorare insieme nella ricerca di un sito adatto. Ne sono grato. Dopo quattro anni di progettazione e altrettanti di ricerca del sito, lo abbiamo finalmente individuato. Da parte mia ho voluto espormi dando notizia che siamo pronti a partire con la costruzione del teatro com’era nel 1637, ora sta all’amministrazione dar seguito alla manifestazione d’interesse, credo di sì e lo vedremo presto.

Ti hanno proposto un unico sito o ti hanno dato una serie di opzioni e poi quello più adatto è stato individuato nello squero di Sant’Isepo?
In questi anni abbiamo guardato cinque, sei siti, alcuni proposti dal comune altri da noi. Il mio annuncio ha fatto scoppiare una polemica, sollevata oggi dagli stessi che ieri ci avevano contattato per vendere il sito. Approfondendo la possibilità con una due diligence abbiamo appreso che la proprietà è comunale. Ci siamo allora rivolti al comune chiedendo se il sito fosse disponibile einsieme alla conferma è arrivato l’invito a presentare una manifestazione d’interesse, segno di gradimento del progetto da parte del comune. Mi muove spirito positivo e costruttivo ma non possiamo aspettare oltre, c’è bisogno di partire. Già una volta abbiamo perso insieme al sito anche chi era pronto a investire venti milioni di euro e ti assicuro che non è facile trovare investitoriperché è opinione diffusa che a Venezia sia difficile se non impossibile costruire nuova architettura.

Perché avete perso questo sito?
In quel caso era stata la Soprintendenza a non dare il Nulla Osta. Questa è Venezia, sapevamo fin dall’inizio che non sarebbe stato facile e siamo consapevoli che è giusto proteggere una città che è tutta patrimonio storico, d’altronde noi non vogliamo distruggere né danneggiare nulla, solo aggiungere un tassello “conforme”. Sant’Isepo si presenta in stato di abbandono, da anni senza tetto e con i muri che cadono a pezzi, una disgrazia e una vergogna per la città. Era uno squero ma di fatto non lo è più, oggi è poco più che un rudere. Qui come in ogni squero c’erano bravissimi artigiani, i maestri d’ascia, gli stessi di cui abbiamo bisogno per fare il teatro, le macchine di scena, ecc. insieme ad altre figure come i pittori per le quinte, i costumisti, i maestri vetrai per l’illuminazione. Il nostro è un teatro con tutto l’indotto che ne consegue, fondamentalmente artigianale. Nel Seicento i teatri erano volano di economia, lo stesso può accadere oggi rilanciando questi bellissimi mestieri. Non vogliamo fare un museo ma valorizzare l’artigianato.

Encomiabile. Però, se hai avuto difficoltà tu a trovare un sito per il teatro pensa alle difficoltà degli artigiani, non ci sono più spazi a disposizione per attività che non siano legate al turismo, succede per le case che vengono destinate al mercato delle locazioni brevi, come per magazzini, capannoni  e depositi, ormai introvabili perché si preferisce far destinarli ad attività espositive per le quali ormai si usano anche i sottotetti degli edifici. Gli artigiani non hanno più una casa.
Hai ragione ma di squeri attivi in città ce n’è ancora per fortuna, in questo posto c’era uno squero che di fatto non c’è più, oggi vi lavorano due persone che ci siamo offerti di tutelare offrendo loro un lavoro, questo sito sta morendo. La storia da teatro è legata ai maestri d’ascia e per far sopravvivere quel mestiere c’è bisogno di lavoro, di qualcosa che dia loro l’opportunità di usare i loro strumenti e le loro conoscenze. Noi possiamo dare il nostro contributo per creare lavoro.

Progetto del Teatro San Cassiano. Modello

Ri-suscitare

Questo è certamente un intento positivo, però Venezia è anche la città dei miracoli, la città di Davide contro Golia, la città in cui l’uomo è riuscito a insediarsi e vivere in un ambiente ostile e a trasformare le difficoltà in successo dimostrando di possedere straordinarie doti di resilienza in grado di ribaltare destini che sembrano inevitabili. Il destino qui può ribaltarsi improvvisamente. Lo squero fondato nel 1884 da Domenico Tramontin a Ognissanti sul rio dell’Avogaria era l’ultimo rimasto dei tre contigui che si vedono nella pianta di Venezia di Antonio Maria Corelli del 1697. Sembrava destinato alla chiusura ma poi due giovani squeraioli si sono rimboccati le maniche e l’attività ha ripreso vigore, abito lì vicino e quando passo in barca e vedo il cantiere pieno di gondole tirate a secco mi si scalda il cuore. Allo squero di Sant’Isepo ci sono difficoltà e non sono i soli ad averne, ma non si può mai dire, di sicuro manca un’azione di sostegno pubblica a questo tipo di attività artigianali che si vogliono cancellare, come gli abitanti.
D’accordo, voglio però essere chiaro su un punto: sono i Calafati ad averci contattato per vendere il sito ed è da quel momento che abbiamo cominciato a lavorare sulla fattibilità del progetto in quel sito.

Cosa chiedevano? Soldi o erano in cerca di aiuto e soluzioni per salvare l’attività?
Hanno chiesto soldi ma il problema è stato che ci siamo accorti che avevano solo un usufrutto finito nel 1971, quindi volevano cedere qualcosa che non era loro ma senza andare via. Come si può vendere una casa e poi rimanere dentro? Di più: dato che siamo sensibili alla necessità di sostenere i maestri d’ascia e nonostante non potessero accampare diritti, abbiamo offerto lavoro ai due lavoratori che oggi non riescono neanche a pagare l’affitto e ci siamo offerti di finanziare una scuola di voga. La proposta è stata rifiutata, e si trattava di una somma importante. Quello che sta succedendo è inspiegabile se non per ragioni politiche che non c’entrano niente con la salvaguardia del sito o dell’attività.

Il teatro San Cassiano ha a che fare con la storia di Venezia, è nato qui ed è giusto che qui rinasca, in un momento di grande interesse per il teatro barocco. Per promuovere la letteratura inglese è stato fatto a Londra lo Shakespeare Globe (si tratta di un teatro elisabettiano aperto al centro, ricostruito dalle rappresentazioni del teatro originario andato a fuoco, un altro esempio dello stesso tipo di teatro è stato realizzato a Roma a Villa Borghese NDR). Il teatro londinese è una ricostruzione quanto più possibile fedele all’originale teatro in cui Shakespeare faceva le sue rappresentazionisulla base delle stampe d’epoca, sole informazioni disponibili,realizzato a poche centinaia di metri. L’opera barocca è nata a Venezia che ha fatto un grande dono al mondo ed è giusto ricambiare facendo rinascere qui il teatro barocco, di nuovo il primo perché non ce n’è altri al mondo. 

Il sito dello squero di Sant’Isepo non mi sarebbe venuto in mente se non fossero venuti da me per venderlo, poi ho scoperto che non sono i proprietari perché è del comune, a quel punto ho sentito il comune che mi ha invitato a fare la manifestazione d’interesse, la presento… e vengo accusato di uccidere la tradizione veneziana dei maestri d’ascia e della voga. Queste sono situazioni paradossali che danneggiano la città perché scoraggiano gli investimenti.

Progetto del Teatro San Cassiano. Rendering

Polis e politica

La questione è che ti hanno messo in mezzo. Da quello che dici pare che entrambi i “contendenti” abbiano cercato di vendere qualcosa che non era nel loro pieno possesso. Sentirò poi cos’ha da dire la Società di Mutuo Soccorso Carpentieri e Calafati.
Il problema in città è che manca l’interlocuzione, si combatte per la sopravvivenza con un’amministrazione accentrata su un Sindaco incapace di rappresentare l’intera cittadinanza e di costruire insieme agli abitanti un’idea di città, un sindaco che intende governare la complessità delle dinamiche tipiche di Venezia d’imperio imponendo la sua visione che è di tipo estrattivo, basata sul massimo sfruttamento del turismo che s’intende gestire solo per far cassa. Lo dimostra il fatto che ha a disposizione strumenti che non utilizza come la possibilità di regolamentare le locazioni brevi, un sindaco che la maggioranza degli abitanti della città lagunare non ha votato e che a loro ha giurato vendetta alla conferenza stampa seguita alla sua elezione. Gli abitanti diminuiscono inesorabilmente per l’assenza di politiche per la casa, al tempo stesso crescono i posti letto per turisti nonostante una delibera di facciata che sembrava voler impedire la costruzione di nuovi hotel e non lo ha fatto. Il ruolo della politica è di dialogare con tutti, ascoltare, far sintesi, indicare un orientamento per risolvere. Questa vicenda conferma che c’è un deficit sul piano politico.
Il problema non è il tuo progetto né l’agguerrita difesa di uno spazio che, anche se diruto, è simbolico della resistenza dei cittadini; il problema è nel nodo che si è voluto generare ingarbugliando la vicenda senza mediare ma, al contrario facendo irrigidire le posizioni senza giocare un ruolo positivo, costruttivo e propositivo come sarebbe giusto facesse l’amministrazione cittadina. Lo dico solo a mo’ di esempio ma lì vicino ci sono gli ex cantieri ACTV non era ipotizzabile realizzare lì il teatro o spostare lì lo squero? Per ogni area che potrebbe essere trasformata e rigenerata l’amministrazione continua sempre e solo a proporre case di lusso (magari da mettere sul mercato delle locazioni a breve termine) o strutture ricettive. Lo dimostrano proprio nel sestiere di Castello le vicende degli ex gasometri o quella delle case ERP (Edilizia Residenziale Pubblica) di Sant’Anna. Questo è il problema di Venezia, si provocano i cittadini determinando situazioni di stallo anziché avviare dinamiche partecipate alla ricerca di soluzioni concordate, condivise e quindi praticabili.

Premesso che di politica non m’interesso, sono d’accordo sulla necessità di dialogare, tanto che prima dell’uscita dell’articolo ho scritto a Cesare Peris (presidente della Società di Mutuo Soccorso Carpentieri e Calafati NdR) per dirgli che possiamo ancora lavorare insieme, gli ho detto che per quanto le nostre strade siano diverse condividiamo la passione per lo stesso soggetto, Venezia, per questo dovremmo stare dalla stessa parte e non su fronti opposti. 

Abbiamo esaurito tutte le ipotesi di sito sul tappeto e non possiamo perdere altro tempo e denaro, rischio di essere costretto ad accettare gli inviti ricevuti da altre città e andare via. Il problema nella ricerca del sito è l’altezza che deve avere il teatro, se un sito adatto come questo privo di copertura diventa un problema che speranze ho di fare qualcosa altrove? Un sito non va bene per una ragione, l’altro per un’altra, se non mi si fa costruire neanche al posto di quello che è praticamente un rudere dovrò mio malgrado prendere atto che non c’è margine per “fare” a Venezia e riconoscere che è impossibile operare qui.

Progetto del Teatro San Cassiano. Modello

Ritengo che il tuo progetto sia un’opportunità per Venezia a condizione di qualificarlo oltre che nel merito (la costruzione del teatro barocco) anche nel metodo (concertazione), cercando la collaborazione della cittadinanza e se non è possibile cercare un altro sito per il teatro (e mi pare impossibile) provare a cercare una collocazione alternativa per lo squero con un edificio di pari valore che consenta a una società senza scopo di lucro di proseguire la propria attività benefica.
Invece, proporti un’area su cui grava un disaccordo e un probabile contenzioso vuol dire andare allo scontro e portare al fallimento il progetto, fosse solo per i tempi biblici delle controversie giudiziarie in Italia. Il comune dovrebbe entrare nella partita avviando una contrattazione trasparente per definire un percorso che consenta di ricomporre in un quadro unitario le conflittualità tipiche della città, di ogni città, e di Venezia in particolare. Io credo che il comune debba assumersi le proprie responsabilità e il ruolo che gli compete, dialogando con le parti e non ho detto l’amministrazione ma il comune, collegialmente, a partire dalle commissioni.

Ascolto quel che dici ma non ho familiarità con la politica e voglio restarne fuori. Certamente però questo è il momento in cui il sindaco può e deve esercitare la sua leadership per risolvere i malintesi di una situazione assurda perché – lo ripeto – non vogliamo indebolire l’artigianato veneziano ma rafforzarlo. Dico però una cosa: l’investimento che ho fatto è rilevante dal punto di vista economico e anche dal punto di vista mio personale dato che ho venduto le mie attività per dedicarmi interamente a questo progetto in cui credo fermamente, non sono andato in vacanza ma continuo a lavorare senza un reddito da otto anni e non posso andare avanti così. Sono stato contattato sia da Londra che da Parigi per realizzare lì il progetto con un investimento di cinquanta milioni. L’altro giorno ero a Parigi e il vicesindaco è venuto subito a incontrarmi, vogliono il progetto anche se non c’è nessuna correlazione diretta tra il teatro barocco e Parigi se non che la capitale francese è oggi il centro dell’opera barocca e se lo avessero diventerebbero il centro mondiale di questo tipo di teatro. Non è meglio e più giusto far diventare invece Venezia nuovamente il centro dell’Opera barocca come lo era in origine? A me pare che ne abbia i titoli ma specialmente il diritto, il teatro barocco è nato qui ! Offriamo trecento posti di lavoro per giovani veneziani che sarebbe un incentivo a non andare via!

…e finalmente non sarebbero posti per il turismo, abbiamo giovani laureati costretti a fare i guardia sala nei musei o alla Biennale se non a lavorare in bar e ristoranti, quello che proponi invece è più di un lavoro perché richiede professionalità, è un mestiere non solo un lavoro e rilanciare l’artigianato a Venezia è cosa buona e giusta.
Ti chiederai chi me lo fa fare, perché faccio tutto questo. Lo faccio perché sento di avere un debito nei confronti dell’Italia e di Venezia, una città in cui credo al punto da venire a viverci. È grazie all’Italia che sono un musicologo, non potrei vivere senza l’opera italiana, la musica italiana, gli autori italiani, la musica sacra italiana, senza Monteverdi, Vivaldi, tutti i grandi da Puccini a Verdi, li ho studiati tutti con l’attenzione che meritano. E poi ho tanti amici italiani, ho incontrato mia moglie in Italia e abbiamo vissuto insieme per la prima volta qui. Per questo mi sento in dovere di offrire qualcosa all’Italia, per riconoscenza al tanto che ho ricevuto, nessuno mi ha chiesto di fare tutto questo sacrificio. L’ho fatto anche spinto dal successo che ha avuto lo Shakespeare Globe di Londra che oggi è nel passaporto del Regno Unito. Il San Cassiano dovrebbe stare sul passaporto italiano, lo merita perché è un tassello importante della vostra storia. Mi ritrovo a combattere solo contro tutti senza motivo perché il progetto è unanimemente apprezzato, la polemica è nata per motivi politici che non c’entrano nulla con me e con il mio progetto, da non credere. Non sono disposto a rinunciare a un sogno per entrare in un incubo che è fuori dal mio controllo e dalla mia volontà. Sono andato in Lussemburgo alla BEI (EuropeanInvestment Bank) e si sono detti interessati a investire sul progetto, al tempo stesso hanno avanzato dubbi sulla possibilità che si possa realizzare a Venezia, perché c’è sempre qualcuno che blocca, non parlano del comune ma dei veneziani. Continuo a non volerlo credere e spero di non dovermi ricredere.

Paul Atkin

L’arte del fare e la cultura del progetto

La tua passione ti fa onore e hai detto una cosa importante “solo contro tutti” e in effetti sembri un gladiatore che si trova nell’arena involontariamente, ti ci hanno buttato dentro. Personalmente vedo a Venezia un deficit culturale che è paradossale se pensiamo alla sua storia: c’è carenza di cultura politica e di cultura del progetto. Lo dimostra questa vicenda insieme a tante altre, come quella recente di un mega impianto sportivo con stadio e palazzetto dello sport che per il solo fatto di piantarci alberi tutto intorno venga chiamarlo Bosco dello Sport e si pretenda di considerarlo un intervento campione di sostenibilità. Al contrario, riconosco al tuo progetto doti di qualità, fa pensare a uno strumento e viene in mente la vicenda dell’opera Prometeo cha tanta sofferenza ha provocato a un veneziano doc come Luigi Nono che ne era l’autore, opera con scene di Emilio Vedova, testi di Massimo Cacciari e l’arca progettata da Renzo Piano, macchina scenica straordinaria installata dentro alla chiesa di San Lorenzo, autentico strumento musicale che accoglieva pubblico e musicisti variamente distribuiti nello spazio. Dopo la rappresentazione a Milano per il teatro a La Scala la struttura giace da allora in un magazzino a Milano, si era disposti a regalarla a Venezia per installarla nella chiesa sconsacrata di San Lorenzo dov’era stata rappresentata l’opera, ma la donazione non è stata accettata, una delle grandi occasioni perdute di Venezia. Follia.
Nonostante tutto credo però che la resa non sia un’opzione, occorre insistere e alla fine i risultati arrivano, lo auguro tanto al teatro che ai battaglieri residenti resistenti.

Ti ringrazio di cuore per le tue parole, Giovanni. Da parte mia sono costretto a insistere perché devo andare avanti, ma voglio chiarire che non voglio combattere contro nessuno, preferisco parlare davanti a uno spritz, certo mi piacciono le sfide e non mi sottraggo al gioco, ma se qualcuno in tutta questa storia vuole combattere, quello non sono io. La sostenibilità è anche stavolta fondamentale, non è una parola vuota, ma un principio attivo, operativo: come il turismo dev’essere sostenibile per la città e i cittadini, così la gestione di progetti impegnativi come questo dev’essere sostenibile economicamente e civicamente, mettendo i veneziani al primo posto. Abbiamo già lavorato con più di trenta società veneziane, perché vogliamo radicare il progetto qui, come dimostrano i trecento posti di lavoro che offriamo. Prima i veneziani e soprattutto i giovani veneziani, partiamo dal passato per pensarenon solo al presente ma al futuro. Servono artigiani, serve personale per la gestione, c’è poi un piccolo ristorante, servono tante professionalità. Abbiamo mille opportunità per dare lavoro a vari livelli. Dobbiamo farcela a dimostrare che Venezia è ancora grande com’è stata, e lo è stata perché è una città di mercanti, dedicata al commercio, esattamente come Londra, questo non vuol dire che dobbiamo vendere la città ma dobbiamo uscire al mondo per vendere il meglio della nostra città, per far crescere le idee, dobbiamo trovare il modo per far crescere nuovamente la popolazione.

Sono d’accordo con te ma dissento quando fai l’esempio del ristorante. Di ristoranti e bar con tavolini che riempiono lo spazio pubblico ne abbiamo già troppi, non se ne può più. Giusto piuttosto trovar modo e occasioni per valorizzare il saper fare degli artigiani veneziani, la loro straordinaria capacità che andrebbe esportata come modello produttivo perché l’artigianato si sposa alla creatività, altro tratto tipicamente italiano che ha generato lo stile italiano la cui qualità più che nel risultato risiede nel modo di fare. Farlo sarebbe,quello si, voltare pagina  anche dal punto di vista degli investimenti economici. Qui abbiamo avuto l’Arsenale che era un centro organizzato con una produzione in serie di tipo industriale ma con modalità artigianali, anticipazione e modello d’industria più avanzato dell’attuale perché meno meccanico, meno alienante. Venezia potrebbe essere il luogo in cui si conciliano grandissimi progetti con una mentalità e capacità produttiva artigianale che lasci al singolo margini di libertà di espressione. Questo dovremmo fare: interpretare la vera qualità di Venezia che è di natura dialettica e relazionale.
Hai detto tutto meglio di me Giovanni. Hai detto del teatro come strumento e hai ragione. Aggiungo che il teatro è anche una barca, pensa ai tecnici che si muovono dietro le quinte tirando le corde come fossero cime che al posto delle vele manovrano scene. La macchina teatrale funziona come una nave.

Lo so bene, con la graticcia, i rocchetti, i tiri. Dopo avere diretto la ristrutturazione del teatro Toniolo di Mestre ho realizzato l’Auditorium del centro Culturale Candiani che stava in uno spazio difficile, strano, con gli spettatori su di una doppia gradonata opposta e la soluzione lì è stata di rinunciare a nascondere la scena facendo accomodare lo spettatore al suo interno, vicino a tiri e corde. A Mestre mi sono sentito ospite in casa d’altri, nella casa della cittadinanza e ho capito il perché della tradizione veneziana con tanti teatri di diverso tipo in tutta la città: il teatro è la casa della comunità, tu m’insegni che la parola foyer viene da fogher che è il camino, il focolare attorno a cui si raccoglie la famiglia e il teatro era il focolare della comunità in cui tutti i veneziani venivano e avevano i palchetti assegnati alle famiglie, ogni famiglia il proprio palco.
Questo è esattamente il nostro modello. Il modo di finanziare il progetto è proprio quello del Seicento dove ogni nucleo familiare prende un palchetto e gli dà il nome, era un modo di finanziare il teatro. Ti faccio notare un’altra peculiarità del San Cassino: i teatri però a quel tempo erano privati, stavano nei palazzi e le rappresentazioni a inviti, il teatro San Cassiano è stato il primo teatro pubblico al mondo, aperto a tutti facendo pagare un biglietto per finanziarsi, era un teatro della cittadinanza, un teatro popolare. Vedi com’è importante questo progetto sotto molti punti di vista? È la celebrazione di un processo virtuoso che ha portato al teatro moderno e il nuovo San Cassiano sarà un teatro aperto, dove i veneziani possono passare a bere un caffè con un amico, dove un veneziano può entrare durante il giorno e ascoltare le prove gratis. Non solo, vogliamo fare uscire l’opera dal teatro e la portiamo nelle scuole, grazie a un progetto a cui stiamo già lavorando con la nostra responsabile della divulgazione. Vogliamo fare delle rappresentazioni di una scena dell’opera mettendo insieme due giovani cantanti con un professionista, per poi portarli in teatro, con i nonni, i genitori, i parenti, i fratelli e le sorelle. Guardare giovani sul palcoscenico è un modo per riavvicinarsi all’opera barocca. La mia intenzione è di fare un vero teatro come seconda casa dei veneziani. Non un posto che intimidisce, lontano, intoccabile, ma casa, spazio domestico in cui condividere insieme la bellezza in un teatro pubblico contemporaneo.

Traghettare

La qualità principale della città non sono i monumenti ma la dimensione sociale di carattere relazionale e quando dici “preferisco dialogare e bere uno spritz” dimostri di averlo capito celebrando la ciacola, che non va considerata solo riduttivamente come una chiacchierata superficiale, ma è il seme del dialogo, confronto, un rito che avviene spontaneamente di continuo incontrandosi in calle e nei campi. Concluderei la nostra di chiacchierata appellandomi al dialogo e alla natura di una città che ha affinato la capacità di affrontare e superare gli ostacoli senza aggirarli, grazie alla costruzione di ponti e dove non si possono costruire ponti mettendo una barca in acqua e facendone un traghetto.
Confidiamo nella volontà del comune di farsi ponte o traghetto tirando fuori dal guado questa vicenda e unendo entrambe le sponde: quella degli abitanti, che si sentono assediati e reagiscono resistendo all’assedio, per la sopravvivenza della città; con quella di chi in buona fede è portatore di una progettualità che può fare innovazione recuperando tradizione.

Immagine di copertina: Paul Atkin e il modello del Teatro San Cassiano.

Teatro San Cassiano. Conversando con Paul Atkin ultima modifica: 2023-04-26T11:17:18+02:00 da GIOVANNI LEONE
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1 commento

Fabrizio 29 Aprile 2023 a 15:23

Mi pare che sentendo una sola campana il lettore non possa giudicare con imparzialità. Le affermazioni contenute non sono del tutto veritiere. La SMSCC non voleva vendere assolutamente nulla ma affittare lo spazio. Lo squero in realtà è stato donato alla società alla fine dell’ottocento perché dal ricavato potesse fare mutuo soccorso. Il Comune potrà entrare in possesso solo quando la società si scioglierà e dovrà dare a sei famiglie povere di san Martino il ricavato dell’affitto. Vi chiedo che come avete fatto per Atkin si dia lo stesso spazio a Peris.

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