Iran, l’inarrestabile rivolta. Parla Shirin Zakeri

Da metà settembre invadono le piazze, scioperano e mettono in atto una serie di gesti di ribellione contro il regime, come le donne che scendono nelle strade senza il velo o si tagliano una ciocca di capelli in segno di protesta e di lutto per la morte di Masha Amini,
FEDERICA MERENDA
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La parola chiave del primo numero del 2023, il prossimo, della rivista Arel è devianti.
Chi sono i devianti? Soprattutto, chi e come stabilisce chi rientra in questa categoria? Chi protesta in Iran contro il regime è un deviante, negli anni Sessanta deviante era Franca Viola che rifiutò il matrimonio riparatore col suo violentatore, devianti erano Gesù e San Francesco. La rivista ha indagato la parola a tutto campo, dalla psicoanalisi all’economia, alla geopolitica, alla letteratura, al mondo queer e a quello social.
La Rivista sarà disponibile in versione web da martedì 2 maggio. A breve arriverà anche la versione cartacea, acquistabile online e nelle librerie Feltrinelli di Milano Duomo e Largo Argentina.
Del ricco e variegato ventaglio di articoli di questo nuovo numero, ytali ha il piacere di pubblicare in anteprima l’articolo che segue, ringraziando la direzione e la redazione di Arel per la gradita cortesia, che rinnova l’ormai consolidata collaborazione tra le due riviste.

Abbiamo intitolato questo numero della rivista Devianti per riferirci a tutte quelle persone che deviano, si allontanano o si ribellano alla norma sociale del contesto in cui sono inserite. In Iran sono devianti “le” e “i” manifestanti, che da metà settembre invadono le piazze, scioperano e mettono in atto una serie di gesti di ribellione contro il regime, come le donne che scendono nelle strade senza il velo o si tagliano una ciocca di capelli in segno di protesta e di lutto per la morte di Masha Amini, studentessa iraniana di origine curda scomparsa a ventidue anni a Teheran mentre era in custodia della polizia morale.

Quanto costa oggi essere devianti in Iran e da cosa traggono forza tutte queste persone, perlopiù giovani donne, che da oltre sei mesi continuano a ribellarsi nonostante la repressione del regime, che ha già arrestato più di trentamila persone e ne ha causato la morte di più di cinquecento?
La forza per queste manifestazioni viene dalle proteste precedenti e dalle testimonianze che ne sono rimaste nei social media, nei video che hanno sdoganato il gesto di ribellione al velo obbligatorio. E dalla consapevolezza, acquisita dalle generazioni più giovani, dell’intollerabilità della legislazione discriminatoria vigente in Iran. Tra le ondate di protesta precedenti una delle più importanti è stata quella dell’8 marzo 1979: una manifestazione femminista contro l’abolizione di tanti diritti delle donne tra cui la possibilità di diventare magistrate, l’introduzione della legge per cui la testimonianza di una donna in tribunale vale la metà di quella di un uomo, la preclusione per le donne dell’affidamento dei figli dopo il divorzio e del diritto all’eredità. Molte delle donne scese in piazza l’8 marzo 1979 avevano appena partecipato alla rivoluzione popolare antimonarchica – che non era solo islamista, ma aveva visto la partecipazione di tantissimi gruppi diversi – ed erano deluse dalla piega che stavano prendendo le cose. «Non abbiamo fatto la rivoluzione per perdere più diritti» era uno degli slogan dell’epoca. Successivamente, nel 1999 abbiamo avuto una nuova ondata di proteste, stavolta studentesche, in risposta al fatto che il governo riformista di Mohammad Khatami non aveva realizzato le riforme promesse. Ma la rivolta più importante è certamente stata quella del movimento verde del 2009: nasceva come manifestazione contro i brogli elettorali nelle ultime elezioni, ma ha innescato la miccia della protesta in favore della democrazia e contro il leader supremo. Per la prima volta dalla fondazione della Repubblica Islamica uomini e donne hanno urlato insieme a voce alta di essere contro il sistema dittatoriale. Dal 2009 a oggi ci sono state altre manifestazioni con le donne sempre in prima fila: le motivazioni sono state perlopiù di stampo economico e hanno coinvolto insegnanti e altri lavoratori e lavoratrici provati dalle difficoltà economiche causate anche dalle sanzioni. Nel 2017 sui social media si sono poi accese le proteste delle donne contro il velo obbligatorio. In quell’occasione una giornalista iraniana è riuscita a creare una fortissima campagna social contro l’obbligatorietà del velo, a partire dalla quale sono state sviluppate diverse pratiche e azioni, come i “mercoledì bianchi”: ogni mercoledì le donne, come simbolo di ribellione, indossavano un velo bianco e gli uomini alleati della protesta una sciarpa bianca. Un altro slogan che si diffuse all’epoca era «Il mio cellulare è la mia arma», che voleva sottolineare il grande potere che i social media possono avere nelle azioni di resistenza. Questo slogan si riferiva alla possibilità di riprendere con il cellulare chi insultava le donne che protestavano, denunciandolo pubblicamente.

Una donna in strada a capo scoperto, sfidando la legge iraniana sull’obbligo dell’hijab

Nella memoria di questa generazione di iraniani ci sono altri due importanti eventi degli ultimi anni: la manifestazione del novembre 2019 per l’aumento del costo della benzina, che è stata fortemente repressa con l’uccisione di numerosi manifestanti; e la caduta dell’aereo ucraino abbattuto dai missili iraniani nel gennaio 2020, che ha causato la morte di 176 persone, per la maggior parte giovani studenti iraniani. Sicuramente questa storia di lotte e proteste dà forza a chi scende in piazza oggi. Il costo è altissimo, lo sappiamo dal numero di arresti e condanne a morte, ma è importante sottolineare che non tutti si rendono conto delle conseguenze gravissime delle loro manifestazioni di dissenso, del rischio di potere essere accusati di moharebeh, inimicizia contro Dio, reato per cui è prevista la pena di morte. Le generazioni più giovani non conoscono il significato di questa parola. Chi ne è consapevole e scende in piazza comunque lo fa perché sa che non ci sono alternative. In Iran non c’è possibilità di protestare in modo pacifico, nonostante la Costituzione sancisca questa libertà in diversi articoli. Non esiste infatti alcuna via concreta per esprimere il dissenso e l’insoddisfazione. Per questo motivo in passato molti intellettuali, studiosi e politici si sono rivolti direttamente al regime per chiedere come potere esprimere il proprio dissenso senza essere considerati una minaccia alla sicurezza nazionale, ma non hanno ricevuto risposte adeguate.

“Leonesse” iraniane #مهسا_امینی #زن_زندگی_آزادی [da Twitter: Amir @amir_tak11]

Chi è che scende in piazza in Iran oggi? E le persone che non scendono in piazza cosa pensano, che opinioni hanno? Che parte di popolazione secondo lei non partecipa alle proteste perché dalla parte del regime e quanti e quante per paura di ritorsioni?
A scendere in piazza oggi sono donne, ma anche uomini studenti, lavoratori e insegnanti che appartengono a diversi gruppi etnici. C’è una grande intersezionalità in queste proteste, che non provengono da un gruppo sociale in particolare e riescono a coinvolgere anche i giovanissimi che utilizzano strumenti di protesta alternativi come le scritte sui muri. Non si tratta quindi di un gruppo ribelle coeso e organizzato, ma di diversi gruppi sociali. Da un’indagine condotta in tutto il Paese pare che l’84% degli iraniani sia d’accordo con le proteste. Molti di questi però non scendono in piazza, in parte perché hanno subito dure repressioni nelle ondate di protesta precedenti. Sicuramente molti non partecipano attivamente perché hanno paura, ma credo sia rilevante anche il fatto che non si riesca a intravedere al momento una prospettiva chiara rispetto agli obiettivi concreti della ribellione, alla leadership del movimento – che per adesso non esiste – e agli esiti possibili. 

Lo slogan principale della protesta è stato fin dall’inizio «Donna, vita, libertà», perché al centro delle rivendicazioni della piazza ci sono i diritti delle donne iraniane, che protestano contro il controllo sui propri corpi e sul proprio modo di apparire in pubblico. In diverse occasioni è stato sottolineato come non si tratti però di una protesta contro il velo, ma per la libertà di scegliere se indossarlo o meno. Potrebbe specificare meglio questa importante distinzione?
Tante donne che hanno partecipato alle proteste contro il velo obbligatorio hanno specificato di non essere contro l’Islam, ma contro la legge del 1983 sul velo obbligatorio approvata dal Parlamento iraniano. La Repubblica Islamica ha vissuto un periodo in cui il velo non era obbligatorio: questa è infatti una restrizione che è stata introdotta solo nel 1983. Tra il 1979 e il 1983 non esisteva dunque l’obbligo “legale o forzato tramite legge” di indossare il velo ma pian piano vennero introdotte tutta una serie di pratiche che lo resero costume: sempre più locali commerciali richiedevano il velo per consentire l’accesso e così le donne iniziarono a indossarlo sempre, normalizzando un’abitudine che sarebbe presto diventata un obbligo. Negli ultimi mesi anche tante donne che scelgono di indossare il chador hanno partecipato alle proteste per affermare il diritto di tutte le donne di potere scegliere come vestirsi. Lo slogan «Donna, vita, libertà» da cui è partita la rivolta ha aperto la strada a tante rivendicazioni, non solo quelle che riguardano il controllo del corpo femminile, e la ribellione, come dicevamo, è riuscita a coinvolgere anche tanti uomini. A questo focus sul diritto di scelta in merito al velo si sono aggiunte quindi rivendicazioni importanti, tra cui un cambiamento radicale dell’intera legislazione discriminatoria contro le donne, ma anche rivendicazioni che riguardano la giustizia sociale e la lotta alla corruzione. La rivolta sta assumendo dimensioni e obiettivi sempre più ampi e radicali e sembra che voglia mettere del tutto in crisi l’attuale regime politico, connotandosi come movimento pro- democratico. Una volta che si è aperto un tale varco non si può più tornare indietro. Il movimento Masha ha aperto gli occhi agli iraniani e alle iraniane su tante cose e ha fatto prendere al popolo coscienza della inaccettabilità di molte restrizioni. 

“Per Shiraz e Shahcheragh, per Zahedan e Sistan, Per Mahabad e il Kurdistan, per Ahvaz e Khuzestan, Per la pace di tutto il popolo iraniano” [da Twitter: ali karimi @alikarimi_ak8]

Come pensa che le giovani generazioni di donne iraniane vivano il rapporto con la consapevolezza della diversa libertà femminile nel contesto pre-rivoluzione khomeinista? Pensa ci sia una grande differenza di prospettive tra chi ha vissuto l’Iran prerivoluzionario e chi è nata dopo il regime?
Le più giovani generazioni non hanno vissuto il precedente cambio di regime, non hanno memoria esperienziale di quanto successo prima. I genitori di chi anima le proteste di oggi sono però gli iraniani e le iraniane che hanno partecipato alle proteste del 2009, sebbene alle loro si siano aggiunte oggi nuove rivendicazioni. Le donne che hanno vissuto in una società come quella dell’Iran tra il 1941 e il 1979 hanno sperimentato la libertà di scegliere il velo e quale velo e il ricordo di questa possibilità è stato trasmesso. Le donne dell’epoca non si aspettavano che il regime della Repubblica Islamica sarebbe diventato questo e adesso supportano la rivolta delle proprie figlie e nipoti. Non esiste conflitto generazionale in questo senso, anche le donne più adulte della media delle ragazze che scendono in piazza sono a favore dell’abolizione del velo obbligatorio. Naturalmente esistono anche iraniani che sono a favore del velo obbligatorio e della legge islamica, e che credono alla figura del Supremo Leader, Velayat-e Faghih, sebbene non siano la maggioranza della popolazione. Per capire la rivolta di questi mesi è importante notare che l’Iran è un paese giovane e altamente scolarizzato. Il tasso di alfabetizzazione in Iran negli ultimi anni è enormemente aumentato e oggi è sopra la media mondiale. La popolazione dalla rivoluzione del 1979 è triplicata, e l’età media è 32 anni. Quindi si può dire che la maggior parte della popolazione iraniana di oggi appartiene a una generazione che non ha partecipato alla rivoluzione del 1979. Molti, pertanto, dicono: «Non è la nostra rivoluzione! Vogliamo un modello diverso basato su democrazia, diritti sociali e giustizia». Il contesto è questo: oggi il 71 per cento di chi è al potere in Iran ha più di 60 anni e tanti di loro hanno addirittura più di ottant’anni. Una minoranza vecchia sta governando una popolazione giovanissima, che grazie a internet e ai social media ha rapporti costanti con il mondo al di fuori dell’Iran.

 

Il primo maggio di lavoratori di un impianto petrolchimico intorno a una tovaglia vuota, simbolo di una condizione salariale insostenibile.

A proposito dei social media, tra le armi di repressione utilizzate dal regime per contrastare la rivolta c’è stato il blocco della rete internet e di molte app di messagistica e social. Che impatto ha avuto questa strategia sulla vita delle persone in Iran e quanto crede sia rilevante rispetto a quello che noi, che viviamo in altri Paesi, sappiamo e non sappiamo su quanto sta avvenendo lì?
Il blocco di internet e dei social media è una strategia che era stata già attuata dal governo per reprimere le rivolte del 2009 del movimento verde, che ha usato moltissimo Facebook (che per questo motivo è stata una delle prime piattaforme bloccate). Inoltre, anche in occasione delle proteste relative al prezzo del petrolio nel 2019 il governo ha del tutto bloccato l’accesso a internet per qualche giorno. Ma il controllo del governo sulla rete non è davvero efficace perché tutti riescono ad avere facilmente a disposizione una VPN, ovvero una modalità di connessione che utilizza un server esterno al paese per potere accedere a contenuti e piattaforme bloccate in Iran. È da notare, inoltre, che tra le piattaforme bloccate c’è anche Twitter, su cui tanti politici iraniani sono in realtà attivi. Le applicazioni più utilizzate in questi mesi sono Telegram e Instagram. In particolare, le donne casalinghe seguono costantemente gli sviluppi su cosa succede nel paese tramite canali Telegram dedicati. La censura riguarda anche le telecomunicazioni: tutte le radio e le televisioni sono sotto il controllo del regime. Ma gli iraniani utilizzano il satellite per avere accesso sia a reti televisive estere che soprattutto a canali dedicati, indirizzati a loro con contenuti prodotti e trasmessi da dissidenti iraniani all’estero. Naturalmente la fruizione di questi contenuti è vietata, come lo è l’accesso ai social media, ma la pervasività di questi strumenti rende impossibile un controllo stretto. Lo stesso governo iraniano ha iniziato a utilizzare il satellite per trasmettere contenuti di propaganda fuori dall’Iran. Il blocco di internet e delle piattaforme ha quindi rallentato l’accesso alle informazioni ma non l’ha bloccato.

La sfida delle studentesse al potere dei turbanti

 E gli intellettuali che ruolo stanno avendo?
Un ruolo importante, ma perlopiù di appoggio esterno. Tanti accademici sono stati progressivamente espulsi dalle università negli ultimi anni, a causa dell’assenza di libertà di espressione, che rende la ricerca e l’insegnamento un mestiere difficilissimo. La censura ha reso nel tempo gli artisti iraniani molto creativi, perché sono costretti a trovare forme di espressione innovative per superarla – non è un caso se il cinema iraniano è così apprezzato e premiato in tutto il mondo – e lo stesso vale per gli intellettuali che sono ancora nel paese e per chi lavora all’università. 

Come ci ricordavi in riferimento alle ondate di protesta che si sono susseguite negli ultimi decenni, la storia recente dell’Iran è segnata dalle rivolte e dalle rivoluzioni e quella khomeinista ha stravolto completamente non solo il quadro politico, ma il contesto socio- culturale e i modi di vivere di un intero paese. L’aver vissuto l’impatto trasformativo così potente di una rivoluzione, sebbene in un senso completamente diverso, può essere collegato alla tenacia dei manifestanti e alla loro fiducia nella possibilità di un nuovo cambiamento radicale, di senso opposto?
È peculiare come tutte le manifestazioni avvenute in Iran dopo il 1979 siano una rivolta nei confronti di un movimento rivoluzionario. Utilizzo il termine rivolta perché quanto sta avvenendo in questi mesi a mio avviso non si può chiamare ancora rivoluzione. Magari lo diventerà. Per adesso non c’è ancora abbastanza partecipazione: per parlare di rivoluzione servono milioni di persone, come quelle che sono scese in piazza nel 2009. In quel caso le proteste avevano coinvolto soprattutto le città principali del paese, mentre in questo frangente le proteste si sono sviluppate innanzitutto in piccole città periferiche, coinvolgendone più di 160 e questa natura così frammentata e decentrata delle proteste le ha rese da un lato efficaci, in quanto difficili da controllare, dall’altro deboli rispetto alla capacità di coordinamento e strutturazione di una leadership. Al di là dell’appropriatezza con cui viene utilizzata, di certo però la parola “rivoluzione” è stata sdoganata in questo contesto, almeno nel linguaggio, per la prima volta. Questa parola non era stata mai utilizzata fino a ora perché nel contesto iraniano è negativa, evoca il regime khomeinista. Oggi per la prima volta viene utilizzata dai giovani che protestano perché le giovani generazioni non associano alla parola “rivoluzione” questo portato negativo e perché si sente il bisogno del potenziale radicale evocato da questo termine, principalmente a causa del fallimento di tutti i tentativi di cambiamento di tipo riformista. 

La memoria della rivoluzione popolare del 1979 e la successiva affermazione del regime khomeinista portano però con sé la consapevolezza del fatto che, anche se la rivoluzione avrà successo, non è facilmente prevedibile cosa succederà dopo. Non esiste ad oggi un gruppo di opposizione organizzato e capace di esprimere una leadership. Si tratta piuttosto di una costellazione di gruppi diversi che stanno al momento tentando di strutturarsi, particolarmente su spinta di dissidenti politici e attivisti che sono andati via dal paese. 

Una donna a capo scoperto in strada, sfidando la legge iraniana sull’obbligo dell’hijab, di fronte a una pattuglia della polizia.

A partire da dicembre si è diffusa sempre più la notizia di avvelenamenti di studentesse nella città di Qom ma anche in altre zone del paese. Cosa ne pensa di questa deriva?
Non so cosa pensare e non è ancora chiaro chi stia dietro a queste azioni. In Iran non c’era mai stato un tale attacco avente come target le studentesse nelle scuole. Inoltre, secondo l’articolo 3 della Costituzione, tutti devono poter leggere e scrivere, pertanto il diritto all’educazione di base delle bambine iraniane di per sé non è mai stato espressamente attaccato dal regime. 

Come vede l’evoluzione della situazione nei prossimi mesi?
Le proteste che si sono susseguite nel corso degli ultimi quarant’anni in Iran hanno reso sempre più evidente che il regime non è in grado di rispondere alle richieste del popolo. Per adesso non esistono delle figure che riescano a farsi mediatrici tra il popolo e chi sta al potere e, chi sta al potere, non sembra disposto ad ascoltare e accogliere le rivendicazioni di chi manifesta, e questo esacerba il conflitto. Una volta questo ruolo di mediazione veniva parzialmente ricoperto dai gruppi riformisti, che dal 2020 sono stati marginalizzati. Alle elezioni del 2021 non si è presentato nemmeno un candidato riformista e si può pertanto dire che quella parte politica ha del tutto boicottato le elezioni. Questo non ha aiutato l’affluenza, che è stata sotto il 50% con il 15% di voti non validi. La fazione riformista non ha quindi più credibilità tra il popolo, in quanto quando aveva avuto la possibilità di cambiare le cose o di realizzare le riforme promesse non ci è riuscita. Anche a causa di ciò i manifestanti oggi non credono più che questo sistema possa essere riformato e richiedono un cambiamento radicale. 

Per il resto, sebbene la partecipazione nelle piazze si sia sgonfiata nelle ultime settimane, gli iraniani nella diaspora sono molto attivi e sentono di dovere essere la voce del popolo iraniano. Chi vive nel paese ha già subito moltissime repressioni e, con un tasso di inflazione che supera il 50%, moltissime persone non possono permettersi di scendere in piazza perché devono letteralmente lavorare per mangiare. La situazione economica del paese è davvero un disastro. Questo non vuol dire che le proteste siano finite, ci saranno certamente nuove onde. E nel frattempo non si sono mai fermate le commemorazioni per i tanti lutti. Rispetto alla possibilità che questo movimento di rivolta si trasformi in una vera e propria rivoluzione va ricordato che anche l’esercito dovrebbe ribellarsi e, in Iran, al potere di questo si aggiunge anche quello delle guardie della rivoluzione, che sono un attore centrale. A protestare in questo momento sono civili senza armi. È cruciale però che l’elaborazione ideologica vada avanti: se vogliamo fare la rivoluzione, dopo, che sistema vogliamo instaurare? 

Iran, l’inarrestabile rivolta. Parla Shirin Zakeri ultima modifica: 2023-05-02T15:14:50+02:00 da FEDERICA MERENDA
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