I nuovi paradigmi del mondo del lavoro

Opportunità e penalità nella specificità veneziana.
MARIO BASSINI
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Questo primo terzo del 2023 ha, se possibile, messo ancora più in evidenza i nuovi paradigmi del mondo del lavoro, non solo giovanile. Sicuramente enfatizzati dalla pandemia e da quello che ne è seguito, i segnali erano già piuttosto evidenti anche prima.
Il prossimo congresso nazionale di AIDP, l’associazione che fa da riferimento per i professionisti del mondo delle “risorse umane”, ha recentemente usato un’espressione che riassume didascalicamente il rischio di questa situazione: “Grandi dimissioni o grande rassegnazione?”

La domanda appare lecita e la risposta non può che essere reattiva, anche perché di fatto, se è vero che negli ultimi due anni si è molto accentuata la mobilità delle persone in ambito lavorativo, più che di una fuga si è trattato di uno spostamento verso opportunità migliori, più rispondenti a una serie di nuovi bisogni emergenti ed emersi, molto oltre e al di là di quelli che potremmo definire basici.

I comparti colpiti dalla Great Resignation negli Usa (fino a novembre 2021): In ordine decrescente: Ospitalità e tempo libero 6,4%; servizi professionali 3,7; commercio, trasporto, utility 3,6; media degli abbandoni 3; istruzione e salute 2,8; edilizia 2,7; manifatture 2,3; altri servizi 2,3; beni durevoli 2,1; miniere, legname 2; informazione 2; attività finanziarie 1,7; settore pubblico e statale 1; governo federale 0,7.
La cause della Great Resignation negli Usa, in senso decrescente: basso salario 67%; limitate opportunità di carriera 66; non considerato dai superiori 65; rapporti con i colleghi 64; inadeguate misure anti-pandemiche 64; scarsi benefit 64; desiderio di cambiare settore 62; relazioni negative con i clienti 57; costrizione a tornare dal remoto al lavoro in presenza 55; vedere altri colleghi andarsene 54.

Chi ha la fortuna di appartenere a famiglie professionali (e spesso anche anagrafiche) particolarmente ricercate e contese, per giunta scarse, di fatto ha completamente ribaltato il rapporto di forza tra datore di lavoro e potenziale collaboratore: costoro non vengono selezionati, bensì sono loro a scegliere verso quale realtà organizzativa indirizzarsi. E questa scelta privilegia ormai chiaramente un insieme di elementi dove l’offerta economico/inquadramentale in senso stretto, conta fino a pagina due: l’aspettativa è di vedersi offrire un pacchetto ampio e composito, dove trovino evidenza flessibilità di orario, smart working, formazione, prospettive di crescita e di carriera, strumenti di welfare, adeguato bilanciamento tra lavoro e tempo libero. L’organizzazione che si propone deve godere di una reputazione positiva, facilmente verificabile in tempo reale attraverso i sempre più diffusi e trasparenti sistemi di comunicazione e socializzazione, e potersi segnalare per la capacità di produrre effettivamente un “benessere organizzativo” che ne caratterizzi realmente i valori di riferimento.

Le persone non scelgono più un posto di lavoro qualunque, avvertono il bisogno di condividere anche l’insieme valoriale del contesto dove stanno per accasarsi: ambienti che si segnalano per un clima relazionale e gestionale tossico, con uno stile di management datato e stereotipato, caratterizzato da una meritocrazia nella migliore delle ipotesi opaca e da una comunicazione rarefatta e unilaterale, sono decisamente perdenti e dovranno necessariamente…accontentarsi degli scarti.

Da operatori diretti e non occasionali di questo “mercato”, potremmo fornire una casistica concreta e diretta molto ricca, per esperienza di vita professionale vissuta.

E se si vuole tornare a vedere riemergere dalle nebbie della precarizzazione forzata e della flessibilità assoluta i temi della fidelizzazione e dell’appartenenza, non si potrà fare altro che andare in questa direzione perché altrimenti i nostri talenti – tra l’altro molto accuratamente preparati da un sistema scolastico che, per quanto di anno in anno sempre più in difficoltà, rimane uno dei più performanti del circondario – semplicemente prenderanno la valigia, che hanno sempre pronta perché abituati da tempo a utilizzarla, e se ne andranno a cercare e trovare fortuna oltre confine

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    Il caso veneziano

    In questo contesto, le specificità della realtà veneziana, che si è praticamente condannata a una mono-cultura imperniata sul turismo e suoi derivati, enfatizzano il problema perché, di fatto, avrebbero bisogno di poter dare risposte completamente diverse per andare incontro a quelle che il lato dell’offerta di lavoro richiede con forza.
    Nel suo panorama incantato, la specificità veneziana e la forte, per non dire esclusiva, domanda di lavoro da impiegare in attività collegate al turismo, trova evidenti difficoltà a configurarsi. Se lavori in un albergo, come in un bar o in un ristorante, molte delle esigenze emergenti non potranno trovare risposta: smartworking, flessibilità di orario, bilanciamento famiglia/lavoro e quant’altro, come possono conciliarsi con attività che impegnano in molti casi sulle 24 ore, 365 giorni all’anno, a contatto con un pubblico sempre più variegato ed esigente?

     

    Se poi aggiungiamo la scarsa dinamicità di sistemi retributivi e/o contrattuali, che si profilano verso il basso e continuano a proporre modalità di un tempo ormai passato, da questo paradosso non si esce. E infatti, lo spettacolo di posti di lavoro vacanti che il centro storico veneziano offre in prospettiva per la stagione appena iniziata, è lì a dimostrarlo: è evidente la fatica nel modernizzarsi e aprirsi a sistemi più trasparenti di incentivazione, valorizzazione, flessibilità, stabilizzazione sul medio lungo termine. Anche su questo la casistica e i racconti potrebbero essere molti e illuminanti.

    Pensare a un cambiamento nella direzione auspicata è chiedere troppo? Sembra che qualcuno ci stia provando ma se più in generale la risposta dovesse essere sì, allora, a mio modesto parere, non resterà che la rassegnazione di cui parlavamo in apertura, per questa stagione e per le prossime a venire. 

    L’auspicio è che i risultati positivi di chi ci sta provando siano buon viatico per gli altri e questa stagione di cambiamento porti anche un miglioramento complessivo delle condizioni di lavoro, con la giusta valorizzazione di professionalità e competenze che non possono essere derubricate all’improvvisazione e al pressapochismo. Certo i segnali normativi, confermati proprio in coincidenza con la recentissima Festa del Lavoro, non sembrano andare esattamente in questa direzione… ma le possibilità, volendocisi veramente applicare, ci sarebbero.

    I nuovi paradigmi del mondo del lavoro ultima modifica: 2023-05-04T15:15:33+02:00 da MARIO BASSINI
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