Pizzi for ever

PATRICK GUINAND
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Un trionfo, l’ennesimo! Per il regista Pier Luigi Pizzi, è un’abitudine. Per lui ancora una volta grandi ovazioni, il 28 aprile alla Fenice, con Orfeo ed Euridice di Gluck. Una prima che non è sfuggita alla regola dei successi firmati da Pizzi. Alla Fenice ovviamente, ripetutamente da molti anni, come nel mondo intero.

A Pizzi mi lega una lunga storia. Nel 1976 propongo a Bernard Lefort, Direttore del rinomato Festival International d’Art Lyrique d’Aix-en-Provence, di realizzare un adattamento del romanzo di successo di Dominique Fernandez Porporino ou les mystères de Naples (Prix Médicis, in Francia, nel 1974), ambientato nell’universo barocco delle scuole napoletane per castrati di fine Settecento. Lo spettacolo, ideato nel 1979 ad Aix, composto attorno a opere di Porpora, Hasse, Leo, Traetta, Durante, Pergolese, Alessandro Scarlatti, troverà il suo culmine con l’incontro di Achille e Ulisse in Achille in Sciro di Jommeli, il celebre episodio in cui Achille travestito da donna cerca di sfuggire alla guerra, su libretto di Metastasio e musicato da una trentina di compositori dell’epoca. James Bowman, all’inizio della sua impressionante carriera di controtenore, e Bruce Brewer, tenore di grazia, ne saranno i principali interpreti.

Pier Luigi Pizzi e Patrick Guinand alla Fenice

Per le scene e i costumi, Lefort mi chiede dunque di lavorare con uno scenografo italiano, già noto come il “maestro del barocco”: Pier Luigi Pizzi. Il risultato è sontuoso. E questo segna l’inizio di un’amicizia che continua ancora oggi.

Da allora, conseguendo una padronanza totale dell’immagine scenica, della messa in scena, delle scenografie, dei costumi, delle luci, Pizzi sarà infatti per anni il maestro indiscusso della ricostituzione dell’universo barocco su innumerevoli palcoscenici lirici. Dall’Orlando Furioso di Vivaldi a Rinaldo o Ariodante di Händel, da Alceste o Armide di Gluck a Semiramide di Rossini o Les Indes Galantes di Rameau. Lungi dall’essere limitato al solo repertorio barocco, le sue produzioni seguiranno a centinaia, coprendo l’intero spettro lirico da Verdi a Wagner o Britten. E progressivamente svilupperà un’estetica radicalmente diversa, basata su un minimalismo scenografico con una forte componente geometrica, sempre ispirata alle regole auree stabilite dagli antichi maestri, tendente a creare uno spazio assoluto per lo sviluppo delle voci e della musica, che si potesse chiamare un classicismo moderno.

L’Orfeo di Gluck alla Fenice ne è un perfetto esempio. In osmosi con la riforma operistica di Gluck, che cercava di limitare gli eccessi della spettacolarità barocca per raggiungere una semplicità armonica ed equilibrata più vicina alla realtà, Pizzi riconosce che questo desiderio di essenzialità corrisponde esattamente alla sua ricerca di una rinnovata espressione stilistica.

Quest’opera è in linea coerente con la mia attuale maniera di far teatro, un tipo di teatro etico, che tende all’essenziale, evitando lo spreco di qualsiasi forma di narcisistico esibizionismo,

dice nel programma della Fenice. Lo testimonia la purezza visiva di questo Orfeo. Il cimitero dove piangiamo Euridice, rappresentato da alcune tombe aperte, i cipressi alla Boecklin, le fiamme dell’Inferno, le nuvole in movimento, radiose o minacciose, portate dalla tecnologia di ultima generazione, le masse corali inscritte nella geometria, tutto fa segno e atmosfera. Il quadro generale è affascinante. Un mix organico tra austerità e sontuosità. E la musica è la regina.

Non c’è da stupirsi che qualche mese fa abbia fatto un’incursione nel teatro drammatico con la commedia di Nathalie Sarraute Pour un oui ou pour un non (1981). Un teatro del non dire, del non detto, o del dir poco, del “non riconosciuto” come dice Sarraute, quelli che lei chiama i tropismi del “sotto conversazione”, che possono cambiare un’intera esistenza. Interpretato magistralmente da Umberto Orsini e Franco Branciaroli, lo spettacolo che, dopo il Piccolo Teatro di Milano, l’Argentina di Roma o il Carignano di Torino, ha concluso il 16 aprile la sua lunga tournée italiana al Toniolo di Mestre, ha conquistato il pubblico ed entusiasmato i critici. La scarsità delle parole, l’intensità dei sentimenti, il virtuosismo dell’interpretazione, la raffinatezza estetica, tutto rispondeva alla logica “pizziana”. Gusto assoluto, chiarezza delle scelte. Al teatro come all’opera.

Un teatro etico, dunque. Essenziale. Esteticamente perfetto. Il novantenne Pizzi, prossimo ai 93 anni, è al massimo della sua forma. Il prossimo giugno firmerà l’Incoronazione di Poppea al Festival Monteverdi di Cremona. La magia dei Pizzi dovrebbe esserci ancora una volta. Un destino piuttosto unico nella storia delle arti dello spettacolo.

Sullo sfondo la collezione di dipinti di San Sebastiano (foto di Patrick Guinand)

Veneziano d’adozione, Pizzi è anche un appassionato collezionista di dipinti del Seicento, in particolare sul tema di San Sebastiano. Un tesoro quasi museale ricopre le pareti del suo palazzo vicino a San Polo, dove non mancano vasi di Venini e sculture antiche. Rimaniamo affascinati da tanto splendore. Sì, Pizzi è di una specie rara, o notevolmente rarefatta, quella che incarna la bellezza classica. Con un profumo di eternità.

Pizzi for ever ultima modifica: 2023-05-05T19:22:33+02:00 da PATRICK GUINAND
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