Universalismo e europeismo. Come sempre e come mai prima

ALBERTO MADRICARDO
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L’idea universalistica nella storia recente 

Dopo la crisi dell’internazionalismo comunista, l’ideale universalistico è come rimasto senza forza sul piano storico. Nacque nell’antichità in Grecia dalla filosofia e dalla polis, offrendo le basi ideali al progetto di Alessandro di conquista dell’Asia, dado poi legittimazione all’imperialismo romano. Sul piano delle idee propugnato in particolare dagli stoici, tra cui Seneca, che nel De Otio scrive: 

Consideriamo due repubbliche, una grande e veramente pubblica, nella quale sono compresi gli dèi e gli uomini, nella quale non rivolgiamo lo sguardo a questo o a quel cantuccio, ma misuriamo i confini del nostro stato con il movimento del sole; l’altra, cui ci ha assegnato la sorte della nascita; questa sarà o degli Ateniesi o dei Cartaginesi o di qualsiasi altra città, che non riguardi tutti gli uomini, ma un gruppo determinato.  

L’ideale universalista ha dato afflato all’espansione di due delle tre grandi religioni monoteiste: il Cristianesimo e l’Islam: la Christianitas medievale e la Umma musulmana concepiscono se stesse come due comunità universali formate in base alla condivisione di una rivelazione divina. 

Ma ci sono stati anche universalismi ispirati dalla ragione. Tali sono stati quelli propugnati dall’Umanesimo e dall’Illuminismo. Quest’ultimo con quella francese ha aperto l’epoca delle rivoluzioni. Nel marxismo l’universalismo si è identificato con la formula della solidarietà di classe e dell’internazionalismo proletario, ispirando la Rivoluzione d’Ottobre in Russia. Dopo la fine della guerra fredda, un’eco dell’ideale universale si può ritrovare nella globalizzazione. Essa infatti può essere considerata una sorta di universalismo del mercato, delle cui “magnifiche sorti” si sono levati entusiasti cantori negli anni novanta del secolo scorso e agli inizi si questo (meno oggi).  

L’universalismo illuminista, per contraccolpo, ha favorito l’emergere il particolarismo romantico, l’idea del Volksgeist, lo spirito originale insito in ogni popolo considerato come un organismo vivente. Dalla sua esaltazione oltremisura sono derivati il nazionalismo, lo stato moderno come organizzazione della sua volontà di potenza e la geopolitica. 

Giulio Turcato, senza titolo, 1985

Europa: un universalismo “regionale” e incerto 

Dell’universalismo illuminista si può trovare traccia oggi nell’ideale europeista, nella sua aspirazione a unire il continente europeo superando le differenze nazionali. Si tratta però di un “universalismo “regionale”, che si applica solo all’Europa e ha la sua base nel mercato comune continentale. Oggi questo continente si sente una fortezza assediata, ai cui confini premono da ogni parte turbe di disperati che fuggono disastri politici, economici e climatici, che accadono in diverse parti del mondo spesso provocati direttamente o indirettamente dall’Occidente. 

L’Unione Europea è riluttante a considerare il problema delle migrazioni uno degli aspetti strutturali, preminenti e permanenti, di questo tempo. Mantiene un atteggiamento discontinuo e quasi solamente reattivo verso di esso. Questa passività e sostanziale miopia verso l’esterno si devono anche al fatto che l’Europa (intesa come Unione Europea) è una costruzione ancora in fieri, non ha un’identità definita e un suo posto nel mondo: al suo interno si incontrano e si scontrano volontà e strategie nazionali (e nazionalistiche) spesso divergenti.

Giulio Turcato, Forme, inizi anni Settanta

 

L’ideale universalista del “libero mercato” e la sua crisi

In primo luogo, l’Europa non ha ancora elaborato a fondo la crisi dell’ideale del libero mercato. Secondo questa ottimistica concezione, smentita da due guerre mondiali e ora ancora dalla minaccia incombente della terza, il sistema del libero mercato è in grado di far finire per sempre l’epoca delle guerre. Dal mercato tutti traggono vantaggio – si dice – chi compra e chi vende. Il sistema del libero mercato è un gioco win – win: tutti vincono. Non c’è perciò più bisogno della guerra, che ciascuno fa per vincere e far perdere l’altro. 

Il liberalismo però – lo hanno rilevato le teorie dello “scambio ineguale” – trascura il fatto che sul mercato è molto difficile che tutte le parti si trovino o si mantengano alla pari: quasi sempre qualcuno sta in vantaggio: perché è più organizzato, ha più esperienza e più forza di penetrazione, perché i beni che mette sul mercato sono più difficili da produrre, richiedendo più scienza e più tecnologia, ecc. 

Ma i paesi più indietro nei prodotti di qualità prima o poi imparano e recuperano o riducono lo svantaggio. A questo punto quelli che erano sostenitori del libero mercato finché erano avvantaggiati, cambiano musica ecominciano a praticare politiche protezionistiche in economia e di forza nelle relazioni internazionali. Perciò nel sistema liberale – come diceva Lenin, purtroppo non smentito – “la pace è solo un intervallo tra due guerre”. 

Giulio Turcato, Arcipelago

L’Unione europea e il ritorno dei protezionismi 

L’Unione Europea, nata come “spazio continentale di libero mercato” (MEC) dopo la seconda guerra mondiale per evitare una nuova guerra catastrofica nel vecchio continente, ha avuto un suo straordinario sviluppo durante il trentennio circa della globalizzazione. In questa fase le distanze fisiche, le differenze culturali, economiche, sociali tra i diversi paesi del continente sembravano ridotte o minimizzate: pareva che tutto il mondo si stesse integrando in unico sistema produttivo, e che, in esso i paesi occidentali, più avanzati nella scienza e nella tecnica e nell’organizzazione della produzione sociale potessero fare indefinitamente la parte del leone. 

Ma il loro inziale vantaggio si è ridotto: alcuni paesi che inizialmente inseguivano hanno sviluppato essi stessi scienza e tecnica, hanno imparato a produrre cose sofisticate che prima sapevano fare solo gli occidentali, messo in discussione la divisione del lavoro mondiale e cominciato a far loro concorrenza anche nei settori più avanzati e strategici.  

La traumatica esperienza della pandemia, e ora della guerra, hanno solo accentuato un movimento, già prima in atto, di “contrazione” della globalizzazione. Nuove barriere si sono alzate nel mondo. Le opportunità offerte dalle contiguità sono state rivalutate, di pari passo con l’accentuazione della percezione delle distanze non tanto territoriali quanto piuttosto culturali, e con il ritorno del protezionismo anche tra paesi affini. Tutto ciò ha fatto aumentare gli attriti internazionali e accentuare in modo esponenziale l’instabilità mondiale. Senza essere apertamente smentita sul piano culturale e ideologico, la globalizzazione ha ridotto relativamente il suo raggio, assestandosi spesso nei più ridotti anche se ampi spazi continentali. 

La UE si è proposta come modello mondiale di questa globalizzazione regionale. Essa riproduce su scala maggiore una dinamica che per alcuni aspetti richiama quella ottocentesca della formazione degli stati-nazione moderni: la creazione di un’unione doganale per lo sviluppo del libero mercato dovrebbe precedere l’unità politica e l’affermazione di quel concetto di “spazio interno”, relativamente omogeneo dal punto di vista economico e culturale, protetto da frontiere sorvegliate, che fu base della costruzione e delle politiche di potenza degli stati nazione. 

Giulio Turcato, Cantiere navale, 1947-48

La drammatizzazione dei rapporti internazionali 

Più di trent’anni di globalizzazione non hanno fatto emergere solo l’Europa. Nuovi centri economici e nuove potenze continentali, si sono affermate, in Asia ma non solo. Essi mettono in discussione l’ordine monocentrico del postguerra fredda incentrato sugli Stati Uniti. Il cambiamento dei rapporti di forza economici ha sciolto o indebolito blocchi prima consolidati, ha fluidificato gerarchie mondiali già a lungo stabilizzate. Ha disgregato vecchie aree di influenza e ne ha create di nuove. 

L’Unione Europea è duramente messa alla prova da questo quasi repentino sconquasso. Come una zattera ancora in costruzione, potrebbe essere sfasciata da una tempesta alla quale non era ancora preparata. 

L’indebolimento rapido dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti – anche a causa delle conseguenze disastrose della loro politica interventista in Afganistan, Iraq, Libia, ecc. ha favorito il ritorno esplicito della “geopolitica”, della cultura e della pratica della potenza, e della guerra nei rapporti internazionali. La sfida tra nuove e vecchie potenze si pone ora a un livello drammatico. Eppure l’esperienza di più di due secoli avrebbe dovuto insegnarci che il libero mercato prima o poi dà luogo al protezionismo, e che questo a sua volta sfocia nella guerraInoltre i segnali di pericolo erano già da tempo evidenti: barriere doganali erano state alzate anche all’interno dello stesso Occidente, tra USA e Unione Europea.  

Cause o pretesti per passare dalla concorrenza delle merci a quella delle armi, se si vuole, non mancano mai. Nei periodi economici espansivi i punti di potenziale conflitto sono per lo più trascurati o mantenuti sotto traccia. Ma quado la concorrenza economica diventa difficile per la parte che prima era stata in vantaggio, politiche economiche protezionistiche soffiano sulle braci mai spente e nuovi incendi si riaccendono e divampano tutti insieme, minacciando di saldarsi in un unico falò mondiale.

Giulio Turcato, Rivolta, 1948

La UE “potenza classica”? 

Nel tempo in cui la logica di mercato arretra lasciando il campo alla politica di potenza e alla guerra, ci sono voci che incitano la UE a ripercorrere fino in fondo il cammino degli stati-nazione e a diventare una potenza classica, con la forza militare necessaria alla sua affermazione come soggetto sulla scena mondiale. Ma ben difficilmente l’Europa potrà diventare un “superstato”, un compiuto soggetto geopolitico nel senso tradizionale del termine: sia perché è nata dalle macerie della seconda guerra mondiale per non farne scoppiare una terza, sia anche perché si disunirebbe prima: un pallido “nazionalismo europeo” non avrebbe vere chance, a fronte di un ritorno virulento dei “nazionalismi delle nazioni”, che è già in atto sul suo versante orientale. 

La forza, l’Europa la trae dalla peculiarità della sua natura, dal fatto, appunto, di essere nata per evitare che si rinnovino funeste politiche di potenza sul suo territorio. Per non essere propriamente un soggetto geopolitico ma qualcosa che sfugge alle categorie classiche della politica, al loro oggi insostenibile semplicismo. Essa deve restare un campo d’attrazione e di integrazione, un concerto di soggetti che spicca nel panorama mondiale per la sua influenza impersonale e “ambientale”, per la sua forza proiettiva nel campo dell’ambiente, della solidarietà e giustizia sociale, della pace e dei diritti civili, cominciando a sostituire gradualmente il principio della concorrenza con quello della cooperazione. Qualcosa di molto diverso da un megastato tra altri: questo dovrebbe essere l’Unione Europea.  

So bene che quella che sto dipingendo è una UE lontana, anzi lontanissima dalla sua realtà di oggi. Ma non sappiamo davvero come agire se non riusciamo a delineare e mettere a fuoco quello che ci manca. Dunque, continuo a dire che la UE dovrebbe smarcarsi dal ritorno alle politiche di potenza, oggi apparentemente ineluttabili. Dovrebbe evitare di scimmiottare altri, come di essere subalterna (o “vassalla”, come ha detto recentemente il presidente francese Macron) a disegni geopolitici altrui. Se divenisse più consapevole della propria natura e della civiltà di cui è portatrice, se affermasse la sua identità alternativa nel mondo (è la mancanza di alternative, ben più della paura, che tiene i popoli a guinzaglio) diverrebbe fortissima. Alcune potenze “amiche” lo hanno capito prima di lei, e per questo, nonostante il suo aspetto innocuo e perfino inconcludente, la temono. 

Se invece non segue il proprio “destino manifesto” e resta prigioniera del déjà vue, se pretende di scimmiottare politiche di potenza o se, ciò che è molto più probabile, rimane subalterna a quella di altri, il suo futuro sembra segnato.

Giulio Turcato, Comizio, 1948

Eterno ritorno dell’uguale?  

Il che sarebbe tragico non solo per lei. Lo sfascio o la sua sottomissione ad altri della UE, come oggi sembra stia accadendo, faciliterebbe il trionfo mondiale di una logica molto più irrealistica e inadeguata della sua ad affrontare la realtà di oggi. 

“L’eterno ritorno dell’uguale” imposto da una natura umana presunta eternamente immodificabile, predicato con supponenza da un “realismo geopolitico” oggi tornato di moda, non è possibile: viviamo in un tempo diverso da ogni altro. In un tempo “come mai prima”. 

A fare la differenza tra questo e ogni altro tempo precedente sono due aspetti principali della situazione: la possibilità reale, imminente, di una guerra nucleare annientatrice dell’umanità e gli effetti catastrofici (già in atto) dell’alterazione per cause umane del clima e dell’ambiente della Terra. Tali fattori possono realmente far finire la vita umana sul pianeta. Perciò, in un tempo come questo ragionare e agire come sempre è un controsenso. 

L’urgenza sarebbe – per dirla con Seneca – di sentirci cittadini della “repubblica mondiale grande e veramente pubblica, nella quale sono compresi gli dèi e gli uomini”piuttosto che Ateniesi o Cartaginesi. Di mettere insieme le forze in uno schieramento mondiale per una cooperazione universale allo scopo di consentire all’umanità, e al suo mondo, di sopravvivere. Ma a ciò fa ostacolo lo sconsolato senso della storia come fatale  “eterno ritorno” che, almeno noi occidentali, abbiamo maturato. 

Ogni ideale universalistico fino a oggi è stato vanificato dal particolarismo apparentemente insuperabile dell’essere umano. La consapevolezza di ciò, il peso del passato, paralizzano i tentativi di promuoverne uno nuovo all’altezza di questo tempo. Continuiamo a confermare a noi stessi il quadro che dell’umanità dava Donoso Cortes quasi due secoli fa: “una nave sballottata per il mare senza meta, carica di una ciurma sediziosa e volgare, reclutata a forza, che balla, canta a squarciagola, fino a che l’ira di Dio la precipiti in mare in modo che torni a regnare il silenzio”. 

Giulio Turcato, Reticolo-fabbrica, 1952

L’eterno ritorno dell’uguale: l’abitudine

Il cuore del problema sta qui: siamo rassegati all’eterno ritorno della politica di potenza proprio nel momento in cui se ne manifesta oggettivamente l’impossibilità. Come sia per noi così difficile accettare questa evidenza, richiede una spiegazione. 

Noi siamo figli della civiltà. Questa, senza negarlo direttamente, ha allontanato sempre più l’impulso istintivo dell’animale umano dalla sua soddisfazione. Reprimendone e sublimandone l’istantaneità, l’ha tradotto in durata. Incanalato nell’organizzazione sociale (il medium di tutti gli impulsi), la pulsione dell’istinto si è dilatata all’infinito, generando, oltre che la civiltà – come dice Freud – anche il “disagio” per essa.  

Ci sono civiltà che hanno sublimato e stabilizzato gli impulsi naturali dell’uomo nella ripetitività circolare dei riti e delle tradizioni. Quella occidentale, a un certo punto della sua storia, ha invece svoltato dal tempo circolare delle società tradizionali verso quello lineare e aperto del “Progresso”. L’energia degli istinti è servita a tenere in movimento le articolazioni sempre più complicate della macchina sociale. I fini, la soddisfazione finale, si sono sempre più allontanati, fino a sparire oltre l’orizzonte. In vista sono rimasti solo i mezzi, la loro ripetitività, e l’abitudine che questa produce. Come dice Arnold Gehlen: 

L’agire divenuto abituale entro tali strutture (della professione, del commercio, della famiglia, dello stato, ecc.) ha l’effetto puramente concreto di sospendere la questione del senso. Chi solleva la questione del senso, o si è smarrito, o esprime – consapevolmente o inconsapevolmente – un’esigenza di istituzioni diverse da quelle presenti.  

L’abitudine, con il suo “eterno ritorno”, ha un suo fascino ipnotico: diluisce all’infinito le pulsioni, riassorbe il bisogno di appagamento e si conferma con la sua stessa ripetitività, inibendo e rendendo incomprensibile il pensiero e l’esperienza della discontinuità e della crucialità.

L’uomo non è ancora giunto a un’idea definitiva della propria posizione nell’universo. Forse non ci giungerà mai. Allo stesso modo, forse non arriverà mai a risolvere il problema della convivenza con i suoi simili. Si può credere anzi che questi due problemi siano speculari e riflesso l’uno dell’altro. La sua storia è perciò una perpetua sospensione oscillante tra euforia e depressione. Ciò lo ha spinto a elaborare strategie di stabilizzazione nel tempo sospeso, del “frattempo”. Tali strategie danno luogo ad abitudini. Un’esistenza totalmente abitudinaria non può concepire né inizio né fine ed è interamente vissuta in un indefinito “frattempo”.  La sua stabilizzazione nell’abitudine non è però vissuta come un male minore, perché ottenuta al prezzo di una lieve ma permanente depressione. 

Le abitudini sono attuazioni di strategie della coscienza di autoprotezione: consentono di spalmare equamente su ciascuno suo momento il peso dell’esistenza ed evitare che esso gravi interamente su un solo momento.     

Giulio Turcato, Arcipelago (bianco), 1972

L’inatteso atteso

Essendo attivamente impegnati ogni giorno a vivere nell’abitudine e per l’abitudine, rimaniamo inerti (in una sorta di “paralisi attiva, macchinale”) pur vivendo in un tempo unico e cruciale nella vicenda dell’umanità, nel quale per la prima volta, non sul piano di una escatologia religiosa o filosofica ma nei linguaggi stessi finalizzati alla stabilizzazione delle coscienze attraverso la conoscenza e la previsione  – come quelli della scienza – si dice che ora ne va dell’esistere dell’umanità intera e del suo mondo.  

Non è che questo non lo capiamo: in astratto non abbiamo alcuna difficoltà a comprendere la crucialità senza precedenti del tempo che stiamo vivendo. Ma non lo interiorizziamo, non riusciamo a scalfire il dominio dell’abitudine su di noi. Anche lo studio della storia, invece che ad apprendere i punti di sconnessione e le sue unicità che in certi momenti l’hanno fatta vibrare, ci spinge a sottometterci al “così sono andate sempre le cose, così andranno sempre”. 

Il riconoscimento di ciò, tra l’altro, toglie valore a qualsiasi solenne impegno di mai più: guerre, genocidi, ecc. Ogni impegno è ridotto a qualcosa di simile a quello dell’“ultima sigaretta” sveviana. Il fatto è che nessuna risposta meramente reattiva a una minaccia esterna può di per sé davvero vincere la coazione a ripetersi dell’abitudine. 

Ma nei momenti cruciali non bastano le reazioni abitudinarie. E non ci salverà un intervento divino, né il caso, né una buona stella. Né perché spinti da una dialettica della storia, dall’economia o da altra esteriore necessità. Non si può vivere come sempre un momento che è unico e senza precedenti: esso tocca e mette in discussione le ragioni ultime dell’esistere umano. Non è detto che il pensiero della crucialità di questo momento riesca a rompere la spessa corazza abitudinaria entro cui gli umani si proteggono dalla vita, a produrre un’inattesa/attesa sollevazione universale della loro anima. Ma è quello che ci vorrebbe… 

Universalismo e europeismo. Come sempre e come mai prima ultima modifica: 2023-05-06T19:21:36+02:00 da ALBERTO MADRICARDO
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