Venezia città del “facciamo”

Per la buona riuscita dei progetti a Venezia è necessario che le decisioni siano concordate e coordinate, frutto di processi partecipati con la cittadinanza attiva: questa non è la città del non fare ma la città del fare e fare bene. Venezia è città del “facciamo”.
GIOVANNI LEONE
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Non sono mai stato iscritto a nessun partito e men che mai a quello del non fare anche perché sono un architetto, figura che deve affinare la capacità di far quadrare i conti non solo economici ma anche per la necessaria funzione di conciliazione tra le parti (committenti, muratori, falegnami, fabbri, burocrati, politici…), smussando, riducendo attriti, rimuovendo impedimenti fino al raggiungimento della migliore soluzione praticabile, un’autentica quadratura del cerchio!

Dall’esperienza professionale ma anche dal vivere a Venezia ho imparato allora che volere non è potere e per altro verso che per fare non basta essere potenti, aiuta certo, ma ci vuole anche una buona dose di pazienza, perseveranza, e specialmente bisogna essere disposti ad andare in-contro, in campo avverso, per dialogare e arricchirsi del punto di vista di chi la pensa in modo diverso, anche diametralmente opposto al nostro, per poi far sintesi. In poche parole, bisogna saper mediare, collocarsi nello spazio di mezzo e (per quanto possibile) evitare i bracci di ferro e il celodurismo che domina la politica, incapace di imparare dal capitalismo, che tiene sempre un profilo basso e apparentemente conciliante per adattarsi al contesto storico e geografico in cui si trova a operare e riuscire sempre a massimizzare il profitto a proprio vantaggio: anche quando procede a braccetto con il potere, il capitalismo sta sempre un passo indietro lasciando che a scontrarsi sia il politico. 

Il caso di cui qui ci occupiamo (questo è il quarto di una sequenza unitaria di articoli) è sui generis perché abbiamo un sindaco capitalista che getta allo sbaraglio il mecenate, tira il sasso (invitando a presentare una manifestazione d’interesse) e ritira il braccio (restando dietro le quinte a fare da spettatore della baraonda da lui provocata). Il sindaco Brugnaro è in buona fede, nel suo fare agisce infatti nel solo modo che conosce: da padrone. Se fosse sui banchi di scuola verrebbe rimandato a settembre in storia di Venezia, una materia che deve studiare meglio nonostante sia al secondo mandato, sembra infatti ignaro che al vertice della città lagunare stava un Doge che non è mai stato monarca e si ostina a non capire che la politica non è come un’azienda, certo se hai soldi da spendere puoi vincere le elezioni, ma non è con l’autoritarismo che conquisti Venezia e i veneziani perché qui conta più l’autorevolezza, che al nostro Sindaco fa decisamente difetto, lo confermano le ambizioni di occupare un posto da protagonista sulla ribalta politica nazionale, frustrate e confinate alle repliche del teatrino di provincia della politica. Abbiamo scritto che a Venezia oggi c’è carenza culturale sul piano politico e su quello del progetto, lo ribadiamo, è andata smarrita e va recuperata quell’arte del fare che ha fatto grande Venezia, utopia realizzata. 

Riflessi e riflessioni: inquadratura veneziana

L’arte del fare e la cultura del progetto

Bisogna sgomberare il campo da malintesi che è giusto sfatare, come quello di considerare moribonda una città viva e vitale come Venezia. Certo, attraversa periodicamente momenti di crisi com’è normale nella vita dei luoghi e delle persone, ma dobbiamo svincolarci da quell’idea di città decadente che ormai fa parte dell’immaginario collettivo, grazie anche alle atmosfere di capolavori letterari come Morte a Venezia di Thomas Mann, rilanciate in trasposizione cinematografica da Luchino Visconti. 

Un altro luogo comune vuole far credere che a Venezia non si possa fare. Difficile lo è di certo, lo è sempre stato operare in un contesto estremo e ostico come l’ambiente lagunare, ma non è vero che sia impossibile, bisogna però tener presente che qui ogni cambiamento va ponderato più che altrove e la sua introduzione dev’essere lenta perché la città deve prima sperimentare, com’è proprio delle dinamiche di formazione delle tradizioni. Venezia è capoluogo della tradizione oltre che capitale della lentezza ed è forse proprio grazie a questo che è riuscita a mantenere inalterata la sua identità nel corso del tempo. Ogni pregio confina e talvolta sconfina nello speculare difetto, e la tradizione non ne è esente, per questo bisogna vigilare per respingere una concezione della tradizione come imposizione nostalgica di modalità superate, che sono da lasciarsi alle spalle e valorizzare come memoria di un passato utile da ricordare perché da lì viene il presente, ma senza fossilizzarsi in una loro ostinata riproposizione anacronistica: la tradizione è piuttosto viva attualità. 

Riflessi e riflessioni: la complessità di Venezia

Tradizione, traduzione, tradimento

La debolezza della tradizione (e di Venezia) sembra assodata, altrimenti non sarebbe oggetto di tutela, salvaguardia. Di contro sulla sua forza ci sono pareri discordi. A una concezione autoritaria della tradizione come imposizione pre-giudiziale e ideologica, si oppone l’idea di una tradizione autorevole perché capace di risolvere problemi e dare soluzioni, questo tipo di tradizione è legittimata solo dopo esser stata sperimentata senza pregiudiziali. Oggi viene spesso accreditata un’idea di tutela come accanimento terapeutico a una tradizione immaginaria, istinto emotivo di spinta conservativa che si fa volontà̀ di contrasto al cambiamento. La tradizione è, di contro, il motore del cambiamento, fattore tutt’altro che statico. Una consuetudine (oggetto, pietanza o tecnica che sia) è tradizionale solo se continua a risultare efficace. 

La continuità d’uso è la soglia d’accesso al campo della tradizione e l’ingresso è subordinato alla possibilità di trasmissione (da trans-do = dare in mano, consegnare, affidare, comunicare, insegnare, tramandare, passare…). Tradizione e traduzione hanno affinità di senso e il medesimo etimo di tradimento: tradere, che è consegnare, mettere in mano, transdare come dare oltre e quindi tramandare. Forse è per questo che l’innovazione, più che avere valore in sé, acquista paradossalmente senso compiuto quando perde il suo carattere di novità, quando lo tradisce grazie alla possibilità di essere compresa, insegnata, imparata, iterata… diventando essa stessa tradizione. L’innovazione è dunque un contributo offerto al progresso della tradizione, al suo aggiornamento e alla sua evoluzione; di conseguenza possiamo dire che l’innovazione è motore e spinta della tradizione che, appunto, viene “messa in moto”, spostata avanti.

Di contro, il ricorso alla tradizione come elemento statico, ancorato alla conservazione acritica di consuetudini consolidate per timore del cambiamento, acquista connotazione negativa in quanto costituisce impedimento alla verifica, esercizio inevitabile e utile per scongiurare i pre-giudizi. Tradizione non è nostalgico ritorno al passato né freno al suo superamento, non è congelamento dell’esistente né mera manifestazione di costume: tradizione è trasmissione di sapere e di saper fare, un’azione positiva tesa alla tutela del patrimonio di esperienza e di sapere dell’umanità. È un modo di fare e/o d’essere che – superato il vaglio quotidiano di uso e di esperienza – continua a essere adottato e tramandato dall’abitante di un dato luogo in una data epoca. Egli, riproponendola, ratifica l’attualità e la vitalità di una tradizione come ‘fatto’ presente. Tradizione è dunque tutt’altro che nostalgia e anacronistica opposizione allo scorrere del tempo, è piuttosto strumento d’evoluzione grazie a piccoli, progressivi, continui, passi avanti; non si ferma – dunque – ma cammina con noi avanti e indietro (talvolta), senza spingere avanti né trattenere indietro: sta semplicemente al passo e diventa caratteristica perché aderente al carattere di persone e luoghi.

A Venezia l’eccezione è la regola e la regola è il prevalere dell’insieme sul singolo dettaglio. Se leggiamo la città come testo architettonico non possiamo non rilevare le tracce del processo di formazione per addizioni, correzioni e modifiche continue accorpate in un contesto unitario ma non omogeneo, due aspetti spesso confusi. Per esempio, importante del Canal Grande non è il singolo palazzo ma l’unitaria sequenza di vuoto che accoglie ogni eccezione assorbendola. Molti sono gli scarti in altezza e profondità ma scompaiono nella memoria di chi ha visto lo spazio, resta invece il ricordo di uno spazio sinuoso. Proprio per questo è stato un errore non realizzare il progetto di Frank Lloyd Wright per la Fondazione Masieri, avrebbe arricchito in dettaglio un insieme potente di suo.

Non è un caso isolato quello del maestro americano della cui architettura organica era a quel tempo a Venezia un sostenitore Bruno Zevi, come lo erano Giuseppe Mazzariol e Giuseppe Samonà di Le Corbusier, che ha fatto un bellissimo progetto di un ospedale a nell’area di San Giobbe condannato a restare sulla carta. La storia della città Novecentesca è costellata di occasioni perdute, oltre a quelle citate d’era anche l’auditorium in forma di ponte per l’arsenale progettato da Louis I. Khan, tutti progetti frutto di altissimo profilo culturale generati della magistrale interpretazione della natura e dello spirito del luogo di grandi maestri del movimento moderno.

Come fare?

Che Venezia sia dunque restìa al cambiamento è innegabile, sta lì a dimostrarlo, per esempio, il ponte dell’accademia costruito provvisoriamente in legno in attesa dell’esito di un concorso per farne uno in pietra ma poi entrato a far parte dell’immaginario cittadino e rimasto lì, ricostruito periodicamente con piccole modifiche che non ne modificano l’aspetto. Il cambiamento a Venezia dev’essere digerito e metabolizzato, va introdotto lentamente altrimenti viene respinto, per questo se si vuol fare occorre far bene, avendo cura dei dettagli evitando forzature. Quando però, infine si riesce a fare ciò che si fa resta. La lentezza permea ogni aspetto della vita ma non è immobilità, basti pensare alla costruzione del ponte ferroviario e poi automobilistico che ha rigirato la città come un calzino facendo del retro il nuovo accesso principale, con i segni di grande modernità della stazione di Santa Lucia e del garage comunale in piazzale Roma. 

Che fare, dunque, per fare

Prima di tutto è bene tenere a mente che chi va piano va sano e va lontano, poi occorre procedere indugiando, felice espressione coniata da Massimo Cacciari nel 1995 in occasione della cerimonia per l’apposizione del vincolo di “protezione del diritto d’autore” alla Casa alle Zattere di Ignazio Gardella in quanto “esempio di architettura moderna che rievoca tutti gli aspetti plastici e coloristici della tradizione lagunare di Venezia”. Questa motivazione dimostra che modernità e tradizione possono non essere in antitesi. D’altronde il primo moderno è stato Andrea Palladio, al quale è stato concesso di costruire magnifici edifici seppure alla Giudecca, sullo sfondo. 

Valore vs prezzo

In una prospettiva mercantile di transazione commerciale valore è la quantità di denaro necessaria per acquisire un bene o ottenibile dalla sua vendita (in buona sostanza il prezzo/costo), sotto il profilo etico è invece la misura di doti morali e intellettuali fuori dal comune e in questo senso è una qualità intrinseca un valore aggiunto. Valorizzare è dunque far leva su un valore proprio, insito, di cui si è già in possesso, per incrementarlo. Il maggior pregio della città di Venezia è la lentezza, che non presuppone immobilità ma movimento ponderato privo di accelerazioni improvvise e repentine, una capacità di rinnovamento e adattamento continuo. Poi viene la dimensione sociale che ha anche carattere relazionale ed è fondata sulla solidarietà ancora oggi vediamo sulle case del tessuto minore veneziano una figura con un mantello aperto che protegge tante piccole figure sono queste le case costruite dalle confraternite per le classi popolari,per i lavoratori, per i meno abbienti. Oggi le politiche per la casa e le politiche sociali sono una chimera massacrata per imperativi di bilancio che improvvisamente evaporano quando si tratta di procedere alla realizzazione con risorse pubbliche di strutture faraoniche come il cosiddetto bosco dello sport.

In conclusione, non lasciate ogni speranza o voi ch’entrate, venite pure a investire in città ma non ascoltate solo i veneziani accondiscendenti che veleggiano sempre sottovento e a favore di corrente, per ognuno di loro ce n’è altri dieci abili a sfruttare ogni bava e a procedere anche navigando controcorrente e controvento rispetto a venti di potere dominanti e alle maree turistiche. La vicenda dello squero di Sant’Isepo è una buona occasione per riflettere e per rilanciare il dialogo, la cultura politica, la cultura del progetto. Rimbocchiamoci le maniche e facciamolo, con rispetto reciproco e onestà intellettuale, solo così faremo grande Venezia, una città in cui l’architettura minore ha pari dignità e il medesimo diritto d’asilo dei palazzi, anzi è proprio grazie al tessuto minore su cui possono spiccare i palazzi che consente alla monumentalità di preservarsi in quanto tale per contrasto, quel contrasto che è il filo conduttore nell’esperienza della città, innesco continuo di emozione: contrasto di suoni, colori, luci e sensazioni tra cali strette, fresche, in ombra e campi larghi, assolati, luminosi. A Venezia varietà e diversità sono un valore, la città non perdona chi vuole distinguersi come sembra dire la scritta sul basamento di Cà Vendramin Calergi dove si riporta il motto dei Cavalieri templari dell’Ordo Templi: non nobis  DNE (abbreviativo di Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam che sta per “Non a noi, o Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria”) che qui a Venezia sembra evocare il superiore valore della comunità dei fedeli rispetto alla gloria di qualunque singolo, piccolo, uomo. 

Conclusioni

Non provate a farne una città dei privilegiati e a costringere il cittadino medio a un ruolo ancellare di comparsa in una città simulacro, Venezia non lo consentirà, se entrerete in punta di piedi in rispettoso silenzio verrete accolti come concittadini e quel che avete da dire verrà ascoltato con la dovuta attenzione. A Venezia occorre coltivare il coinvolgimento e la partecipazione.

Sarebbe un peccato aggiungere una ulteriore occasione perduta rinunciando a realizzare il teatro San Cassiano. La città vuole sapere perché è stata imboccata una strada foriera di conflittualità e contrasti, tirando la palla in tribuna, ci si aspetta che questa amministrazione prenda decisioni risolutive che garantiscano un esito felice a entrambe le belle storie che ci hanno raccontato Paul Atkin, amministratore della società San Cassiano, e Cesare Peris presidente della Società di Mutuo soccorso Carpentieri e Calafati, entrambe le storie meritano un lieto fine. 

La palla torna ora al Sindaco, si confida voglia metterla al centro e fare un nuovo gioco con i santi Cassiano e Isepo senza dimenticare così come non basta avere il potere qui neanche la santità è condizione sufficiente, per la buona riuscita dei progetti a Venezia è necessario che le decisioni siano concordate e coordinate, frutto di processi partecipati con la cittadinanza attiva, questa non è la città del non fare ma la città del fare e fare bene. Venezia è città del facciamo. Possiamo concludere con l’esortazione tradotta dal romanesco nel veneziano del dàmose da fa, volemose bene, semo romani con cui Papa Woityla vescovo di Roma si rivolge nel 2004 ai parroci romani:

Demose da far, voemose ben, semo venessiani!

Venezia città del “facciamo” ultima modifica: 2023-05-08T17:47:17+02:00 da GIOVANNI LEONE
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3 commenti

Fernando 9 Maggio 2023 a 0:01

Non è usuale leggere un’analisi “radiologica” così precisa, saggia ed equilibrata di questa Venezia. Tutto assolutamente plaudibile e condivisibile. Non altro da dire per commentare, perchè le realtà percorribili e concreatizzabili anche se -pianpianeo- sono tutte espresse appieno e senza alcun ambiguo filosofoggiare e senza velati rendiconti politichiesi di cassa….(detto da me non nativo ma permeato di venezianità)

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Fernando 9 Maggio 2023 a 0:11

Non è usuale leggere un’analisi “radiologica” così precisa, saggia ed equilibrata di questa Venezia. Tutto assolutamente plaudibile e condivisibile. Non altro da dire per commentare, perchè le realtà percorribili e concreatizzabili anche se -pianpianeo- sono tutte espresse appieno e senza alcun ambiguo filosofoggiare e senza velati rendiconti politichiesi e di cassa….(detto da me non nativo ma permeato di venezianità)

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Mario Scarpa 10 Maggio 2023 a 9:39

Egregio architetto, analisi condivisibile ma ormai di analisi similari Venezia è sommersa e sta agonizzando, come centro urbano dotato di vita propria: il futuro brugnaro-disneyano è ormai realtà: scappate, finché potete!

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