Premierato. La posta in gioco

ADRIANA VIGNERI
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Era facilmente prevedibile che il governo si sarebbe rapidamente orientato in materia di riforme costituzionali verso il premierato, in luogo del presidenzialismo.
Si tratta per ora di poco più che parole. E, trattandosi di parole, presidenzialismo spaventa di più, preoccupa di più che premierato. Il primo già a prima vista metterebbe in discussione la figura del Presidente della Repubblica e lo toglierebbe dall’attuale ruolo di garanzia. Il premierato, proponendo l’elezione diretta del premier ovvero del capo del Governo, darebbe l’impressione che tutto il resto rimanga come sta (impressione completamente sbagliata, ma tant’è). Quest’ultimo avrebbe poi il vantaggio di corrispondere perfettamente ad una proposta fatta dal campo avverso, il Sindaco d’Italia, con il che si vuol dire che il premier verrebbe eletto direttamente come attualmente sono eletti i sindaci. C’è poi un ulteriore vantaggio per la signora Presidente del Consiglio, che ha assunto l’iniziativa: evita di specificare a quale presidenzialismo si è riferita, quando ha detto in campagna elettorale che avrebbe introdotto il presidenzialismo. Esistendo molti diversi modelli di presidenzialismo, non soltanto tecnicamente ma anche politicamente differenti.

Per chi non lo ricordasse, il Sindaco d’Italia fu proposta lanciata da Renzi (Porta a Porta del 19 febbraio 2009) che allora nessuno raccolse.

Quando fu introdotta l’elezione diretta dei Sindaci, le crisi dei governi locali erano frequenti, anzi frequentissime. La ragione principale di quella riforma (1993) fu l’intenzione di stabilizzare le giunte locali. Obiettivo in buona parte raggiunto, le crisi di governo avvengono lo stesso ma in molti meno casi, essendo disincentivate dal fatto che non è più possibile cambiare un sindaco senza produrre anche lo scioglimento del consiglio comunale: a casa lui, a casa tutti. Ma, c’è un ma: provate a parlare con i consiglieri comunali: vi diranno che non contano nulla, che non hanno strumenti per condizionare il sindaco (non possono cambiarlo per le ragioni dette sopra). Non si tratta soltanto di nostalgia per l’epoca in cui i sindaci si facevano e dis-facevano in consiglio comunale. E’ assolutamente vero che la possibilità di incidere dalla posizione del consiglio comunale (eletto direttamente) è assai debole. Ma si può tollerare questo inconveniente, indubbiamente serio (l’impossibilità delle minoranze di incidere) dato che le materie di cui si occupa il Comune non sono così rilevanti come quelle di cui si occupa il Parlamento nazionale, che può anche modificare la Costituzione.

Trasportare questo sistema a livello nazionale: elezione diretta del capo del Governo (a un turno o due turni) con la sua maggioranza – come è per i comuni – vorrebbe dire rendere estremamente difficile per quella maggioranza liberarsi di un premier che non funziona senza dimettersi, senza lo scioglimento delle Camere e nuove elezioni. E nel frattempo approvare tutto quello che quel leader propone. Un Parlamento al traino del Governo. Se poi l’elezione del Parlamento fosse separata da quella del Premier, si aprirebbe la strada all’instabilità, dato che l’elezione parlamentare potrebbe essere usata proprio per rovesciare il Premier. E, naturalmente, significa privare il Presidente della Repubblica del potere di scegliere chi inviare alle Camere come Premier incaricato per chiederne la fiducia. 

Altro, del tutto altro discorso se si volesse invece soltanto rafforzare il governo. E’ nota l’instabilità dei governi italiani, e che la durata sia un valore, credo che tutti o quasi condividano. Che il governo italiano sia “debole” stando alle norme costituzionali è altrettanto noto, quelle norme sono frutto di un’epoca storica in cui si temeva di scivolare verso l’autoritarismo. Sono state ripetutamente proposti rimedi che, senza arrivare all’elezione diretta, rendano più robusto il governo: quei rimedi sono tuttora disponibili. Nell’affrontare questo tema occorre anche tenere presente che la forza di un governo dipende molto dal sistema elettorale. Semplificando, se il sistema è proporzionale i cittadini scelgono soltanto gli eletti in Parlamento, la scelta di chi votare come premier – quali accordi fare – è poi nelle loro mani. Il Presidente della Repubblica darà l’incarico a chi ha la possibilità di ricevere la fiducia. Se il sistema è maggioritario, dal voto non escono soltanto gli eletti, ma anche una maggioranza e ordinariamente un leader di quella maggioranza, e sarà a lui che il Presidente darà l’incarico. E’ quello che è successo con le ultime elezioni: l’incarico non poteva che essere dato a Meloni (non per nomos ma per politica) e il numero di seggi garantito dal sistema maggioritario fa sì che il governo duri, a meno che una parte della stessa maggioranza non apra una crisi. Si spiega così perché laddove il sistema è proporzionale (es. Germania) si cerca di ostacolare i cambi di governo prevedendo che un governo possa essere licenziato dalle Camere soltanto se c’è uno in grado di sostituirlo ed entrare subito in attività.

Quindi sul tema stabilizzazione dei governi occorre decidere se ci affidiamo soltanto ai sistemi elettorali, che possono essere modificati con legge ordinaria (ci ricordiamo i colpi di mano in materia, ad esempio quando è stato cancellato il Mattarellum), giocando su stabilità o instabilità. O se preferiamo avere qualche garanzia costituzionale, ad esempio con la regola della Germania. Una revisione costituzionale all’insegna della “razionalizzazione” del sistema parlamentare. Ma di questo in altra occasione. Qui basti dire che l’elezione diretta del capo del Governo o dello Stato non sono buone idee. Affidarsi all’uomo forte non è una buona idea.

Premierato. La posta in gioco ultima modifica: 2023-05-10T18:46:18+02:00 da ADRIANA VIGNERI
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