Due continenti e la morte

La poesia di Cesare Lievi
MARCO MOLINARI
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L’uscita di due raccolte nell’arco di un biennio, parliamo di Al ritmo dell’assenza e Nel vortice. Il filo, fanno pensare all’urgenza di portare alla luce un lavoro sedimentato negli anni (la prima, nel sottotitolo riporta: Poesie 2011-2015), ma anche all’esistenza di qualche collegamento fra loro, che la lettura conferma, facendone una sorta di primo e secondo tempo di un’ispirazione unitaria, che prende le mosse dall’elaborazione del lutto per la perdita di persone care a uno sguardo globale sulla propria vita e sulle architravi impalpabili e ultraterrene su cui si regge la parola poetica.

Cesare Lievi, è lui l’autore delle raccolte, bresciano di Gargnano sul Lago di Garda, è un affermato regista teatrale e drammaturgo, con alle spalle una solida carriera nel mondo dello spettacolo drammaturgico, direttore di stabili e rassegne in Italia e all’estero. È anche traduttore, soprattutto dal tedesco, ha affrontato Goethe, Hönderlin, Kleist, Rilke e Botho Strauss.

Lievi non scorda però il suo amore iniziale per la poesia, che onora con ponderate pubblicazioni, diluite negli anni, ad eccezione, come si è detto, di queste ultime due. All’inizio del 2020 è uscita Al ritmo dell’assenza, che ha inaugurato la nuova ed elegante collana curata da Pasquale Di Palmo, pubblicata da MC Edizioni. Il titolo è una prima chiave di lettura: la scrittura e la vita che le sta dietro, o da qualche parte a rincorrerla, si dipana mossa dagli affetti che perdiamo nel tempo. Il proposito dell’autore non è quello di lasciarsi andare a un’aura sepolcrale, bensì di contrastarla, fare barriera con i versi:

(…) la sanno
bene a memoria e la ripetono
passo dopo passo la storia
che finisci, che tutto muore
e c’è un ultimo giorno,
ma io guarderò al primo
e già lo canto.

Cesare Lievi (foto da Twitter)

Questo intendimento è declinato nel tratteggio di figure che sono assenti, ma divengono presenze vere, tangibili; anche se non sono più con noi, compaiono al nostro fianco, ci accompagnano scie di esistenze che hanno in dote la permanenza. Alcuni testi si chiudono, infatti, con l’avverbio ‘per sempre’, quasi a voler sfidare il divino, affermando che anche nella nostra realtà persistono presenze immutabili. Lo testimoniano i cicli che si ripetono nella raccolta, sotto il titolo “frammenti per mia madre”. La malattia e la fine del genitore, tema molto affrontato dalla poesia contemporanea, sono viste in una prospettiva di vita che si trasforma, che fino al suo termine gioca le sue carte, con i linguaggi suoi propri, ed è sì, un avvicinamento al nulla, ma non inteso come vuoto assoluto, perdita, ma come centro di una nuova prospettiva, una preparazione a quel rapporto ulteriore che legherà chi se andrà con chi resta. Si stagliano nitidissimi alcuni momenti in cui, ad esempio, dopo aver ricordato episodi di vita della madre, i viaggi a Vienna, la poesia si chiude alludendo alla presente grave infermità, però con un colpo d’ala che ribalta la prospettiva:

(…)
Anche ora fai tutto questo, lo fai
in un attimo
nel silenzio che sei
che diventiamo.

La morte, che aleggia in gran parte della raccolta, viene respinta, o meglio viene catturata e riportata alla sua dimensione umana, tanto che si può guardarla, odorarla, inginocchiarsi con lei “(…) per pregare Nessuno/ che nessuno ci separi mai.” Quel ‘Nessuno’, ci fa intendere che l’autore non cerca consolazione in una prospettiva di salvezza ultraterrena, non crede a una risurrezione. È invece fermamente convinto della realtà umana della morte, della sua presenza in mezzo a noi; lo testimoniano molti testi dove assistiamo a una sorta di inseguimento discreto, a un gioco sottile e a volte perfido, in cui l’uomo mette sul tavolo le sue carte, appronta una sfida, anche se non sa bene dove sia e chi sia l’avversario.

Ecco allora avvicendarsi poesie in cui la finestra si chiude, sul mondo, sulla speranza ‘di senso’, sugli altri, con altre in cui si lascia spazio alla solarità, alla gioia di vivere, al canto. Queste ultime sono poesie in cui si intravedono incontri, partenze e arrivi in aeroporto, scorci di paesaggi provenienti dall’altra parte dell’Atlantico, da quel Brasile che per Lievi è quasi una seconda patria. Un altro continente, quindi, inteso non soltanto come luogo geografico, ma anche come opposta prospettiva del vivere, come uscita nel sogno, un possibile rifugio per mettere insieme le parti fuori sincrono dell’esistenza.

Su tutto, l’amore per la scrittura, il riconoscere alle parole il potere immenso e eterno di decretare il nostro essere vivi, di testimoniare le infinite battaglie che ogni giorno si consumano:

Non ci sono parole splendide.
Tutte con il colletto sporco
e i buchi nei calzini. Stralunate.
Svendute. Eppure lo sguardo – ah, l’incantesimo del foglio! –
lo sguardo sa se dorme il sole e dove.
Ecco albeggia. Laggiù. Laggiù. Lo senti?
Scrivi!

Cesare Lievi
Al ritmo dell’assenza (Poesie 2011-2015)
MC edizioni, 2020

Nel 2022 esce Nel vortice. Il filo per Pordenonelegge – Samuele Editore, dopo solo due anni dalla precedente prova. Questa nuova raccolta riprende alcuni temi che là erano stati posti in posizione privilegiata, primo fra tutti la perdita delle persone care e il rapporto che permane tra il mondo dei vivi e coloro che sono passati a un’altra dimensione, gli assenti. In questo caso, però, il poeta utilizza un espediente stilistico, che si sostanzia nell’ancorare i versi ad alcune parole-concetto, che tracciano il filo ideale per mettere in equilibrio il mondo, sconvolto dal vortice delle perdite e degli urti del tempo.

Due di queste parole, che si rincorrono per tutta la raccolta e danno il titolo alla prima sezione, sono custode e cardine. Il custode richiama l’angelo custode, essere trasparente, che partecipa al mondo dei vivi, pur essendo l’inviato di un’entità esterna che è intorno a noi, di un altrove dove dimorano i morti. La sua presenza è costante, “(…) Sta lì trepido, insonne, attento, al limite/ del possibile, l’alato. (…)”, ha il compito di custodire le vite, ma soprattutto quello di bruciare il confine tra i due mondi, che solo con lui è forse possibile attraversare. All’idea del messaggero silenzioso e celeste, si connette quella del cardine, del perno su cui si fonda l’equilibrio di questo passaggio continuo, a cui il poeta si sente attratto, affinché tutto venga messo in discussione: realtà, sogno, tempo, luoghi. L’angelo custode è lì, sempre, anche quando gli assenti entrano in scena e vogliono recitare la nostra parte, tanto che nessuno potrà dire chi siano i vivi e chi i morti. “Di parole – cose è il cardine/ (per questo tiene) e di carne, di battito/ (…)”, di tutto quello che fa vivere, sembra volerci suggerire Lievi, “senza angoscia o rimpianto/ felice del suo niente, del trascorrere.”

Questa dualità di mondi si riverbera anche sul luogo dove stabilire la propria casa, dove porre le radici e affrontare il divenire della propria esistenza. Il poeta replica la duplice prospettiva, il suo dove è diviso fra la casa di Gargnano e il lavoro in Europa, il continente della civiltà classica e la casa in Brasile, nella città di Goiânia, dove la luce è dominante e riscalda, e ci si lascia afferrare dalla natura maestosa. Nascono là poesie della quiete, come questa limpida “Novembre a Goiania”:

Meravigliosa primavera qui.
Avvoltoi in volo in un cielo così
azzurro che la sabbia scorre immobile
tra le dita: la voce indica e canta.
Parole senza tristezza i passi ora.

Alla calma del paesaggio brasiliano, si contrappone la poesia “Maggio a Gargnano”, dove solcano il cielo cumuli di nubi e si succedono piovaschi, e “(…) s’arresta il mutare/ delle cose, lo scambio del venire// e dell’andare, il nascere, lo spegnersi. (…)”

Ma tutto questo andare e ritornare, lasciare e ritrovare una casa, che ha occhi di donna e di uomo, non è altro che il destino dell’essere umano, a cui non ci si può sottrarre, bisogna esserne consapevoli. Se esiste un fine, sottolinea Lievi, allora questo è “venire in luce”, “amando il buio che ci contorna e nutre.” L’accettazione della condizione umana, fragile e caduca, è l’unica maniera per sopravvivere secondo Lievi, ma nello stesso tempo è necessario dirsi convintamente parte di una realtà più grande, che è il visibile, ciò che è apparso dalle tenebre nella prima alba del mondo, e che non deve mai smettere di stupire, di portare calore, amore, la volontà di riconoscersi:

Venire in luce. Ogni autunno. Ogni inverno.
Ogni notte. Proclamare la luce.
Riscaldare la luce.

L’ultima parte, non senza qualche amara ironia, è titolata “Appendice”. Raccoglie poesie di vario argomento, mettendo insieme i temi usuali, sviluppati nelle due raccolte, a sguardi d’occasione, estemporanei, che ci offrono il pensiero del poeta anche sui fatti della contemporaneità. Vediamo allora lo spettacolo dei cinghiali che razzolano fra i cassonetti della spazzatura, lo sterminio di scarafaggi durante una disinfestazione di un albero e il tema dell’immigrazione dei popoli via mare, dall’Africa e dall’Oriente (per questo si è parlato di amara ironia). Per la sua tragica attualità, è doveroso porre in evidenza “Corpi al largo”, nella quale irrompe in modo brutale la realtà, in un’opera dove prevalgono le immagini proiettate dal pensiero e dalla meditazione:

A galla. Morti. Onde. Non nel senso della
superficie e del profondo. Sentiero
sbarrato. Senza fine. Che chiamiamo
pace. Ignoti e per questo cari. Nostri
come la nostra mano. Pura effigie
d’un notiziario. Sognatori
di altri sentieri. Condannati.

Cesare Lievi
Nel vortice. Il filo
Pordenonelegge – Samuele Editore, 2022


Immagine di copertina: Gragnano sul Garda, paese natale di Cesare Lievi. Foto di Eugen Kalloch, da commons.wikimedia

Due continenti e la morte ultima modifica: 2023-05-12T18:51:10+02:00 da MARCO MOLINARI
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