Spagna. La siccità nelle urne

Il 28 maggio elezioni autonomiche e municipali. Al centro il cambiamento climatico, con una grave siccità in corso, e la messa alla prova di dinamiche nazionali, con le destre in rimonta e i rapporti a sinistra che toccano il loro punto più basso, in vista delle politiche di dicembre
ETTORE SINISCALCHI
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[BARCELLONA]

Il 28 maggio si rinnovano tutti i municipi spagnoli e dodici comunità autonome. La campagna, ufficialmente iniziata venerdì scorso, scalda i motori da tempo per un voto segnato da cambiamento climatico, la siccità che colpisce la penisola, rimonta delle destre e tensioni a sinistra, a costituire lo scenario materiale e politico del voto. Decine di milioni gli spagnoli chiamati alle urne, a mettere alla prova anche dinamiche nazionali.

Lo stato dei rapporti a sinistra negli ultimi mesi è stato pessimo, sia tra i soci di governo di Psoe e Unidas Podemos sia tra le formazioni a sinistra del Psoe, impegnate in un difficile processo di ricomposizione e aggregazione che sembra partito col piede sbagliato. Le sinistre dovranno misurare la loro forza e la capacità di mobilitazione di un elettorato demotivato da un “dibattito” aspro e distruttivo. Le destre sperano che il voto sancisca il logoramento degli avversari e consolidi il campo, in vista delle politiche di dicembre.

Vediamo per cosa si vota. Si rinnovano dodici Comunità autonome su diciassette — le nostre regioni ma con più ampie competenze —, Aragona, Asturie, Baleari, Canarie, Cantabria, Castiglia-La Mancia, Estremadura, Madrid, Murcia, Navarra, Valencia, La Rioja, per oltre diciassette milioni trecentomila elettori. Restano fuori le cosiddette quattro Comunità storiche, Andalusia, Catalogna, Paese basco e Galizia, e Castiglia y León, rinnovate tra il 2020 e il 2022.

Nelle municipali, oltre trentacinque milioni di elettori, città importanti come Madrid, Barcellona, Valencia. Sono le elezioni più regolari del sistema spagnolo, la Costituzione detta che avvengano ogni quattro anni la quarta domenica di maggio, e queste sono le prime post pandemia. In gioco 8.131 municipi ripartiti in cinquanta province, le Assemblee delle città autonome di Ceuta e Melilla, le Giunte generali di Gipuzkoa, Araba e Biscaglia nel Paese basco, i cabildi insulari delle isole Canarie, i Consigli insulari di Ibiza, Maiorca e Minorca, il Consiglio della Valle di Arán (Lleida) e altre amministrazioni territoriali.

Il contesto materiale, cambiamento climatico e crisi idrica

La Spagna è al secondo anno di siccità (qui, l’evoluzione nel 2022, i dati provengono dal ministero per la Transizione ecologica). Ampie parti del paese non vedono precipitazioni apprezzabili da sei mesi mentre un’ondata di calore colpisce la penisola, le temperature della seconda metà di aprile sono state quelle di giugno. L’estate arriva un mese prima e la primavera non porta piogge, rendendo drammatica la situazione in agricoltura. Per oltre 3,5 milioni di ettari, in Andalusia, Castiglia La Mancia, Estremadura e Murcia, riso e cereali soprattutto, i raccolti sono già in gran parte perduti.  

La riserva idrica nazionale è attualmente al 48,9 per cento, alla fine di aprile era al 50,4, il tasso di evaporazione è rapido e in aumento. I bacini di Andalusia e del Levante, tutta la costa mediterranea, sono sotto al trenta per cento.

Sul Parco nazionale di Doñana, preziosa area umida europea in grave crisi per le captazioni illegali per l’agricoltura, si è consumato uno scontro politico tra il governo di Pedro Sánchez e la Giunta andalusa, presieduta da Juan Manuel Moreno Bonilla — che conquistò l’ex fortezza socialista con l’aiuto di Vox e ora è al secondo mandato con maggioranza assoluta. La Giunta di Pp e Vox voleva consentire lo sfruttamento di falde che alimentano l’area suscitando la reazione di naturalisti e ecologisti, l’intervento del governo e della Commissione europea, oltre che dell’Unesco, l’area è patrimonio dell’umanità, che sta valutando di dichiarare lo stato di pericolo. La Giunta andalusa ha fermato provvisoriamente il testo, ma senza deporre le armi.

La Catalogna, dove i bacini interni sono a un quarto, è la prima a dichiarare l’emergenza idrica e imporre limitazioni. Ridotti gli approvvigionamenti del quaranta per cento all’agricoltura, del quindici all’industria, tra quindici e cinquanta per cento per usi edonistici e ricreativi, proibita l’irrigazione e la pulizia delle strade con acqua potabile. Alcuni invasi, inoltre, non possono più essere utilizzati come riserva dei servizi antincendio, non hanno abbastanza fondo. Il fuoco è l’altra faccia della siccità. Dall’inizio dell’anno a aprile gli incendi boschivi sono aumentati del sessanta per cento rispetto al 2021 e del tredici rispetto al 2022. Anche la stagione degli incendi arriva prima.

A bruciare sono anche i rapporti a sinistra. È difficile riuscire a descrivere l’avvitamento delle sinistre spagnole. È iniziato nel governo, nei rapporti tra Psoe e Unidas Podemos, con la vicenda della legge del Solo sì è sì, travolta dalle polemiche sulle riduzioni di pena e le scarcerazioni, mentre madri e padri del testo litigavano rinfacciandosi presunte colpe, e modificata, forse contraddetta, da un’inedita alleanza parlamentare tra Psoe e Pp — la rottura di un tabù che può essere un anticipo di qualcosa che potrebbe arrivare —. Poi, attorno alla costruzione di Sumar, la compagine per la candidatura di Yolanda Díaz alla guida del governo, sono arrivati altri problemi.

Tra Sumar e Podemos, tra Yolanda Díaz e Pablo Iglesias, le cose non vanno bene in questa fase.

Díaz, indicata da Iglesias a succedergli come candidata alla guida del governo e leader di Unidas Podemos (UP) — la coalizione che unisce i viola, Izquierda unida e Pce, il partito di Díaz — si trova ora nel difficile lavoro di unificare il campo politico alla sinistra del Psoe dovendo affrontare la difesa di Iglesias delle sue posizioni. Il varo di Sumar ha aumentato le tensioni. Reso indispensabile dalla resistenza di Iglesias, sancisce anche che i viola non si scioglieranno nella nuova formazione ma che si tratterà di trattativa tra pari, categoria nella quale Podemos stenta a inserire le altre formazioni della sinistra — in particolare Más Madrid di Iñigo Errejón, fondatore il cui allontanamento dal partito segnò la fine della parabola del primo Podemos, la rottura del circolo dei giovani storici di Madrid che avevano dato un simbolo elettorale al movimento degli Indignados —.

Così in una recente intervista a Elena Marisol Brandolini per il manifesto, Iglesias ha liquidato l’operazione attorno a Díaz

Sumar pensa che la politica è un mercato della domanda: guardare cosa la gente crede e dire cose che sembrano ragionevoli. Noi invece pensiamo che la politica sia un terreno di trasformazione permanente in cui non bisogna aver paura di trasformare la società anche con la parola.

Per poi aggiungere

La sinistra non può assumere mai il linguaggio dell’avversario dicendo che il rumore non va bene. La politica è la disciplina del conflitto, non la disciplina dell’accordo, gli accordi sono solo il risultato del conflitto.

Ci sono due piani, uno contingente, la costruzione delle regole con cui si costruiranno le liste (primarie, e in che modo) e uno più profondo. Contro la “politica del rumore” si era espressa Díaz, rivendicando l’effettività di una politica di accordi.

C’è una parte della sinistra, come i compagni di Sumar, che pensa che la cosa più importante siano i risultati che riesci a portare a casa, noi diciamo che la cosa più importante sono i risultati che porti a casa sempre e quando hai gli strumenti per comunicarli. Abbiamo avuto un governo di coalizione che ha fatto più politiche di sinistra di tutta la storia spagnola. Il problema è che c’è chi pensa che tutto ciò sia sufficiente.

La chiave del rifiuto di Iglesias sembra essere nel timore per un partito laburista, in grado di costruire accordi, di cambiare materialmente le condizioni di vita dei lavoratori e della cittadinanza. La concertazione tra le parti sociali, introdotta in Spagna da Yolanda Díaz, spiazza e rompe abitudini, il conflitto non è necessario per arrivare ai tavoli.

Dietro alle resistenze di Iglesias ci sono le difficoltà che attraversano i viola, il progressivo deterioramento elettorale di Podemos. Una caduta che ha portato il partito dai 5,17 milioni di voti delle generali del 2015 ai 2,9 milioni del 2019, con un meno 43,4 per cento. Dato ancor più marcato se calcoliamo che nel 2015 correva da solo e dal 2016 in coalizione con Izquierda unida, che apporta non meno di novecentomila voti.

Il Psoe ha affrontato un simile percorso e ha reagito ben diversamente. Tra il 2008 e il 2016 passò da 11.289.335 voti (il 43,87 per cento e 169 deputati) a 5.443.846 (22,63 e 85 deputati). Meno 52 per cento dei consensi, mentre Podemos si fermava a soli 400 mila voti, 5.087.538 (17,1 per cento e 71 deputati). La reazione del Psoe passa per Pedro Sánchez, segretario grazie ai “baroni”; una guerra interna in cui lo defenestrano; il ritorno in una campagna in cui macina chilometri come alternativa “all’apparato”; il trionfo nel voto degli iscritti; la successiva costruzione del “suo” Psoe e la salda guida del governo nel consolidamento della sua centralità sulla scena politica.

La caduta di Podemos si deve a molte cose. Le campagne legali e illegali contro la formazione, un grave vulnus della democrazia spagnola, l’uso politico di parte delle strutture di sicurezza dello stato. Le “Cloache dello stato”, controllate dal Partido popular, hanno svolto attività illecite contro fazioni interne del Pp, i partiti catalani e Podemos ­— della vicenda scrisse lo stesso Iglesias in un testo tradotto da ytali.com —. Sorveglianze e intercettazioni illegali, costruzioni di false prove e elaborazione di dossier consegnati a organi di stampa compiacenti. Finanziamenti da Venezuela e Iran inesistenti su cui sono state costruite campagne di discredito, e processi, per anni. Questioni gravissime che, però, non sono all’origine della crisi di Podemos che deriva da dinamiche interne, forse esasperate dall’accerchiamento subìto.

La volontà di controllo di Madrid sui territori, il dissenso politico screditato e accusato di favore agli avversari, la spirale di provvedimenti disciplinari, commissariamenti e espulsioni, l’evocazione del “tradimento”, hanno depauperato l’esperienza che a partire dal 2008 ha rivoluzionato il panorama politico spagnolo. Le sconfitte non sono state discusse, le politiche non analizzate criticamente sulla base dei risultati; vertici intoccabili, cooptazione, autoritarismo e chiusura hanno determinato abbandoni e delusione.

Se la candidatura e il percorso di Sánchez furono di per sé, almeno simbolicamente, una riflessione politica pubblica su errori e ritardi del Psoe, nulla di ciò è avvenuto nei viola. Iglesias è uscito dal governo, si è candidato a Madrid nel 2021, perdendo, ha nominato “a dito” Yolanda Díaz come candidata unitaria, ha “lasciato la militanza attiva” continuando a controllare il partito. Consolidare la militanza è stato il principale obiettivo, anche i “compagni di viaggio”, gli indispensabili alleati nei governi locali, costituiscono un “loro” a cui contrapporre il “noi” di Podemos. L’autonomia comunicativa, simbolo politico di questa fase, si esprime nel principale sforzo di Iglesias, il progetto politico, imprenditoriale e mediatico di canale Red – Tv.

Il tentativo di discutere le regole dell’alleanza prima che il voto rischiasse di ridimensionarne la forza ha esaurito il suo tempo. Si va alle urne col carico pesante di rapporti ridotti ai minimi termini e una posta in gioco enorme che richiede di interrompere le ostilità. Così si muove Yolanda Díaz, che si impegnerà a appoggiare tutte le liste delle sinistre, anche laddove corrano separate. Ora il risultato di Podemos è centrale: dal superare o meno il quorum dipenderanno le sorti delle sinistre in molti territori, come ben capisce anche chi ne auspica un “superamento” in una nuova stagione unitaria.

Vediamo brevemente i voti più importanti, anche alla luce degli ultimi sondaggi. Il Psoe governa nove Comunità su dodici, tre in solitario, e importanti capoluoghi come Siviglia, Granada, Huelva, Valladolid, Burgos o Murcia. I sondaggi confermano che non è più tempo di maggioranze assolute, un tempo abituali. Il Psoe può perderne due, Castiglia-La Mancia e Estremadura, e dipendere da accordi a sinistra. Da tenere d’occhio la Comunidad Valenciana. Capitale e regione sono governate dalle sinistre, col sindaco Joan Ribò e il presidente Ximo Puig — di Compromís il primo, socialista il secondo, in un’alleanza modello tra vecchio e nuovo — e una sconfitta sarebbe brutto segnale per le politiche del prossimo dicembre.

A Barcellona giochi aperti tra Ada Colau, che potrebbe conquistare il terzo mandato, il candidato socialista Jaume Collboni e l’ex sindaco Xavier Trias, che corre per Junts per Cat, mentre sembra indietro Ernest Maragall di Erc. Nei dati del sondaggio del Cis, l’Istat spagnolo che si occupa anche di rilevazioni elettorali, Colau spicca per fedeltà dell’elettorato e pare essere una scelta “nascosta” da molti elettori, forse in conseguenza delle tante campagne a sfavore, che sembrano far omettere la preferenza ma non cambiare idea — una sorta di “maggioranza silenziosa progressista urbana” —.

Nei partiti indipendentisti la sfida tra Esquerra republicana, con Maragall, fratello dello storico sindaco socialista Pasqual, e Junts per Cat, con Trias, sembra vedere favoriti i secondi. Un tentativo di intorbidire la campagna creando tensioni attorno a una storica occupazione cittadina, El Kubo, con marce di estrema destra, slogan nazisti e insulti alla sindaca, col protagonismo di una singolare impresa che si occupa di “disoccupare” stabili, sembra essere fallito, consolidando forse la figura della sindaca presso il suo elettorato potenziale.

I popolari hanno buone aspettative. Dopo il crollo del 2019, quando su dodici sfide solo l’alleanza con Vox permise di salvare la Comunità di Madrid e la Murcia, hanno ottenuto maggioranze assolute in Galizia, Comunità de Madrid, Andalusia e in Castiglia y León governano con Vox. I sondaggi prevedono un trionfo solo nella Comunità di Madrid, con Isabel Ayuso, che non nasconde le sue ambizioni nazionali, vicina alla maggioranza assoluta. Relativa tranquillità per il sindaco della capitale, José Luis Martínez-Almeida, davanti a Rita Maestre per Más Madrid, Reyes Maroto del Psoe, Begoña Villacís per Ciudadanos, Javier Ortega Smith per Vox e l’ex recordman mondiale dei 1.500 metri piani, Roberto Sotomayor per Podemos. Scopo del Pp è continuare a erodere potere al Psoe, mantenere Comunità e città, Madrid, Saragozza, Teruel, Alicante, Malaga, Córdoba, Almería, Salamanca, Oviedo, oltre a Ceuta dove, dopo la rottura con Vox, governa in minoranza con l’appoggio esterno dei socialisti. Ciudadanos lotta per non scomparire, Vox spera di restare indispensabile per il Pp in qualche governo, diventarlo in altri e conquistare seggi strategici, per esempio a Barcellona.

Senza maggioranze assolute, sarà importante vincere ma anche saper costruire coalizioni e capiterà che il partito più votato non sarà quello di governo. Dove i blocchi destra – sinistra sono pressoché in parità, in molti territori, la chiave sarà nel risultato di Podemos: superare o meno il quorum del cinque per cento deciderà la vittoria tra destre e sinistre.

Spagna. La siccità nelle urne ultima modifica: 2023-05-15T11:43:16+02:00 da ETTORE SINISCALCHI
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