Sulla bellezza

Paolo Portoghesi stava completando un nuovo libro. Martino Branca lo ha interrogato a più riprese, fino a due settimane fa. Le risposte spaziano dalla letteratura all’arte, dalla preistoria all’attualità, dalla filosofia alla politica.
MARTINO BRANCA
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Mesi fa, all’Archivio Storico della Presidenza della Repubblica hai dato un annuncio sorprendente: stai scrivendo un libro sulla “bellezza.”
Ci sono libri della memoria e libri della ricerca: alcuni libri si scrivono per liberarsi delle cose che si hanno dentro, altri – come questo – nascono dal desiderio di divertirsi, di conoscere cose che non si sapevano.

Da quanto tempo ci lavori, e a che punto sei?
Da quattro anni. Ho dovuto leggere opere importanti, dalle quali magari ho ricavato due righe. Le antologie (ne ho moltissime) non bastano. In ogni caso leggere dal vivo, per esempio, le testimonianze su Pitagora è di certo divertente. E si può mettere un lungo lavoro a disposizione di tutti.

Non manca molto al termine. In questo momento mi sto occupando dell’Iliade.


Lì la bellezza di Elena è la causa della guerra, quella di Briseide e Patroclo scatena l’ira di Achille. Eraclito dice che l’armonia è dialettica, conflitto.
Addirittura “polemos”, cioè guerra. L’Iliade è importante. Prefigura la tragedia. A torto generalmente la si ama meno dell’Odissea. La tragedia ricava la bellezza dai contrasti, dal disordine. Non sempre si risolve in un ordine finale, spesso procede inevitabilmente verso il disordine sempre più profondo.
E poi nell’Iliade c’è la prima descrizione della genesi di un’opera d’arte in termini di bellezza: lo scudo di Achille.

Marcel Duchamp, Fontana (Urinoir), 1917, Musée National d’Art Modern, Centre Pompidou, Parigi

Qual è la relazione tra la bellezza e l’arte?
Non necessaria. Contro la bellezza è stato inventato il tema dell’artisticità. L’artisticità non implica la bellezza. Non c’è dubbio che si può fare arte senza bellezza. L’orinatoio di Marcel Duchamp è certamente un’opera d’arte, ma poco interessante perché ha creato uno scalpore che poteva dar luogo solo all’imitazione, non poteva portare  all’approfondimento. L’objet trouvè è stato sterile.

Ti riferisci alla contrapposizione tra moderno della tradizione e tradizione del moderno?
Nel libro parlo molto di bellezza e modernità. C’è una bellezza moderna poi abbandonata: è quella potente di Van Gogh e del grande realismo di Courbet. Dopo si verifica una separazione. Dalla bellezza si arriva alla bruttezza, poi alla bruttezza che è bellezza. È il caso clamoroso di Max Ernst, che  nella fase dadaista predica l’assassinio della bellezza e dopo fa quadri bellissimi. Succede quello che Adorno dice sulla musica: finché il musicista conosce a fondo il linguaggio musicale tradizionale produce un moderno comprensibile, interessante, drammatico; quando parte da zero fa una modernità irrilevante.

E nell’architettura che cosa è accaduto?
Nell’architettura l’obbiettivo della bellezza è stato per molto tempo in auge, poi si è verificato uno spostamento. Tutti i maestri dell’architettura moderna hanno coltivato la bellezza. Il dispregio è arrivato recentemente. Lo ha preparato la marcia indietro innestata dall’arte concettuale , che ha distrutto quello che teneva l’attività artistica connessa o almeno in dialettica con la bellezza. Anche nell’arte concettuale ci sono momenti di bellezza, ma sono non trasmissibili perché legati al momento dell’evento, o non utilizzabili a causa della discontinuità.

Hai parlato dell’“Iliade” e dell’arte concettuale. Qual è lo spazio storico e geografico del libro?
Nel tempo va dalle società primitive all’oggi. Ci sono testimonianze inequivocabili. Soprattutto nelle tombe nasce il problema di mettere un fiore, una decorazione, qualche cosa che è alla base del concetto di bellezza. Quanto alla geografia  è quella che comprende le civiltà del Mediterraneo fino al Medio oriente e alla Mezzaluna fertile. Ma ci sono incursioni importanti anche nell’Oriente estremo. Il mondo antico ha assorbito alle origini l’insegnamento orientale  e se lo è portato dietro. Anche se in  Giappone “wabi sabi” ha un significato tutto diverso.

 Katsushika Hokusai, Pescatrice di Awabi e piovra (Il sogno della moglie del pescatore), 1814

L’ estetica giapponese ha influenzato fortemente le avanguardie del Novecento. In che modo quell’idea di bellezza è diversa da quella classica  occidentale?
Contrariamente a quello che si è scritto, i giapponesi non negano la simmetria o l’armonia delle forme. Però introducono la varietà del “wabi sabi” che contraddice quelle leggi. Amano contemporaneamente la simmetria e l’eccezione. Apprezzano l’armonia ma si compiacciono di tradirla. La loro bellezza è più complicata della nostra, soprattutto reagisce alla concezione della grande tradizione aristotelica.

Allora il libro è una storia (e una geografia) dell’idea di bellezza?
No. Della parola. Parto dalla parola. Heidegger dice che le parole non sono contenitori ma sorgenti, sicché bisogna lasciarle scorrere. È impressionante pensare il mondo prima dell’invenzione della parola, è come trovarsi di fronte a un precipizio. Ovviamente per la bellezza ci sono  parole diverse, una per ogni lingua importante, e possono significare cose altrettanto diverse, dalla moralità alla forma. Ma stranamente hanno una base comune, bene o male identificano la bellezza. È una parola problematica che è stata requisita dagli storici dell’estetica. L’estetica è stata inventata apposta come una branca minore della filosofia che si occupa della sensibilità, cioè degli aspetti inferiori della conoscenza. Ma la bellezza è un concetto forte, specie nella cultura occidentale. C’è chi dice che l’Occidente ha inventato la dittatura della bellezza.

Policleto, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Nel mondo occidentale è stato Aristotele a fissare i criteri della bellezza, come coerenza, misura, armonia. Il concetto è diverso nelle culture di ascendenza biblica? E c’è coerenza tra loro?
Quel mondo è in contrasto con la concezione occidentale. Su questo argomento c’è tensione tra le due culture. Nell’universo  greco trionfa la bellezza corporea, che viceversa in quello biblico confligge con lo splendore della trascendenza. Nel mondo musulmano la bellezza, escludendo la rappresentazione della figura umana, viene cercata disperatamente, ma andare verso la perfezione è scontrarsi con Dio, l’ente perfetto. Il cristianesimo, cresciuto nell’occidente, risolve il problema con una grande mescolanza: il tema dello splendore viene proiettato sulla figura umana. È fantastico che ogni epoca sia riuscita a dare un’interpretazione della bellezza del Cristo. È una continua scoperta.

Cristo benedicente, ambito dei Callisto Piazza da Lodi, prima metà del XVI secolo, Duomo nuovo, Brescia

In Dostoevskij ci sono i due aspetti in una persona. Il principe Myskin è infinitamente bello e infinitamente buono.
È molto chiaro, ma ci sono voluti secoli per arrivarci, e c’è voluta la Russia. Piango al fatto che oggi si cerca di allontanare la Russia dall’Europa, è demenziale, è come allontanare il cuore dall’organismo.

Un contemporaneo di Dostoevskij, Baudelaire, ha scritto le stesse cose, certo in forma  poetica, piacevole, ma in modo stupido, a volte addirittura insulso. Nella complessità del mondo moscovita quello parigino è stato solo una componente.

La “casa comune europea” è stato il sogno di Michael Gorbacev.
Gorbacev, figura affascinante, grande sconfitto, dopo di lui lo sfacelo. Sono stato a Mosca negli anni Settanta. Capitava che duemila persone si riunissero per ascoltare un poeta. Nei mercati colcosiani c’era l’incontro tra la città e il calore umano delle persone che lavoravano per nutrirla. Con la distruzione dell’URSS, del comunismo è stato  buttato via tutto, il bambino con l’acqua sporca.

E i gerarchi si sono comprati l’economia, come  perfetti americani.

Tornando a Dostoevskij, ne “L’idiota” a Myskin si fa dire una frase divenuta famosa: “La bellezza salverà il mondo“. Ma  Myskin è sconfitto. E ne “I fratelli Karamazov“ la ”leggenda del Grande Inquisitore” racconta che Gesù ritorna dopo millecinquecento anni e viene inquisito, condannato, infine scacciato.
Myskin è una figura chiave, ma ha suggerito una cosa controproducente: attribuire alla bellezza una funzione salvifica. Che la bellezza possa salvare il mondo è da escludere. È il mondo che deve salvare la bellezza, per salvare la terra. In questo senso la questione della bellezza si aggancia alla lotta per la sopravvivenza. Salvare la terra non è un problema tecnologico. È un problema di cambiamento dello stile di vita. Perché dobbiamo tornare alla bellezza? Perché è tornare alla facile comunicazione tra le persone, a momenti di estasi che sono una necessità fisiologica dell’uomo, perché nella tradizione occidentale questo filone meraviglioso non può essere interrotto o disprezzato, sta dentro le nostre vene e dobbiamo cercare di utilizzarlo.

Qual è l’inganno della tecnologia?
La tecnologia ci promette continuamente cose meravigliose, in realtà lo fa molto spesso a spese della possibilità di trovare un accordo colla terra. Ci propone l’immagine di una natura dominata, messa nella nostra disponibilità, invece siamo noi nella disponibilità della natura.

Insegnando per anni Geoarchitettura, materia che riguarda la salvezza dell’umanità e della terra, sono arrivato alla conclusione che arriveranno tempi duri. Dovremo fare rinunce anche dolorose. La natura comincia a raccontarci cose sempre piò sgradevoli. Obiettivamente il futuro dell’umanità è tragico e come tutti i futuri pensabili può finire bene o finire male. Con tutte le cose, anche piccole, che facciamo bastano cent’anni per rendere inabitabile la Terra.

Raccontato così questo libro sembra una cosa di sinistra.
Sono convinto che oggi la distinzione tra destra e sinistra non è utile nella filosofia ma nella prassi. In questo momento la sinistra politica sembra caratterizzarsi non nelle cose da condividere ma in quelle che separano alcune parti in qualche modo ingiustamente. Tutta questa storia dei diritti individuali sta un po’ snervando la sinistra. È giustissimo che ognuno faccia quello che gli pare, ma è altrettanto giusto che qualcuno si ponga il problema se non sia meglio limitarsi a quelle cose che corrispondono a libertà collettive.

Paolo Portoghesi

Abbiamo parlato delle ragioni del libro, del suo taglio culturale, degli spazi che esplora. Qual è la sua ambizione?
Questo che racconto è un programma ambizioso, rispetto al quale il libro può essere una delusione, ma a me interessa iniziare: una specie di “bellezza messa a nudo”. Perché la bellezza si rivela uno strumento  efficiente, che unisce, che può diventare uno fattore di coesione. Lo sanno gli artisti, quelli che la bellezza l’hanno maneggiata: a loro dovrebbe essere riconsegnata, e tolta ai filosofi. Holderlin, al quale sono molto legato, non è idealista né realista, né cristiano né pagano, ma ha momenti di verità assoluta: ha capito che la bellezza consente all’uomo cose che diversamente non potrebbe fare, quindi può diventare un’arma.

Dunque il libro propone il ritrovamento della bellezza come luogo di incontro tra gli uomini e tra loro e il mondo?
Purtroppo l’uomo nasce maturo, sicché poi non gli rimane che putrefarsi. Tra gli Inni detti Omerici ce n’è uno dedicato a Gea, la Terra. È sorprendente la verità cantata da un poeta del VII secolo a.C.. Recita:

Io canterò la madre universale dalle salde fondamenta, antichissima, che nutre tutti gli esseri che vivono sulla terra, quanti si muovono sulla terra divina o nel mare e quanti volano, tutti si nutrono dell’abbondanza che tu concedi.

Madre degli dèi, consorte del cielo stellato, concedimi benigna, in cambio del mio canto, la prosperità che conforta il cuore ed io mi ricorderò di te e di un altro canto ancora.

Sulla bellezza ultima modifica: 2023-05-31T17:09:25+02:00 da MARTINO BRANCA
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1 commento

Giovanni Leone 5 Giugno 2023 a 20:51

Paolo portoghesi era un intellettuale raffinato e uno storico dell’architettura stimolante, ascoltarlo e leggerlo era ammaliante, ed è per questo che leggendolo occorre praticare l’arte dell’Inter-ligenza per non farsi prendere nella rete del canto delle sue parole.

In questa bella intervista prevale una concezione della bellezza come edonismo più che come virtù, non bastano i canoni a descriverla per intero, perché centro e dietro alle figure scolpite da Mirone Policleto Fidia e poi da Skopas, Prassitele e Lisippo c’era la virtù, l’ideale greco della bellezza tiene insieme etica ed estetica come facce della stessa medaglia il cui corpo non è dato separare. Mi riferisco alla kalokagathia, crasi di kalos kai agathos, il bello è buono, che c’insegna che io bello non è bello se non è anche buono e viceversa.

C’era uno spunto in tal senso in una domanda “In Dostoevskij ci sono i due aspetti in una persona. Il principe Myskin è infinitamente bello e infinitamente buono.” ma Portoghesi non lo ha colto, anzi peggio dice che c’è voluta la Russia per arrivarci, dimenticando la Grecia sulla cui bellezza dell’aspetto si ferma. Apparenza.

Lo stesso a me pare ci sia nella sua opera, che a me pare pasticciona, pasticciata…pasticceria. Leggerlo è interessante e stimolante anche per questo, perché ti costringe a ragionare.

Non mi trova d’accordo neanche il riferimento alla bellezza vs artisticità. I bello è il libero parteciparsi con ciò che si ha di fronte, se e quando e quanto provoca emozione, empatia, piacere estetico che può tracimare in estatico, non solo per le qualità intrinseche dell’opera ma specialmente per la disposizione, lo stato d’animo, la sensibilità dell’osservatore.

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