La guerra del futuro, il futuro della guerra

FRANCESCO MOROSINI
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Nel maggio del 2013 l’allora presidente Obama, prendendo la parola alla National Defense University (Remarks by the President at the National Defense University), individuava nei veicoli a guida remota, o droni, dei sistemi d’arma utili a difendere i valori dell’Occidente. Valutando positivamente il ritiro di forze militari dall’Iraq e l’allora prossimo dall’Afghanistan si lasciava tuttavia aperta una via all’utilizzo della forza.

Da politico e ideologo liberal afferma che sì, per l’affermazione dei valori degli States lo strumento militare deve pesare meno rispetto a mitici “programmi d’assistenza”. Nondimeno ritiene che nel caso di necessità di combattere i droni siano preferibili al dispiegamento di truppe. Perché così si hanno minori conseguenze politiche e si minimizzano le vittime civili.

“Colpisci da lontano per evitare perdite”: è l’utopia militare dell’Occidente. Come sottolinea Luzzato “proprio la lezione dolorosamente imparata attraverso la guerra del Vietnam – la crescente intolleranza dell’opinione pubblica verso l’idea che in una guerra muoiano anche i nostri – faceva dei droni, nei programmi di sviluppo militare, l’arma letale del futuro (S: Luzzato, L’era delle armi senza corpi, Il sole 24 ore, 23 marzo 2014).

Obama ragionava basandosi sulla lettura politica dei concetti della Rivoluzione negli affari militari (RMA) degli anni Ottanta del Novecento, centrata correttamente sull’introiezione negli apparati militari nell’innovazione tecnologica (intelligenza artificiale soprattutto). Il cui senso politico era ed è di rispondere all’interrogativo di come le democrazie possano reggere le sfide militari. La risposta è: superiorità tecnico/scientifica minimizzando le perdite. Perché questo è il loro tallone d’Achille. Nasce l’idea della “guerra sicura”.

È la scelta politica degli omicidi mirati, per il vero già inaugurata dal presidente Clinton contro Al Qaeda. È il mito di ridurre il nemico a una persona e che, eliminatala, la cosa finisca. È un calcolo sbagliato. Perché la “guerra astratta” è un mito ideologico. Senza la fanteria sul terreno la guerra aerea può poco.

 MQ-9A Reaper, UK

Infatti i droni così impiegati in Iraq e in Afghanistan, pur senza essere la causa prima delle difficoltà incontrate da Washington, nondimeno in quel contesto hanno dato risultati dubbi. Lo dimostra l’abbandono di entrambi pur se accompagnato su consolatori racconti sulla loro poca strategicità (per una valutazione cfr. G. C. Scarmagnani, L’uso statunitense dei droni in Afghanistan, Geopolitica.info, 02/10/21).

Ma è la guerra in Ucraina a cambiare la prospettiva, in quanto l’uso dei veicoli a guida remota vede un mutamento di scala nel loro impiego.

Nella battaglia tra Russia e Ucraina i droni partecipano a ogni fase dello scontro con grandi flotte, difese aeree e sistemi di disturbo. È una guerra combattuta a distanza – il nemico è spesso lontano miglia – e solo i droni annullano le distanze, offrendo a Russia e Ucraina la capacità di vedersi e attaccarsi reciprocamente senza mai avvicinarsi (I. Khurshudyan, M. Ilyushina, K. Khundan sul Washington Post del 2/12/2022).

Insomma è nel conflitto tra Kiev e Mosca che l’impiego di questi strumenti è tale da poter parlare di prima “guerra dei droni”. Però il conflitto ucraino spaesa mischiando i modi bellici del passato (guerra di trincea e scontro di carri) alla guerra “astratta” post umana combattuta sugli schermi via l’intelligenza artificiale.

Significa che il “mondo militare” di Obama è svanito. Al tempo i droni errano armi iconiche della guerra contro-insurrezionale asimmetrica a difesa del mondo liberale rappresentato dall’unipolarismo statunitense. Dominatori tecnologici in materia erano gli USA e Israele. Per dire con l’analista strategico Marcus, “questa, se vogliamo, è stata la prima era del drone da combattimento” (J. Marcus, Bbc News, 04/02/2022). Ora nuove potenze locali (Turchia e Iran) li producono e ne dispongono. Insomma i veicoli a guida remota si sono diffusi forse modificando la geografia del potere militare. La domanda è se i veicoli a guida remota daranno nuova forma alla guerra.

Baykar Bayraktar Akıncı, Turchia

La pace geriatrica

Il quesito porta a chiedersi se e quanto i droni ne rivoluzionino le concezioni. Ovvero ci proiettino in un’era bellica post-eroica o di “pace geriatrica” (M. L. Hass, A Geriatric Peace? The Future of U.S. Power in a World of Aging Populations, International Security, Vol 32, N° 1, 2007) deve grazie alla mediazione tecnologica il fattore umano è sempre più separato dal campo di battaglia. In altri termini il tema è se vi sia continuità tra l’approccio chirurgico di Obama – forse già teso a mascherare con la tecnologia il declino della popolazione – e il presente.

Dove peraltro a queste tecnologie si avvicinano popoli ad alta intensità demografica, probabilmente cambiandone la visione d’impiego. Doverosa quindi l’attenzione ai droni nella comunità di analisti di cose militari. Perché interrogano al contempo incidendovi sulla forma della guerra. Nondimeno la discontinuità bellica apportata dai veicoli senza equipaggio è tuttora oggetto di dibattito. Una tesi è che vi incidano certamente ma senza alterare alla radice lo svolgersi del conflitto.

Il filosofo Benjamin negli anni Trenta del Novecento intuisce che la tecnica modifica la percezione spaziale aprendo un nuovo mondo. Tant’è che anticipa “gli aerei teleguidabili che possono fare a meno dell’equipaggio umano” (W. Benjamin, Aura e choc. Saggi sulla teoria dei media, Einaudi 2012, pp. 25-26). Poi sarà il generale italiano Douhet (G. Douhet, Il dominio dell’aria, CreateSpace Independent Publishing Platform, 23 settembre 2012) a dare forma teoretica all’idea di supremazia del potere aereo poi tradotta nella guerra di bassa intensità dal citato presidente Obama.

Il drone, radicalizzando i principi di Douhet sull’aria come nuova dimensione della guerra, altera ulteriormente la spazialità del teatro di guerra. Come anticipato, è altresì l’illusione del tenere la guerra fuori della porta (W. Langewiesche, Esecuzioni a distanza, Adelphi, 2011). Così il filosofo Chamayou (G. Chamayou, Teoria del drone. Principi filosofici, Derive e Approdi, 2014) può affermare per il pilota del drone l’impossibilità metafisica – cioè contraria all’esperienza bellica fin lì nota – di morire colpito.

Da questo punto di vista la filosofia d’impiego dei droni riprende quella originaria dell’arma aerea di scindere i vincoli territoriali che legano i contendenti fino allo stallo delle trincee nel Primo Conflitto mondiale. È il massimo tentativo di delocalizzazione mai esperito nella storia militare (tra la molta letteratura cfr. il filosofo M. Vegetti, Spazio, potere, comunicazione nell’epoca dell’aria, PBE, 2017 e lo storico T. Hippler, Il governo del cielo, Bollati Boringhieri, 2023).

Elbit Hermes 450, Israele

Come detto è il senso politico profondo della RMA: legare sicurezza e avanzamento tecnologico per preservare il capitale umano sia a causa della crisi demografica che per evitare che i caduti rendano l’opinione pubblica ostile allo sforzo bellico. Di qui i droni e l’ingegnerizzazione del campo di battaglia. Ma la “guerra videogioco” è una narrazione che regge al massimo con la guerra per procura (K. W. Deutsch, External Involvement in Internal War, in H. Eckstein(ed), Internal War, Problems and Approaches, Free Press of Glencoe, 1964, NY) solo fintantoché il conflitto resta fuori dalle “mura” dall’Occidente.

Viceversa quando i contendenti si combattono direttamente sul terreno (dal Golfo all’Ucraina oggi) i veicoli a guida remota come altre tecnologie più che cambiare la guerra vi si adattano. Nel senso che i combattimenti si svolgono sommando nuove tecnologie a quelle tradizionali. Insomma i droni paiono più integrarsi che annullare i fattori classici (dalle trincee ai carri armati) della guerra tradizionale. 

Sarebbe però errato negare a essi ogni ruolo nel futuro della guerra. Perché resta il segno base della rivoluzione dell’intelligenza artificiale (IA) a fini bellici di cui i droni sono un aspetto (M. Tagnocchi, L’impego dei droni militari nel conflitto tra Russia e Ucraina, Geopolitica.info, n.40, marzo, 2023). Perché l’IA tenderà a costituire gli occhi e le orecchie dei soldati al fronte. La trasformazione della guerra degli anni Ottanta e Novanta del Novecento continua in Ucraina con la robotizzazione e risparmio (per scarsità demografica) del capitale umano (un’analisi l visionaria e anticipatrice è in M. De Landa, La guerra nell’era delle macchine intelligenti, Feltrinelli, 1996). Dubbio invece il destino della “guerra a basso costo”.

DRDO Ghatak, India

I droni minacciano la supremazia dei Grandi?

Un’idea accompagna la diffusione dei droni. È che i loro relativi costi economici li “democratizzi” a tal punto da essere disponibili anche da attori meno tecnologicamente avanzati. Che potrebbero essere Stati come anche organizzazioni private. Il pericolo in questo caso sarebbe una diffusione del potere internazionale tale da essere fortemente destabilizzante l’odine internazionale. In specie lo sarebbe per le capacità egemoniche dei Grandi (in particolare l’Occidente) a danno della loro capacità di governare i conflitti.

È un timore richiamato per ridimensionarlo da due studiosi italiani (A. Gilli, M: Gilli, The Diffusion of Drone Warfare? Industrial, Organizational and Infrastructural Constraints: Military Innovations and the Ecosystem Challenge, Security Studies, MarzoO 2015). Naturalmente nessuno nega che i veicoli aerei senza pilota abbiano una presenza costante nei conflitti che probabilmente crescerà nel tempo. Anche perché comunque la capacità tecnologica di produrli comunque (gli autori ne danno più una prudente tempistica che l’impossibilità diffusiva) si propaga: da Israele alla Turchia. Dall’Iran alla Cina.

Ed è ovvio che la dottrina militare subirà causa loro degli adattamenti. A favore della loro diffusione c’è la convinzione della loro efficacia operativa (capacità di penetrazione nelle difese nemiche) e del fatto che l’abbattimento delle barriere d’acquisto li rende fruibili a molti attori. Nondimeno è difficile che i droni possano cambiare gli equilibri di potere globali perché comunque richiedono risorse costose e capitale umano difficilmente reperibile. Anche perché recenti esperienze Congo, libano, Afghanistan) evidenziano come questi sistemi si siano mostrati piuttosto fragile e abbattibili (Hippler, il governo, cit, postfazione).

È anche improbabile che i droni annullino le asimmetrie militari esistenti perché richiedono il supporto di risorse militari costose e complesse, nonché personale altamente qualificato. Infine, è improbabile che i droni eliminino il combattimento ravvicinato e cancellino l’importanza delle abilità e della competenza nella guerra moderna relativizzando le capacità di terra.

È vero che l’esperienza della guerra in Ucraina e di altre precedenti hanno visto il drone come sistema d’arma combinarsi che le più note forme strategiche e modalità d’impiego della guerra moderna. Nondimeno potrebbe essere che noi oggi dei droni percepiamo secondo la bella immagine di Ruschi “solo i prodromi, la fase sperimentale, vivendo la condizione dell’uomo del Basso Medioevo davanti alle prime bombarde” (F. Ruschi, Il volo del drone. Verso una guerra post-umana? Una riflessione di filosofia del diritto internazionale, Jura Gentium, XIII, 2016, 1). Con tutta probabilità nell’immediato a contare sarà ancora la saggezza militare “moderna” di chi li impiega. Però lo studioso di storia militare Ilari (V. Ilari, “’Imitatio, Restitutio, Utopia’: la storia militare antica nel pensiero strategico moderno”, in M. Sordi (a cura di), Guerra e diritto nel mondo greco e romano, Milano, Vita e Pensiero, 2002) ci ricorda che nel tempo le innovazioni nelle tecnologie militari rivoluzionano le dottrine militari.

Bayraktar TB2, Turchia

I droni come suggestioni futuribili

Roger Sthal professore di studi sulla comunicazione presso la University of Georgia sostiene che i veicoli a guida remota hanno un grande potere simbolico (R. Sthal, What the Drone Saw: The Cultural Optics of the Unmanned War, Australian Journal of International Affairs, vol67, N°5, Settembre 2013). Determinato dal fatto che ogni epoca bellica ha un proprio stile di rappresentazione bellica.

In altri termini i droni parlano. Per l’Occidente e per i governi dei paesi alleati (NATO) deve essere un messaggio (ma in caso di caduti paradossalmente potrebbe divenire eversivo) tranquillizzante. Ovvero i morti sono altri e lontani. Una retorica comunicativa che ha preso il via con le bombe smart (intelligenti) della Guerra del Golfo. Pertanto con Sthal si potrebbe dire che il veicolo a guida remota vorrebbe essere la narrazione, quasi una metaforica visuale, di una guerra sedicente altamente tecnologica, chirurgica, scenografica, lontana dalla morte.

Sono anche il simbolo di un’integrazione uomo-macchnia che racconta il progressivo trasferimento (così De Landa, cit.) di strutture cognitive dai primi alle seconde. La suggestione dei droni allora forse è un’arte della guerra che combini diversamente la materia e i corpi. È forse il post-umano l’ultima utopia dell’Occidente? E se invece fosse valido l’insegnamento del Rambo cinematografico sempre vincente contro l’ipertecnologico sovietico? Forse invece è il Giano bifronte che racchiude entrambi gli aspetti a indicare il nuovo orizzonte bellico (e non solo).

Immagine di copertina:  X-47B UCAV

La guerra del futuro, il futuro della guerra ultima modifica: 2023-06-16T19:57:11+02:00 da FRANCESCO MOROSINI
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1 commento

Teresa Cardona 18 Giugno 2023 a 18:16

Spero ti interesi

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