L’angelo della poesia nel tempo della vita

Gli ultimi poemetti di Vincenzo Guarracino
GABRIO VITALI
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Da sempre la ricerca critico-letteraria e la scrittura poetica di Vincenzo Guarracino sono innestate sui modi, gli stili e i temi della classicità, la greca, la latina e l’italiana. Questa, tuttavia, non è per lui solo il territorio di una riflessione culturale amplissima, sempre sapiente ed estremamente raffinata, ma è un abito mentale originario e identitario: è la matrice stessa del pensiero-scrittura che informa il nitore delle sue opere critiche e che, soprattutto, origina la misura musicale, la prosodia assorta e la semantica sempre tesa all’ineffabile, che caratterizzano i suoi versi. La concezione stessa della poesia e della sua funzione di conoscenza e di bellezza nella storia dell’uomo, vengono a Vincenzo da quella matrice culturale e da quella piega della mente:

C’è
una memoria che è vita
e una vita che vuol essere memoria;
l’arte è il vizio dell’assoluto nel tempo:
l’avvento e l’evento del linguaggio nelle forme:
argumentum (in) rebus, ove la luce
ha una lingua di cose e per le cose, fiera
non d’altro che di questa
condizione, d’ogni plauso incurante e di consenso: in id
venire quod quaeritur. Amore.
In essa ognuno
trova, se è vera, il proprio adito, una porta:
per entrare o per uscire. Oltre
c’è la tomba o c’è il deserto: incipit ed omega

È dunque per fissare questo
attimo per significare questo varco, che è
tesa nel volo la tua ala?

(da L’angelo e il tempo, pag. 13)

Durante i lunghi decenni (1976-2022) in cui la sua scrittura ha costruito e fatto fiorire i nove poemetti oggi raccolti in questo L’angelo e il tempo e altri poemetti, un libro al quale solo la preziosa e selettiva esperienza editoriale della Book Editore di Massimo Scrignòli ha potuto offrire un adeguato contesto culturale di pubblicazione, Guarracino ha intrecciato e tessuto, in un ordito solido e coerente, le trame diverse della sua inesausta riflessione critica e della sua ricerca di poesia. Sono tre i filoni principali della sua onnivora competenza e della sua passione irriducibile.

Il primo è quello dei suoi studi leopardiani, dalla famosa Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998), all’edizione critica dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1998), al Diario del primo amore e altri scritti autobiografici (1998), all’antologia critica Interminati spazi sovrumani silenzi. Un infinito commento: critici, filosofi e scrittori alla ricerca dell’Infinito di Leopardi (2001), al recente commento critico-filologico del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani (2021). A questo filone, vanno riportate alcune geniali crestomazie della poesia italiana contemporanea, tutte imperniate sul debito al paradigma poetico leopardiano: Caro Giacomo. Poeti e Pittori per Giacomo Leopardi (1998), Infinito Leopardi (1999), Il verso all’infinito. L’idillio leopardiano e i poeti italiani alla fine del Millennio (1999) e, dedicati al solo recanatese, le antologie Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri (2005), El infinito y otros cantos, nella traduzione di Ana Marìa Pinedo Lòpez, (in Spagna nel 2011 e in Columbia nel 2017, col titolo Cantos sueltos) e il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003 e 2016).

Vincenzo Guarracino

Meno prolifici, ma altrettanto intensi ed esemplari, gli altri due filoni ai quali la scrittura, qui decisamente poetica, di Guarracino si è dedicata: quello della traduzione dai classici (Carmi di Catullo,1986; Lirici greci,1991; Poeti latini, 1993; Poeti greci, 2011 e Poeti cristiani latini, 2017) e quello della poesia in proprio, con le raccolte di poesia Gli gnomi del verso (1979) e Dieci inverni (1989), alle quali vanno aggiunte sparse e occasionali pubblicazioni di singoli componimenti e di alcuni dei poemetti (L’angelo e il tempo, Scri/vi/vere, Una visione elementare, Ballata delle Parche, Frammenti di Cilento, Nel nome del Padre, Una storia semplice, Risalendo la Val Camonica e Periodos) oggi raccolti nell’ultimo suo libro, a darvi compattezza d’impianto e coerenza di stile.

Tutto questo excursus bibliografico non ha intenti celebrativi dell’opera di uno studioso e di uno scrittore, seppur di grande e riconosciuto valore e caro amico, ma credo valga per offrire ai lettori di Vincenzo almeno l’idea della vastità e della qualità del territorio letterario e culturale nel quale si è confrontato, in una ininterrotta e variata interrogazione linguistica, l’impegno della sua scrittura. Per distillarvi l’idea e la forma di una poesia che, come nei grandi classici e in Leopardi, misura in ogni seppur minima sequenza la capacità della parola poetica di trascorrere da esteriori impressioni sensoriali, visive uditive o olfattive che siano e pur sempre effimere e vaghe, all’immaginazione introflessa di un infinito inattingibile. Nel pensiero del quale, tuttavia, la mente può immergersi, per sottrarsi alla contingenza dolorosa della propria finitezza, sia soggettiva che antropologica, e incontrare l’altro (il lettore, l’amico, sé stesso…), al di là di ogni limite di spazio e di tempo e per via di una riuscita operazione sul linguaggio:

Qui dove il pensiero fu sognato
e lo Sfero brillò di ignota consistenza
elargisce il carrubo la sua ombra
alle pietre che il sole rimodella
nell’arco della Porta che separa
le parole del giorno dalla notte

e scorrono indizi di sapienza
[…]

… trascorre tra gli ulivi
la calma essenza del mare a mezzodì
orizzonte di un senso senza fine
e nella luce è tutto al compimento
bianco gregge e terrestre offerto al sole
in luoghi di segrete risonanze:
altro dal sapere è riconoscere
altro è questo vivere dall’essere
tra fine e principio nella duplice
natura la materiale e l’eterea
per ridare a chi pensa la certezza
di una soglia di antichi fondamenti

(da Frammenti di Cilento, pag. 39, 40, 41)

In questo poemetto sembra, infatti, che un nostos memoriale nei paesaggi nativi del Cilento, attorno alla greca Elea, patria di Parmenide, possa liberare nella lingua del poeta, coltivata e filtrata nel dialogo coi classici, ricordi personali o condivisi, fissati nelle immagini di quei luoghi che si fanno, a loro volta, struttura mnemotecnica del pensiero in essi depositato dal tempo che il soggetto vi ha personalmente trascorso o che fra di essi ha percorso nello studio e nella riflessione sulle cose passate del mondo, della vita e della consapevolezza su di esse, che si è via via formata nella storia.

Ed è infatti il rapporto dialogico fra poesia e tempo che va a costituire la chiave paradigmatica di lettura di ciascuno dei poemetti organizzati nella raccolta, a partire dal primo di essi, che dà il titolo a tutto il libro. È quello che svolge i movimenti piccoli e grandi della vita e della storia – e che la civiltà e la cultura sedimentano nel pensiero – il tempo che la poesia va a cercare e interrogare per riavvolgerlo e condensarlo nella sua lingua, sempre rinnovata eppure antica, e nella partitura musicale della sua scrittura, onde conservare e restituire, ad ogni ulteriore interrogazione, le possibilità di valore umano e di senso civile che il tempo ha portate. La poesia, cioè, si assume, massime nelle epoche di crisi ecologica ed evolutiva dell’umanità (e di crisi dei linguaggi con i quali essa si narra e comprende il mondo) come la presente, un atto di responsabilità non solo nei confronti della storia umana, ma nei confronti della vita tutta. Ed è soprattutto in tali frangenti di passaggio d’eone che la poesia viene chiamata alla sua funzione antropologica più precipua e decisiva: quella di una corale e continua rivitalizzazione (o risemantizzazione) dei linguaggi che informano i modelli di pensiero e di comportamento con i quali interpretiamo, ci raccontiamo e quindi viviamo la nostra condizione di donne e di uomini nel mondo. La poesia, pertanto, ci educa (o rieduca) a leggere e a comprendere meglio noi stessi e lo stato della nostra civiltà, fa il punto, insomma, sull’ominidizzazione del pianeta. Tutto questo Vincenzo, in echi leopardiani, lo sa bene:

Il Tempo
esiste nei rapporti: il tempo è
tutti i rapporti che tu allacci: un fare,
un’avventura che depone a partire da radici le sue tracce,
in un oggi che si cancella di continuo e si deposita
in montagne di memorie.
Tra passato e futuro, l’oggi
guarda il cumulo che ostruisce la sua vista, pareggiando
il cielo con la sua mole e i suoi miasmi:
guarda con orrore ad un Progresso
che minaccia di rendere tutti postumi a sé stessi,
vuoti simulacri del presente, merci:
nei suoi occhi, liberati da ogni benda,
si disegna il Bello, il Bene,
in nostalgia.

(da L’angelo e il tempo, pag. 12)

Ma in tutto ciò, il verso melodico e affabulatorio di Guarracino sa di dover scontare il limite dell’indicibile che sta al di là dei confini del tempo e del mistero che resta al di là della soglia attingibile al linguaggio umano; e tuttavia a quella soglia tende con una parola che trattiene, nella sua sonorità ricomposta in musica, almeno l’eco di quell’oltre che intravede, ma che non può toccare e prendere con sé, perché la morte non le appartiene. E di questa eco prova a fecondare il silenzio al quale la parola ripiega in un atto di sottomissione e d’affido, in un atto di pietas religiosa, in un atto vero d’amore verso la figura di un padre o, meglio, verso quel Padre «che tutti nel Verbo chiami figli / e che dài forma nel cielo all’infinito / di una sete di bellezza irraggiungibile, // cui ognuno da sé non può attingere / nell’io della sua infima sostanza / se non nel coro di tutti gli esistenti». E verso questa figura, che è paterna nel produrre e benedire la vita e materna nell’accoglierla e alimentarla, il verso si fa preghiera, la poesia diventa progetto:

Hai dischiuso a giorno fatto all’inquieta
umana sete di vita la solare
dismisura del silenzio, il tuo molteplice

palpito di padre col quotidiano
impegno di esistere e salvarsi
dal pianto trattenuto nella tenebra.

Il sapersi pensati da Te in ogni istante
(capovolgendo in cogitor l’umano, troppo
umano cogito di Cartesio), è questo

che dà pianto e insieme forza alla creatura,
è questo che temere e benedire ogni accaduto
accettando il peso che la verità è nel Creatore.

(da Nel nome del Padre, pag. 51)

Così la poesia può dire la vita che risorge e continua e provare a non lasciare alla morte l’ultima parola, prima del silenzio.

L’angelo e il tempo
e altri poemetti
di Vincenzo Guarracino
Book Editore, 2022
Prezzo: euro 15,00

Copertina: Foto di Evie S. su Unsplash

L’angelo della poesia nel tempo della vita ultima modifica: 2023-06-18T11:15:55+02:00 da GABRIO VITALI
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