Ubiquità

Il nuovo romanzo di Maria Grazia Gagliardi
ALVISE ZANCHI
Condividi
PDF

Ubiquità di Maria Grazia Gagliardi (Supernova, 2023)

Il romanzo Ubiquità si apre con l’appello di Lara: aiutatemi a trovare l’amata Pupas svanita nel nulla vent’anni or sono. Lara del loro legame è disposta a svelare, paure e fantasie, segreti e ossessioni, pur di persuaderci che l’amica non è morta, piuttosto vaga nel mondo incapace di fare ritorno. Nel gesto del narrare Lara ricostruisce la vita di Pupas e individua gli indizi della scomparsa: dall’infanzia frustrata alla giovinezza sfrontata fino alla sparizione, con costanza Pupas anelava l’ubiquità. Un desiderio struggente, imbevuto di nostalgia e assenza, nutrito grazie a cartoline e fotografie. E se Pupas avesse raggiunto l’ubiquità? E a che prezzo? 


L’uomo nasce accompagnato da un dono che è anche una condanna, il desiderio, e Ubiquità di Maria Grazia Gagliardi racconta come l’evoluzione di questo invincibile dono universale anima e condiziona la vita di una bambina, poi adolescente e quindi donna, dal nome simbolico di Pupas – non sveliamo qui cosa significa, perché si comprenderà solo leggendo il romanzo. Dopo un peripatetico vagare compulsivo per il mondo, Pupas sembra obbedire soltanto ad un istinto. Figura fragile e forte nel contempo, segue il suo richiamo, affronta le difficoltà, e poi svanisce, certo sopraffatta dal suo stesso demone. Se la storia con la S maiuscola e lo spirito dei tempi sono ineluttabili, la nostra protagonista non si presta al gioco, insegue l’ignoto, scompare, e nella sua assenza risiede anche la forza del suo messaggio. 

La vicenda in sé si articola in una trama delicata e a tratti dolorosa, racconta la storia di due amiche diverse in controcanto, ma ci mostra come nella semplicità degli eventi che attraversiamo, e sullo sfondo di quelli che ci sovrastano, non siamo soli, irradiamo segnali, invisibili fili che ci legano e che se abbiamo coraggio possiamo afferrare per salvarci e per salvare gli altri. Chiamiamolo amore. L’amore senza libertà muore, come la vita senza l’ossigeno; tutta la ricerca di Pupas nel romanzo è ansia di libertà. 

La società oggi è così mutata intorno agli ideali dell’omologazione, della mobilità veloce, del virtuale e dei Social, il mondo del lavoro così aggressivo, che la fuga, per ritrovare un’identità fedele alla natura intima di ciascuno, è necessaria. Aggressiva diventa del resto una società assediata e quando non si può spezzare il circolo che ci chiude, l’alternativa sono stress e depressione. Ubiquità è dunque anche il romanzo di una formazione impossibile. Siccome nel mondo non c’è spazio per la libertà di affermare e realizzare se stessi, si deve abdicare alla società. Se Pupas sia morta, se sia nascosta, se sia prigioniera, se sia smarrita o se abbia invece solo deciso di non farsi più trovare – questo rimane avvolto nel mistero. 


La particolarità di Ubiquità risiede nel suo valore di denuncia e di allarme, e la sua qualità poetica nel richiamo allegorico, svolgendosi attraverso un personaggio così innocente da identificarsi con il suo stesso sogno, come è proprio degli artisti, fino a smaterializzarsi sia fisicamente sia narrativamente, poichè comparirà solo attraverso le parole di chi l’ha conosciuta.

In Ubiquità assistiamo a una emancipazione difficile. Con la protagonista un intero modo di percepire la realtà viene meno (smaterializzazione per avvento del virtuale) e una città si svuota e svanisce. I grandi motivi della narrazione sono l’ansia di libertà individuale e politica, la libertà di muoversi senza i confini – allusione ai migranti – il desiderio e l’amore legati al movimento come ricerca, e se la trama si rifugia nella metafora è appunto perché la libertà non nel nostro mondo non è possibile.

Il libro è in certo modo un giallo e il contesto, sullo sfondo di Venezia, la contestazione degli anni 70 e la nostra società di massa: Maria Grazia Gagliardi denuncia le contraddizioni prima e dopo la svolta della globalizzazione. 

Accanto a Pupas si muovono naturalmente i comprimari, alcuni ritratti e lumeggiati in modo ammirevole, altri abbozzati nei difetti che bastano a identificarli. Ognuno dei vari personaggi nel racconto rappresenta qualche cosa e rimanda ad altro, prima fra tutti Lara, la voce narrante, che pur diversa nella psicologia e nella storia familiare indovina e vive in sé le emozioni dell’amica. Lara è vittima di sopraffazione politica, esule suo malgrado, ma capace di riflessione e di attesa; è una profuga greca e si muove perché costretta.

I temi significativi del romanzo sono quindi l’amicizia, articolata sui i due motivi del fantasticare e della perdita, ma anche il viaggio. Archetipo e topos, metafora per eccellenza, il viaggio è inteso come ricerca di sé e fuga, come scelta e come costrizione, riflettendo il significato diverso dell’andare e del restare. Ubiquità non risparmia poi le critiche al viaggiare del turismo di massa, privo di consapevolezza con l’inferno di trovare in ogni destinazione lo stesso mondo lasciato alla partenza. L’ubiquità è la vera protagonista della storia: eppure se si è dappertutto non si è più in nessun luogo, e il reale si dissolve. Il viaggio nel romanzo è quindi anche la storia di un’ossessione.


Altri temi funzionali alla trama sono la politica e la fotografia. 

La politica in Ubiquità è sempre espressione della legge del più forte, come imposizione violenta: incontriamo la dittatura in Grecia, le sopraffazioni israeliane in Palestina, o l’ ipocrita logica della polizia di stato, strumento di ottusità burocratica in un’Italia bigotta.

La fotografia rappresenta nel nostro libro una passione che si lega al tema della realtà e dell’irrealtà, perché da bambina la protagonista scatta le foto senza rullino, ma da adulta la pellicola che fissa la vita diventa anche un vincolo tecnico e un condizionamento estetico, con il dubbio che l’irreale e l’immagine divengano più reali del reale. La fotografia, come strumento cui si delega l’esplorazione della realtà, si rivela tuttavia impotente e inutile davanti alla morte: potrà solo ritrarla nel disperato tentativo di fermarla. 

Sullo sfondo, onnipresente, ricorre Venezia, la città a cui sempre si ritorna, ma anche la grande innominata. Pupas sparirà e parallelamente Venezia muore soffocata e svuotata di abitanti e di anima, e da lettori soffriamo perché intuiamo che come Pupas anche Venezia ci viene sottratta. Il fatto che il romanzo si svolga a Venezia è importante, perché una delle due amiche, quella che parte, è veneziana,. L’altra, quella che resta, no. Vivere a Venezia è sempre più difficile ma anche staccarsi del tutto non sembra possibile, quindi vi si torna. Venezia diventa allora metafora della trama: come la città si scopre con difficoltà per il rischio di perdersi tra i vicoli, così è la vita per le protagoniste. Come Venezia, da una parte l’occidente dall’altra l’oriente, oscilla tra realtà e irrealtà, presente e passato, così oscillano la vita e la memoria delle ragazze. L’autrice non nomina mai Venezia perché non vuole prestarsi al gioco commerciale di usare una parola che ormai vale come un brand o un marchio. Maria Grazia Gagliardi rifugge anche dalla descrizione estetizzante e dalla citazione dei caratteri d’arte che distinguono Venezia nell’immaginario collettivo, perché nell’abusato cliché diventano banali. Davanti all’emorragia della vita anche la bellezza perde il suo potere redentivo, consegnando Venezia alla vuota dimensione di un non luogo e quindi del nonsenso.

La scrittura della Gagliardi si muove per differenze di registro: da un lato la narrazione di coscienza, il flusso psicologico; dall’altro il racconto degli avvenimenti funzionali, da un altro ancora l’ampia descrizione dei paesaggi. A volte i piani coincidono e si aprono bellissimi brani, non senza note ironiche. Il racconto biografico, il giallo, la denuncia politica e la critica sociale si intrecciano. Nell’architettura d’insieme e nell’armonia dei rapporti tra le parti, la complessità di tutti questi temi produce l’effetto della vita nella sua disordinata complessità: l’autrice ce la descrive come una cruda cartolina.

Per concludere, non si può dimenticare che Ubiquità è un romanzo al femminile, di donne. È la storia di un’emancipazione difficile. Ci preme però evidenziare che la passione espressa da Gagliardi, la grazia della sua scrittura e l’importanza dei temi citati ci fanno scordare “certi tratti in comune con il romanzo d’iniziazione/emancipazione femminile che nell’ultimo ventennio si è andato sacralizzazando in dogma letterario” (Stefano Massini, Robinson, 13 maggio 2023). 

L’occhio sul mondo e su di sé è quello di una donna tenera e forte, così lo stile e la scrittura di Maria Grazia Gagliardi sono sempre limpidi, perché la libertà è onesta e dev’essere trasparente. Si tratta di uno stile pulito nella forma e lucido nel pensiero, caratterizzato dall’uso frequentissimo di un tris di parole spesso in climax, in crescendo e in allitterazione, oppure dall’accumulo di termini nella bella successione aggettivo – sostantivo – aggettivo. Dal punto di vista lessicale nascono a tratti dissonanze e contaminazioni di registro basso e alto, gergale e prezioso. Ubiquità è una narrazione poetica e fiabesca, suscitata da frasi come queste:

io che di mio padre avevo conosciuto solo il pianto di mia madre”. 

il bel mazzo dei giorni, delle forme, delle illusioni che insieme compongono la vita, si è sfasciato”

“La memoria è un sogno a occhi aperti ed io confondo i momenti vissuti col ricordo”.

Ubiquità ultima modifica: 2023-06-18T10:05:00+02:00 da ALVISE ZANCHI
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento