Punizione e giustizia

STEFANO RIZZO
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Punizione. La parola chiave è punizione. Risponde ad un elementare senso di giustizia che chi ha commesso una cattiva azione venga punito. Anche per motivi pratici: se punisci un bambino che ha rubato la marmellata non lo farà più, almeno questa è la teoria. Ogni giorno puniamo ladri e malfattori, li mettiamo in carcere (si chiama pena) per punirli e perché non lo facciano più (si chiama funzione rieducativa della pena), anche se raramente funziona. Ma dietro questa concezione umanitaria (non afflittiva) della pena c’è il sentimento antico (arcaico) della punizione come vendetta. L’Antico testamento predicava la vendetta: occhio per occhio. Questa era la giustizia. Il Nuovo testamento esortava al perdono, anzi a “porgere l’altra guancia”, ma non ha mai funzionato. Per gli stati cristiani dei secoli successivi era lecito punire il corpo con le frustate, la gogna, la tortura e anche togliere la vita, ma l’anima, se si pentiva, era salva e poteva anche andare in paradiso. 

Tutto questo per dire quanto sia complicato il nostro rapporto con la punizione e con la giustizia di fronte ad uno sbaglio (colposo) o un crimine (doloso) commesso da chicchessia, da una o più persone, all’interno di una comunità: la famiglia, la tribù, l’etnia, oggi lo Stato.

E tra i popoli, tra gli stati, come si esercita la giustizia e qual è la punizione quando uno di questi si comporta male nei confronti di un altro? Parliamo del caso estremo, quello peggiore: la guerra. Anche qui opera un elementare senso di giustizia. Si vorrebbe che uno stato che aggredisce un altro, non per difendersi ma per desiderio di conquista, venga punito; anche a prescindere dal fatto che commetta o meno “crimini di guerra” (li commette quasi sempre) come l’uccisione di civili, la deportazione della popolazione, i saccheggi, gli stupri.

Ma in pratica, come funziona? Dipende. Se l’aggressore ha la meglio ed è abbastanza potente non c’è nessuno che possa o voglia punirlo. Gli altri stati si regoleranno sulla base del principio vivi e lascia vivere, o meglio “chi muore giace, chi vive si da pace”. E il senso di giustizia va a farsi benedire. Ci sarebbe anche — è cosa recente di poco più di un secolo — il diritto internazionale, ma non esiste un potere in grado di farlo rispettare. I sognatori della giustizia e della pace alla fine dell’ecatombe della seconda guerra mondiale speravano che questo compito l’avrebbe assolto una entità sovranazionale, le Nazioni Unite, ma con tutta evidenza così non è mai stato.

Invece, se l’aggressore viene sconfitto, al punto da essere distrutto e non potere più rivendicare alcunché (si chiama resa senza condizioni), allora si può pensare di infliggergli una punizione: gli si tolgono pezzi di territorio, viene disarmato (“perché non lo faccia più”), gli si impone di ripagare i danni, si processano i suoi capi che, se condannati, vengono messi a morte; infine gli si toglie, almeno per un periodo, la possibilità di autogovernarsi. È successo dopo la prima guerra mondiale con la Germania e l’Impero austro-ungarico e di nuovo con il Terzo Reich tedesco dopo la seconda guerra mondiale. Nel primo caso è andata male perché dopo una ventina di anni l’aggressore “ci ha riprovato”; nel secondo caso è andata meglio perché l’aggressore è stato aiutato a risollevarsi economicamente ed è stato “costretto” a diventare pacifico. La punizione ha funzionato.

Sono gli unici due casi che vengono a mente nella storia del Novecento. Prima, di paragonabile, all’inizio dell’Ottocento c’erano state le guerre napoleoniche, guerre di aggressione che provocarono milioni di morti, finite con la disfatta di Waterloo. La Francia fu occupata e punita, ma con moderazione; le potenze vincitrici le consentirono di autogovernarsi e si può dire che la punizione funzionò nel senso che la Francia non scatenò più guerre di conquista in Europa (altra storia è quella delle guerre coloniali). Prima di allora, agli albori dell’epoca moderna, non c’erano ancora gli stati, non c’era lo spirito nazionale e patriottico, le guerre erano sempre imprese valorose, qualunque fosse il motivo per intraprenderle; la “punizione” dello sconfitto non era conseguenza di un giudizio morale (semmai del “giudizio di Dio”), ma la semplice appropriazione dei suoi beni, del suo territorio, talora della vita sua e dei suoi a riprova  del maggiore “valore”, cioè della giustizia, della causa del vincitore.

Conflitti come le guerre napoleoniche, la prima e la seconda guerra mondiale, terminati con la sconfitta totale di una parte e la vittoria dell’altra, sono un’eccezione e non la regola. Oggi questo può avvenire soltanto nel caso di una grande potenza che decida, più o meno motivatamente, di punirne una piccola, come è avvenuto con la guerra del Golfo a seguito dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq. Ma tra grandi potenze che dispongano di armamenti nucleari è inimmaginabile che possano esservi guerre che conducano alla vittoria totale dell’una sull’altra perché l’esito certo sarebbe il reciproco annientamento; e inoltre, a causa della enorme potere distruttivo delle armi convenzionali odierne, le distruzioni e la perdita di vite umane sarebbero immense, e si finirebbe comunque per scivolare nella guerra nucleare.

Se quindi il vostro senso di giustizia vi spinge a desiderare la sconfitta e la punizione della Russia per la sua brutale e ingiustificata aggressione dell’Ucraina, mettetelo da parte. Adesso è in corso la controffensiva degli aggrediti contro gli aggressori. Comunque vada, anche nella migliore delle ipotesi, alla fine di questa guerra non ci sarà punizione e non ci sarà giustizia. L’alternativa è troppo spaventosa per essere anche solo contemplata. La pace non verrà con la vittoria dei buoni sui cattivi, ma solo con una trattativa che lascerà insoddisfatto il bisogno di giustizia — un sentimento che ha un valore fondamentale nella vita di una società, ma che ancora oggi ha scarso peso nei rapporti tra gli stati. 

Punizione e giustizia ultima modifica: 2023-06-21T20:50:52+02:00 da STEFANO RIZZO
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