L’aspetto della sibilla e il ricatto del pane

I racconti di Renzo Favaron
PAOLA TONUSSI
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Protagonista de L’aspetto di sibilla e il ricatto del pane è il nord-est, ex terra contadina che ha visto l’avvento dell’industrializzazione e la radicale trasformazione di Porto Marghera da luogo quasi d’esilio a una potente macchina economica (nostrano simbolo dickensiano del passaggio dalla terra alla catena di montaggio), in contrasto eclatante con la vicina Venezia, per cui da una parte in cielo salgono i fumi esalati dall’industria, dall’altra i Veronese e i Tintoretto si affacciano dai soffitti dei palazzi, il tutto in pochi km quadrati.

Porto Marghera è il culmine emblematico della trasformazione che il nord-est attraversa, tutto sommato nel giro di pochi decenni, ma tutto il Veneto ne è coinvolto: i racconti sono ambientati infatti da Venezia a un entroterra vago eppure preciso, ben riconoscibile. L’entroterra veneziano.

Il nord-est fa quindi non solo da sfondo a questi racconti ma ne riassume anche in una vigorosa sintesi l’identità, associata al lavoro, contro la descrizione – e ri-creazione – del Veneto degli anni ’70.

Non è una visione tenera del passato, la dolcezza non vi entra.

I racconti di Renzo Favaron inseriscono spesso tematiche “scomode” e che pure sono state aspetti e risvolti della “crescita” economica del Veneto: discriminazione, povertà, sfruttamento della povertà, svantaggio (sociale ed economico).

Perciò, altrettanto spesso, i racconti esprimono apertamente o sottendono un rifiuto di certe categorie, il progresso, il passaggio dalla terra contadina alla meccanizzazione, che può anche esser visto in generale come una presa di distanza dell’autore dagli anni della sua giovinezza (coincidenti con lo “sviluppo economico”: ne La criniera del diavolo l’eschimo finisce nel bidone).

Indubbiamente, con il Veneto questo autore ha da sempre lunghe conversazioni profonde e altrettanti litigi o contrarietà (e questa è sicuramente una ricchezza, perché una passione a senso unico renderebbe meno interessante la sua scrittura: «senza contrari non c’è progresso» affermava W. Blake).

Renzo Favaron usa uno stile composito e adopera la penna come un artigiano, le sue frasi sono ‘costruite’, gli aggettivi parchi e lucidi, l’essenziale non gli sfugge mai. L’eccedenza non ha scampo in questa prosa.

Nei suoi racconti si muovono da una pagina a un’altra figure singolari, “diverse”: sono personaggi che agiscono, e che parlano mentre agiscono – d’altronde, Francis Scott Fitzgerald lascia scritto nei Taccuini: «Character is action», «Il personaggio è azione».

Renzo Favaron

In un certo senso, questo è l’assunto narrativo anche di Renzo Favaron. Dico in un certo senso perché i personaggi agiscono, parlano, si muovono – e così facendo ci fanno capire cosa vogliono “significare” – ma sempre si ha il sospetto che, anche, pensino molto. Che ogni loro azione sia il risultato di un’infinità di riflessioni, “osservazioni e notazioni” non già alla Prufrock, ma di un meticoloso, lucido vagliare e soppesare il mondo, l’esterno e gli altri, le loro stesse considerazioni, le opportunità e le conseguenze del loro agire.

Non hanno fuoco foscoliano ma assomigliano piuttosto a certi personaggi della letteratura nordica, sto pensando a certi personaggi minori di T. Mann (Il cavaliere d’industria), o di Kafka, per la visione dell’assurdo e della loro emarginazione dal mondo in cui si trovano a vivere. L’autore si rispecchia in questi personaggi, “vive male”. Sono quindi dei ‘vinti’, ma – si avverte – non domati, almeno nel pensiero.

Il padre è uno dei personaggi principali e il più legato al Veneto.

È lui il protagonista de Il ricatto del pane, storia di una perdita irrimediabile, la perdita della salute («la sua malattia era come essere investiti ininterrottamente dalle fiamme della sofferenza») e, da ultimo, anche di una prospettiva di futuro nell’anonimato industrializzato: «oggi come ieri: l’area industriale di Porto Marghera è sempre lì, (…) con i suoi tubi giganteschi e le ciminiere che sputano fuoco».

Il lavoro è anche al centro dell’ultimo racconto che dà il titolo al libro e in realtà si tratta ancora una volta di uno scollamento tra diritti e richieste, perché il protagonista, a vent’anni di distanza, viene a sapere dall’Inps di aver ricevuto i contributi per un lavoro svolto appunto vent’anni prima: «risultava che era stato versato un contributo come “agricolo giornaliero”, utili per il diritto alla pensione: giorni 1, c’era scritto. Ancora una volta il Gatto e la Volpe si erano presi gioco di lui».

Chiaramente il riferimento a Pinocchio – ma non voglio svelare troppo di questi racconti – dà subito l’idea che si tratti di un imbroglio, che ancora una volta ci sia un protagonista che soffre un abuso più che godere un diritto nel posto di lavoro.

Il posto è il titolo di un altro racconto che inizia già con una situazione che definirei kafkiana, perché siamo in un “ente”, non ben specificato. Dove il protagonista Claudio «si trovò sbalzato in una situazione indefinita, quella di chi possiede delle competenze sanzionate dal superamento di un concorso, ma che non ho la più pallida idea di un mandato, nemmeno per iniziare, elaborare concludere la più piccola attività». Nell’ente c’è un dirigente, Cagnazzo, «uomo in carriera, scaltro, temuto da tutti e particolarmente versato in campo amministrativo» per il quale l’assunzione e la figura di Claudio sono «l’ultimo dei suoi pensieri».

La contrapposizione tra Cagnazzo e Claudio non potrebbe essere più netta ma l’autore ci viene incontro con una citazione indiretta del Wilhem Meister negli anni dell’apprendistato. Il personaggio di Goethe aiuta il protagonista a capire un concetto vagamente straniante: «se voleva ricoprire un ruolo che sentiva come proprio doveva agire come lui – cioè Wilhem Meister -. Era arrivato il momento di plasmare un’identità separata».


Quindi ancora una volta la narrazione è calata in una situazione di straniamento che si conclude perfettamente con l’epilogo, si chiude il cerchio per così dire, quando il protagonista viene di fatto assunto ma quasi per caso: «dapprima si era mestamente compiaciuto, poi aveva provato la sensazione di essere una specie di impostore, come se dovesse la conferma in un ruolo a un’ottusa routine più che al merito o a una genuina apertura di credito».

Spesso si tratta infatti di personaggi a cui il destino sembra aprire delle possibilità per poi o chiuderle, sospenderle oppure negarle come è il caso del protagonista de L’ancia: «per la prima volta mi ritrovai a far parte di un’orchestra», «una potenza aperta a tutte le possibilità». Ma il racconto si chiude con la morte di uno dei musicisti (un trafiletto preso di pari passo dal Gazzettino, come faceva ad esempio H. de Balzac), la morte di Maurizio.

All’amico (il narratore) non rimane che trarre una conclusione retrospettiva (ma sempre piuttosto straniante, sembra un quadro di De Chirico, è tutto sospeso, abbiamo l’impressione che il non detto pesi più del detto) e dire che quelle persone «ora vivono solo nel nostro ricordo, nelle musiche che hanno inciso. Io ero uno di loro, né migliore né peggiore. E se sono qui è per puro caso. Mi ritrovo a essere un testimone involontario…».

Il caso, cioè, apre a ventaglio delle possibilità per richiuderle e la realtà appare spesso irreale.

Così è nel racconto L’ultima sonata: “Therensienstadt è una collana di ricordi strappata…”. Dove con tragico paradosso la protagonista, Milena, altra ebrea deportata e rinchiusa in un lager, suona appunto l’ultima sonata prima della fine. Hans Krasa, dopo averla ascoltata, le chiede: «Da chi ha imparato a suonare così?». «Imparato?», esclama Milena. «Da quella maledetta scuola della vita, Maestro». Eva Hermannova, voce narrante e anche lei deportatata a Therensienstadt, dichiara: «Non avevo capito che la sua esecuzione era stata l’ultimo, appassionato saluto rivolto a Clara. Qualcosa che, ancora adesso, quando ci penso, mi fa vergognare di essere sopravvissuta».

Il destino chiude del tutto la vita dei personaggi nel meraviglioso racconto che indirettamente dà il titolo alla raccolta Ciribiribin, racconto ambientato a Venezia e al ghetto.

Vi si parla – e il titolo “svia” il lettore all’inizio, ma solo per poche righe – delle leggi razziali e delle persecuzioni contro gli ebrei.

Il ghetto di Venezia – luogo che gronda echi letterari da Shakespeare ai nostri giorni, luogo terribile e affascinante di una fosca malia – è un simbolo insieme di apertura (Venezia aveva un ghetto tra i più illuminati d’Europa) e insieme di chiusura (sono ancora visibili nel muro i cardini che reggevano i cancelli chiusi prima del tramonto). Comunque, era un luogo di reclusione, che separava e discriminava.

Anche qui abbiamo dei protagonisti scomparsi, o i sopravvissuti che si osservano vivere: «La paura che avevo represso per cinque anni continuando a dire “non è possibile, non è così, non mi succederà nulla”, questo timore eruppe improvvisamente dalla diga, ormai in frantumi, nel mio senso di sicurezza come una corrente che tutto sommerge».

Alla fine del racconto le poesie scritte dalla bambina, Sei piccole poesie per Clara, sembrano quasi la conclusione del quaderno ritrovato all’inizio con l’intestazione «Clara Ottolenghi. Nata a Venezia il 12.1.1937. Baracca: Magdeburgo». Brevissime e terribili queste poesie sembrano «un modo per tenere aperta una palpebra nelle tenebre».

E se vogliamo, non solo questi racconti ma tutta la letteratura è un modo per tenere aperta una palpebra nelle tenebre.


Copertina: Porto Marhera – Tramonto, foto di Roberto Busatto, CC BY 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by/2.0, via Wikimedia Commons.

L’aspetto della sibilla e il ricatto del pane ultima modifica: 2023-06-23T16:06:11+02:00 da PAOLA TONUSSI
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