Storia monumentale degli Stati Uniti

“I fastidi della storia” di Arnaldo Testi è un libro così completo, ben scritto e puntigliosamente documentato che non si può far altro che leggerlo con piacere.
ALESSANDRO CARRERA
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È difficile recensire un libro al quale non c’è niente da aggiungere. Quando un libro è così completo, ben scritto e puntigliosamente documentato che non si può far altro che leggerlo con piacere, non è facile inventarci sopra qualcosa. Anche a volerne parlare bene, si rischia di coglierne solo la superficie. L’unico appunto che potrei rivolgere a I fastidi della storia. Quale America raccontano i monumenti di Arnaldo Testi (il Mulino 2023) è che forse titolo e sottotitolo potevano essere scambiati. Il libro è, a tutti gli effetti, una storia monumentale degli Stati Uniti (un approccio che non sarebbe dispiaciuto a G. B. Vico), mentre i fastidi della storia sono i monumenti stessi: la forma d’arte più invisibile che esista, come già aveva osservato Robert Musil negli anni Venti del secolo scorso; dei quali nessuno si accorge finché non cominciano appunto a dare fastidio. Ma di “storia monumentale” qui si tratta davvero, sia come studio sulla monumentalizzazione del passato, sia perché I fastidi della storia è il racconto di come gli Stati Uniti hanno voluto rappresentarsi sulla pubblica piazza, per se stessi e per gli altri.

I recenti episodi di iconoclastia, con statue di generali sudisti abbattuti e altri personaggi, più o meno importanti, poco cerimoniosamente tolti di mezzo, hanno riacceso il dibattito sul “presentismo” degli americani, sulla loro tendenza a giudicare incessantemente il passato con gli occhi del presente. Arnaldo Testi ci ricorda però che la storia degli Stati Uniti è cominciata proprio con la distruzione di una statua, quella dell’odiatissimo Giorgio III d’Inghilterra, abbattuta il 9 luglio del 1776 a New York dai patrioti americani, soltanto sei anni dopo essere stata innalzata. 

Al giorno d’oggi, più di cinquantamila statue punteggiano il territorio degli Stati Uniti. Di queste, nel corso del tempo ne sono state abbattute circa trecento, cioè non più dello 0,6 per cento, nonostante il clamore che le recenti rimozioni, peraltro poche, hanno suscitato. Ma che significato vogliamo dare a questa querelle monumentale? È davvero un rifiuto della storia? O uno stratagemma che sostituisce la vera lotta politica con un gesto simbolico, appagante sul momento ma che in realtà non cambia nulla? Se ne può discutere a lungo, avanzando argomenti a favore e contro, ma il demone della storia agisce in ogni caso, sia quando i monumenti vengono innalzati sia quando vengono abbattuti. E in una nazione giovane come gli Stati Uniti, perché giovane lo è ancora, nessun monumento ha fatto in tempo a invecchiare fino al punto di rendersi invisibile. 

Arnaldo Testi, professore di Storia degli Stati Uniti al Dipartimento di storia moderna e contemporanea dell’Università di Pisa, per usare un’espressione americana leaves no stone unturned: o, come magari si direbbe in italiano, rivolta ogni zolla di terra. Non gli sfugge nulla. A cominciare dai monumenti innalzati subito dopo la Guerra d’Indipendenza. Meritava un monumento George Washington? All’inizio si disse di no, e lui stesso era contrario. Come affermò John Quincy Adams nel 1831 (e sono parole da non dimenticare): “La democrazia non ha monumenti. La sua stessa essenza è iconoclasta”. Quando infine il monumento si fece, anzi più di uno, fu una delusione per Walt Whitman, per il quale Libertà, Tolleranza e Legge erano gli unici monumenti che potevano onorare una vera democrazia.

La galleria della Gipsoteca canoviana a Possagno. Tra le statue si nota la copia in gesso del George Washington.

Si fecero, ma in che posa? Da re o da senatore romano? A cavallo o a piedi? Da soldato o da civile? Ogni scelta, ogni abbigliamento, ogni posizione del busto o delle braccia avrebbe trasmesso un significato politico. Infine, per il memorial a lui intitolato nella città che già portava il suo nome (e non bastava?) fu scelto “solo” un obelisco, ma il più alto del mondo. Peccato per Antonio Canova, il cui stupendo Washington abbigliato da romano, distrutto in un incendio nel 1831, sopravvive solo in un modello di gesso al museo canoviano di Possagno, in provincia di Treviso. Poi di monumenti ai padri della patria se ne innalzarono molti altri, sempre più imponenti, fino al memoriale neoclassico che ingabbia la statua di Abraham Lincoln e al Pantheon altrettanto neoclassico che ingabbia quella di Jefferson e che quando fu terminato, nel 1947, fece gridare allo scandalo gli architetti modernisti. 

Lontano da Washington, poi, le ambizioni erano ancora maggiori, se non proprio sconsiderate, fino ad arrivare ai volti di Washington, Jefferson, Lincoln e Theodore Roosevelt scavati nella roccia di Mount Rushmore, per non dire di quella che doveva essere la risposta dei nativi: la trasformazione, tutt’ora incompiuta, di un’intera montagna in una statua equestre di Crazy Horse.

Testi riporta sempre, scrupolosamente, i nomi degli autori, specificando chi disegnò le statue, chi le costruì e chi dirigeva le maestranze delle opere più impegnative. Sarà forse una sorpresa per alcuni scoprire quante statue vennero realizzate in Italia, da italiani o da americani trapiantati in Italia (incluse le americane che nel corso dell’Ottocento vissero a Roma in una comunità di scultrici che in patria sarebbe stato impossibile creare) o direttamente in America da artigiani italiani che vi erano emigrati, come i Piccirilli Brothers che eressero la faraonica statua di Lincoln assiso nel suo mausoleo (cinque metri e ottanta centimetri di altezza).

Ogni capitolo gode di una bibliografia ricchissima, ma forse I fastidi della storia è l’unico libro che racconta tutta la storia monumentale americana, dedicando pari opportunità a ogni categoria sociale che si è sentita rappresentata, si è sentita esclusa, o ha alzato la voce al fine di essere onorata secondo i suoi desideri e non con l’immagine che la razza/classe dominante percepiva.

La statua di Abraham Lincoln al Lincoln Memorial, Washington.

Vi trovate la storia degli sforzi delle suffragette per avere un loro spazio, progettato da donne, alle prime grandi expo verso la fine dell’Ottocento; la storia dei movimenti al suffragismo e gli sforzi per includere l’attivista nera Sojourner Truth insieme alla leader del movimento, Susan B. Anthony. Trovate i dubbi più che legittimi del primo grande intellettuale nero Frederick Douglass sul modo in cui venivano rappresentati i neri nei monumenti post-guerra civile (inginocchiati davanti al white savior Lincoln, ad esempio, e non in piedi come uomini liberi); i tentativi infelici di includere i nativi americani in qualche iconografia nazional-populistica, o il dibattito su come rappresentare Rosa Parks, che con il suo rifiuto di alzarsi da un posto d’autobus riservato ai bianchi diede inizio al movimento per i diritti civili (seduta come in una scultura a Dallas, Texas del 2009? o in piedi anche lei, con il sedile vuoto alle sue spalle, come a Grand Rapids, Michigan nel 2010?).

Ogni movimento ha avuto le sue statue, e ancora ne produce. Le prime statue dedicate al Gay Liberation Movement sono le coppie omosessuali a grandezza naturale di George Segal, che chiunque può vedere oggi in Christopher Park a pochi passi da Stonewall, il locale dove nel 1969 tutto ebbe inizio con un furioso scontro tra gay, trans e polizia. Ma, prima di arrivare lì, le statue dovettero aspettare la dipartita di molti italoamericani cattolici che vivevano nel quartiere e che non le volevano affatto. Altri riconoscimenti alle componenti non-white del movimento LGBTQ+ sono state poi innalzati, ma quello che va capito, e che il libro di Testi illustra come meglio non si potrebbe, è che le critiche del presente trovano tutte un puntuale riscontro nel passato. Non c’è arte che susciti più contestazioni della scultura monumentale. Nessun monumento americano, nella storia che ne traccia Testi, è stato esente da controversie o richieste di rimozione, da destra come da sinistra.

Nemmeno il Vietnam Veterans Memorial Wall del 1981, opera di Maya Lin e meglio noto come The Wall, ha messo d’accordo tutti, tanto che ha portato all’erezione nel 1984 dei Three Soldiers di Frederick Hart, statua “eroica” posta a un centinaio di metri dal Wall per compensare l’assoluta assenza di retorica di uno dei monumenti comunque più amati d’America. L’unico luogo, mi disse una volta un veterano del Vietnam, dove anche al più virile degli americani è consentito piangere.

Rimane una spina nel fianco degli Stati Uniti, e soprattutto degli italo-americani. Che fare di tutte le statue di Cristoforo Colombo, colui che volontariamente o no fece scoprire ai nativi le delizie dell’imperialismo spagnolo? Per il momento, la colonna di Colombo al centro del Columbus Circle di New York si è salvata. Anzi, nel 2017, per proteggerla dai vandalismi, è stata recintata e inserita nel registro nazionale dei luoghi storici. Da allora non sembra aver suscitato molto interesse fra gli iconoclasti, anche se non è detta l’ultima parola. Non è stato così fortunato il Cristoforo Colombo di Houston, in Texas, opera di Joe Incrapera e posto nel Bell’s Park, non più grande di una piazza, a pochi passi dall’Italian Cultural and Community Center. Nel 2017 subì gli stessi vandalismi a base di vernice rossa di molti monumenti della Confederazione, mentre una statua di Martin Luther King, con vandalismo di destra, venne ricoperta di vernice bianca. Nel giugno del 2020 Colombo si ritrovò vandalizzato di nuovo. La mano sinistra venne rotta e un cartello appeso al collo diceva: “Staccate la testa agli oppressori”. Fu rimossa il 19 giugno 2020, la festa di Juneteenth, il giorno del 1865 in cui i texani, bianchi e neri, vennero a sapere che la schiavitù era stata abolita.

La statua di Cristoforo Colombo nel Bell’s Park, Houston, prima che fosse rimossa dopo ripetute azioni di vandalismo, nel 2020.

Ma la storia di quella povera statua è più lunga. Nel 1991, durante il mio primo soggiorno a Houston, mi occupavo tra le altre cose delle attività culturali del Consolato Generale d’Italia. Un giorno mi arrivò sulla scrivania il progetto di una statua da dedicare a Colombo in previsione del 1992, l’anno colombiano. Era opera di uno sculture amico di Gianni De Michelis, allora Ministro degli Esteri. Il disegno raffigurava una barca molto stilizzata e piuttosto anonima, che una volta realizzata sarebbe stata lunga una decina di metri. Il mio compito era di proporla al Comitato direttivo dell’Italian Cultural and Community Center, che finanziava il progetto. Stavo perdendo il mio tempo. Certo, lo scafo, perché più di uno scafo non era, rappresentava le tre caravelle, il mare, l’avventura, ma era troppo grande per il poco spazio del Bell’s Park, molto costoso da realizzare, e soprattutto non c’era Colombo. Che statua colombiana era, se non si vedeva nessun Colombo? Come mi aspettavo, al Comitato bastò un’occhiata per gettare il progetto nel cestino. Trovarono loro lo scultore che volevano, il quale fece esattamente ciò che gli era stato chiesto: un Colombo dritto come un fuso, con il braccio destro alzato e il dito indice puntato verso occidente, a buscar el levante por el ponente. O, come disse qualche spiritoso all’inaugurazione della statua, a dire che il cesso era là in fondo. Quella statua nel parco non c’è più. Non so in quale cantina sia finita, né se la mano mozza sia stata riattaccata. Magari De Michelis aveva visto giusto. Era meglio la barca.

Storia monumentale degli Stati Uniti ultima modifica: 2023-06-23T16:00:08+02:00 da ALESSANDRO CARRERA
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