Vivaldi, Piazzolla e i due mondi delle “Quattro Stagioni”

MARIO GAZZERI
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Convenzioni e convinzioni sono i due freni che il conservatorismo musicale ha più o meno intenzionalmente frapposto alla genuina creatività dell’uomo-musicista dai tempi anteriori al barocco, fino al tardo romanticismo. Che la sinfonia sia (quasi sempre) articolata in quattro movimenti e il concerto per piano o violino solisti ed orchestra suddiviso in tre tempi, è una delle convenzioni più evidenti così come lo sviluppo della forma-sonata, l’introduzione del basso continuo o il ritmo che già nel primo barocco si adeguava alla musica popolare nobilitandola e dando vita ai balli di corte: la gavotta, la ciaccona e, soprattutto, il minuetto che avrà particolare fortuna grazie a Boccherini e a Mozart. Per non parlare, poi, del secolare dibattito relativo alla misurazione della sonorità del do. Accordo infine trovato, nell’Ottocento, su un registro musicale equivalente a poco più di 430 Hertz.

Il veneziano Antonio Vivaldi, uno dei più prolifici compositori della prima metà del XVIII secolo, compose circa quattrocento concerti, praticamente tutti in modulo ternario (adagio, vivace, adagio) riunendone quattro nella sua più famosa creazione musicale nota come “Le quattro stagioni“, una interpretazione quasi impressionistica del tempo che scorre, delle stagioni che si susseguono come le stagioni della vita umana, dall’allegra, spensierata primavera della giovinezza al malinconico tramonto dell’autunno e dell’inverno da intendere, volendo, come la vecchiaia e il finis vitae.

Joshua Bell & Academy of St Martin in the Field: Piazzolla – Las cuatro estaciones Porteñas

Queste considerazioni si sono riaffacciate alla nostra mente dopo aver assistito alla registrazione in video (vista e rivista più volte, tale è stato il piacere della scoperta) di un concerto tenuto lo scorso anno al Royal Albert Hall di Londra, dal violinista americano Joshua Bell, ex enfant prodige ed ora maturo virtuoso delle quattro corde. Alla direzione dell’orchestra d’archi St. Martin in the Field, il violinista-direttore ha voluto sperimentare una sorta di contaminazione musicale facendo eseguire al termine di ogni stagione vivaldiana una delle “Cuatro Estaciones Porteñas” del grande compositore argentino Astor Piazzolla, protagonista assoluto della storia del tango. Il concerto, eseguito da solista e diretto da Joshua Bell, è quindi una sorta di connubio musicale tra due mondi, tra due epoche, tra due culture. 

Quanto alle convinzioni, scendiamo di un livello per parlare del comune sentire degli appassionati di musica (ma non musicisti) che tendono da tempo ad escludere la musica popolare e i suoi autori dall’Olimpo della Musica Classica. Ancor oggi musicisti come il ceco Smetana o come il nostro Respighi, autori di una diversa forma musicale (il Poema sinfonico) stentano a godere di quell’apprezzamento generale che sarebbe loro dovuto. “Ma Vlast” o i “Pini di Roma”, la ‘Vltava” (la Moldava che fa parte di “Ma Vlast”) o “Le fontane di Roma” non riescono a trovare la giusta collocazione nella storia della musica e ancor meno nella programmazione delle maggiori istituzioni musicali mondiali.

C’è poi, da considerare, scendendo ancora di un livello, che esistono colonne sonore di film (e qui non saranno in pochi ad inorridire) che non sfigurerebbero nei patinati programmi di alcune sale da concerto. Senza scomodare Leonard Bernstein (West Side Story) pensiamo che anche le musiche del grande Nino Rota renderebbero ancora più prezioso e accattivante il programma di un concerto. Il tema centrale e ricorrente della colonna sonora della Dolce vita, ad esempio, è un malinconico tema di speranze disilluse che, forse, più di altri pezzi di blasonati musicisti, riesce ad evocare la segreta cognizione del dolore della vita. 

Vivaldi, Piazzolla e i due mondi delle “Quattro Stagioni” ultima modifica: 2023-06-23T20:02:57+02:00 da MARIO GAZZERI
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