Fotografi nel cielo

Carlo Montanaro possiede e colleziona immagini di quando i fotografi veneziani avevano i loro studi sui tetti ed erano chiamati “i pittori della luce”. L‘abbiamo intervistato.
ADRIANO FAVARO
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Conosce la delicata storia dei “pittori con la luce” a Venezia, e la racconta per la prima volta. Tutto è cominciato con la “folgorazione” che venne dopo aver osservato a lungo un’immagine di Carlo Naya, il maestro della fotografia dell’Ottocento veneziano morto nel 1882: il suo atelier è stato uno dei più importanti in Europa. 

Carlo Montanaro, uno dei più noti studiosi della storia del cinema e della fotografia, possiede e colleziona alcune di queste sognanti immagini – di quando i fotografi erano chiamati “i pittori della luce”. E di quando proprio i pittori veneziani, e non solo, temevano di perdere il lavoro. “Con i lunghissimi tempi di esposizione e le tecniche che c’erano allora spiega Montanaro – nessun poteva operare al pianoterra, a Venezia poi. Così all’inizio tutti gli studi dei fotografi stavano sui tetti”.

Anche foto molto note conservano segreti. Come li ha scoperti?
Lavorando con Alessandro Rizzardini e Massimo Stefanutti al numero di all’Archimede dedicato a Carlo Naya e poi alla mostra all’Istituto Veneto. Ogni tanto ancora troviamo o compriamo qualche cosa di interessante; ma ci restava la curiosità: dove stavano questi personaggi?

Fratelli Quar

Li avete scoperti, con una lente, come Sherlock Holmes…
Quasi. Ora è meglio scansionare le foto, mi aiuta in questo Elisabetta, la mia compagna. L’avevo vista quella foto di Naya di Riva degli Schiavoni con il suo negozio in primo piano, ma non mi ero soffermato sui particolari: c’era il bar Orientale, dove si trova adesso il Danielino. Guardo bene e nella parte alta dell’immagine leggo (parzialmente) ‘Ritratti fotografici fratelli Quarti’. Lì i fratelli Quarti avevano il loro atelier vetrato fino al 1870 circa!

Fotografie Carlo Naya

Ottenuto sopreaelevando un tetto?
Probabilmente sì. Quando nasce la fotografia le emulsioni delle lastre erano ortocromatiche, cioè non sensibili alle radiazioni legate al rosso. Per avere luce bisognava stare in alto; facevano così anche a Parigi. Alcune di queste foto di San Moisè e San Zaccaria lasciano vedere atelier che sono poi rimasti come appendici delle abitazioni.

Come arriva a Venezia la fotografia?
I primi fotografi erano commessi viaggiatori: giravano per vendere i dagherrotipi, foto ottenute su lastre. Servivano un treppiedi con scatoletta di legno e un obiettivo di vetro e una lastra di ottone argentato sulla quale, con procedimenti complessi, veniva impressa un’immagine. Di fatto venivano tà in citper fare i ritratti. E si annunciavano facendo pubblicità nei giornali, come ha scoperto Ricciardini: “la prossima settimana arriva in città il fotografo, eccetera”.

Da qui la paura dei pittori di perdere il lavoro.
All’Accademia delle Belle arti ad un certo punto si paventa che il lavoro per i pittori vada scemando, era facile fare una foto mentre per un ritratto pittorico serviva una settimana; e le foto costavano meno. Questi signori che giravano in laguna erano un po’ maghetti, non certo come Nadar a Parigi che riprendeva Sarah Bernhardt, Hugo, Baudelaire, Piero Savorgnan de Brazzà .

Poi i fotografi si fermano, aprono atelier.
Di alcuni sappiamo tanto, come di Carlo Ponti un ottico nato a Milano di origine svizzera che costruisce obiettivi per macchine da dagherrotipo e fa anche il fotografo. È un maestro e a lui si appoggiano Bertoia, Bresolin, i giovani maestri del paesaggio immagati dalla fotografia. Uno di questi è Naya, piemontese che si muove col fratello: lavora in Turchia, si traferisce a Venezia dove intuisce che con la foto può nascere qualcosa di para industriale.

 

Comincia la corsa ad avere una proprio foto da tenere in tasca.
In riva degli Schiavoni aprono, uno vicino all’altro, i negozi di Naya e Ponti. Un sacco di gente si fa fotografare con lo sfondo di Venezia: è arrivata la talbotipia (dal nome dell’inventore, l’inglese Talbot) che permette, da un negativo, di ottenere un positivo.

Con questi piccoli ritratti ricostruite la Venezia di allora.
Fu una rivoluzione allora potere, per chiunque o quasi, avere un proprio ritratto: sul retro di quei fogli ‘ carte de visite’ c’è il nome del fotografo, tracce per la nostra mappa: avevano dimensioni come i nostri biglietti da visita, si usava una carta leggera all’albumina. Abbiamo trovato un centinaio di questi atelier attivi tra Otto e Novecento.

Chi si faceva fare il ritratto?
Un po’ tutti: le carte de visite costavano meno dei dagherrotipi e se ne potevano chiedere in quantità. Poi si comincia con le foto per turisti, a stampare i ritratti dei mestieri di Venezia: pescatore, spazzacamino, gondoliere, donna con secchi sulle spalle. Dopo il Gran Tour dei ricchi, che si permettevano dipinti ad olio, si comincia a portarsi a casa la civiltà veneziana di carta. 

Nelle prime foto dell’epoca la città è sempre deserta.
Perché i tempi per impressionare una lastra o un negativo erano lunghi. Chi passava davanti l’obiettivo, camminando o vogando, sulla stampa assomiglierà a un segno di sporco. E anche i cieli sono tutti bianchissimi e trasparenti perché il tempo di posa lunga impressiona tutta la gelatina.

Carlo Naya però ha un’intuizione
Fa una doppia esposizione, inserendo al posto di quel biancore diffuso un cielo inventato o pitturato che, unito a colorazione uniforme diventeranno i “clair de lune”, dando vita a quel “romanticismo esasperato” che conosciamo.

Immagini che adesso si otterrebbero con fotoshop.
Sì. La tecnologia è cambiata ma le foto antiche, o vecchie, sono ritoccate: il negativo era mascherato con cartoncino o biacca rossa. Esiste una grande foto di piazza San Marco di Naya alla quale, per eliminare la parte troppo scura sulla sinistra, si attacca un pezzo di altra immagine; fotomontaggio in piena regola dell’Ottocento.

Perché cercare gli atelier durati pochi anni?
È una storia veneziana che finisce verso i primi del Novecento quando dagli Usa arriva una piccola macchina portatile pensata da George Eastman con la pellicola pieghevole: voi premete il bottone e al resto pensiamo noi, diceva la pubblicità. Comincia allora anche una certa fine dei fotografi. Un po’ quella fine che ha prodotto lo smartphone. Ma non basta scattare un bottone per avere una bella foto. Visto quanti scatti inutili di Venezia? ma la gente non si accorge. 

Cosa si conserva di quel trentennio?
Nei mercatini le carte de visite si pagano uno o due euro ma non si trovano negativi. Di originali, che si sappia, esiste solo il fondo Naya, in parte nelle mani degli eredi del fotografo Osvaldo Böhm, e l’altra parte acquisita dal museo Correr. Ci vorrebbe più attenzione per la storia della foto a Venezia, servirebbe un vero museo. C’è purtroppo quell’atteggiamento che troviamo anche quando si ristruttura palazzo Vendramin Grimani e si parla del doge Grimani, amico della poesia e della cultura: dimenticandosi che è lui che fa nascere nel 1750 l’Accademia delle Belle Arti. Venezia è sempre così, nasconde, dimentica, lascia svanire…

Fotografi nel cielo ultima modifica: 2023-06-24T16:31:40+02:00 da ADRIANO FAVARO
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