In che mani può finire l’Europa

Polonia e Ungheria laboratori e modelli della destra sovranista nel bel libro reportage di Tonia Mastrobuoni, “L’erosione”.
GUIDO MOLTEDO
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Se non avessi l’età che ho, scenderei in piazza tutti i giorni per ripristinare la democrazia. La situazione qui in Polonia mi angoscia profondamente. Hanno distrutto tante cose per cui mi sono battuto per una vita. Anzitutto la libertà.

Colpiscono le parole che Lech Wałęsa consegna a Tonia Mastrobuoni. L’eroe di Danzica, non fosse grazie a dio ancora vivo, sarebbe del tutto cancellato nella Polonia d’oggi. E con lui il ricordo stesso dei giorni della rivoluzione di Solidarność, un passaggio storico diventato imbarazzante per gli attuali capi polacchi, con la carica esplosiva di desiderio di libertà e democrazia che ebbe quella rivoluzione e che ne determinò il successo. Tanto che in alcuni libri di scuola, nel capitolo dedicato a Solidarność, la foto del padre protagonista di quella rivoluzione svanisce, è soppiantata da quella dei gemelli Lech e Jaroslaw Kaczyński, allora al fianco dell’elettricista di Popowo assurto a premio Nobel per la pace, da un paio di decenni padroni politici assoluti della Polonia. Prima in tandem, uno presidente della repubblica, l’altro primo ministro, poi il solo Jaro, in seguito alla morte di Lech in un incidente aereo a Smolensk, un evento tragico che il gemello superstite e la sua corte hanno trasformato in una sorta di leggenda nera da coltivare e alimentare, contro il Nemico, una delle basi su cui si fonda il potere ideologico che si è impadronito della Polonia e che ruota intorno a Jaro, uomo forte del regime anche se formalmente solo un membro del Sejm, la camera bassa del parlamento.

Aleksander Stępkowski, giurista, presidente Ordo Iuris, potente organizzazione cattolica polacca ultra-conservatrice, trattata ampiamente nel libro di Tonia Mastrobuoni

Quello con Wałęsa è uno dei numerosi colloqui raccolti da Mastrobuoni in Polonia e in Ungheria ed è quello che politicamente più caratterizza lo straordinario lavoro di quasi un decennio condotto dalla giornalista della Repubblica nei due paesi – il “cuore dell’Europa” – e condensato in un libro di recente pubblicazione, L’erosione. La Polonia di Wałęsa divenne il simbolo della liberazione possibile dal dominio fino ad allora indiscutibile del potere sovietico sin dentro il centro dell’Europa. Per questo le parole di Wałęsa, che abbiamo prima citato, sono scioccanti, vanno oltre la denuncia della gravità della situazione contingente. I pochi decenni che ci separano dai fatti di Danzica hanno trasformato il paese, rendendolo uno dei player principali in Europa, grazie all’invisa Europa stessa, paese forte oggi anche militarmente; al tempo stesso, questa crescita si è accompagnata al rovesciamento totale dello spirito e dei desideri che animarono quella rivolta guidata da Wałęsa, fino a far somigliare la situazione attuale – pur sotto un involucro politico ed economico assai diverso – alle condizioni di oppressione e arbitrio del potere che erano caratteristiche dell’epoca sovietica, senza neppure quegli squarci di libertà, clandestini e non solo, che pure esistevano sotto la cappa del socialismo reale.

Anche l’Ungheria, ai tempi del mondo bipolare, era considerato un paese del blocco orientale relativamente avanzato, relativamente libero, segnato dall’indimenticabile rivolta del 1956. Oggi, con Varsavia, Budapest è il centro nevralgico di un’offensiva ideologica e politica che – con tutte le necessarie relativizzazioni temporali – sembra condotta da gerarchi e da ideologi alla “Suslov” di epoca brezneviana.

Lech Wałęsa

Inviata speciale, giornalista d’inchiesta come si deve, Tonia Mastrobuoni ha viaggiato in lungo e in largo nei due paesi, un tempo marginali sui media e oggi molto spesso al centro delle cronache, disgraziatamente, per le imprese di personaggi inquietanti, anche umanamente, come l’ungherese Orbán e il polacco Kaczyński e relativi clan. Un potere che via via si consolida, occupando tutte le postazioni e i gangli possibili e annientando quel tanto di distinzione e di contrappesi tra governo, parlamento, magistratura e sistema informativo e rendendo sempre più difficile l’ipotesi stessa di un cambiamento politico. Cercando, nel frattempo, di annientare ogni forma organizzata di opposizione politica e sociale. È un’incessante attività alimentata da campagne di denigrazione, falsificazione e odio verso stili di vita “non tradizionali”, contro i diritti della persona, della donna, fino a forme di intimidazione personale e di violenza fisica, il tutto condito con abbondanti dosi di antisemitismo, razzismo, omofobia, sessismo, insomma tutto il repertorio di quello che oggi rientra nelle categorie del sovranismo, democratura e altre definizioni. Termini che però non danno pienamente conto, quanto ne dà la lettura del libro di Mastrobuoni, della torsione che subiscono queste società, assurte a laboratori e modelli che fanno proseliti.

La Polonia si è trasformata nel laboratorio più avanzato di un’internazionale dell’oscurantismo che ha messo radici negli Usa, in Russia e in un pugno di altri paesi. E che ripone grandi speranze nell’Italia.

Insegnanti e studenti ungheresi manifestano contro la proposta di legge che punisce chi protesta per aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro, 17 giugno 2023
Proteste in tutta la Polonia per ricordare la trentatreenne Dorota e cinque altre donne morte in ospedale in seguito all’applicazione della legge draconiana contro l’interruzione della gravidanza. Le proteste sono rimbalzate anche all’estero come mostra l’immagine sopra a Londra.

Leggendo il libro di Tonia vengono i brividi. È un racconto in presa diretta, ricco di dati, argomentato, ben organizzato, di grande leggibilità. Una galleria di personaggi straordinari. C’è un crescendo di inquietudine che suscitano nel lettore le testimonianze che raccoglie Tonia, incontrando chi, davvero eroicamente, sulla propria pelle, è il caso di dirlo, sfida il potere e i loro sbirri.

A loro devono molto i tanti polacchi e ungheresi costretti a subire in silenzio, come succede sotto i regimi dispotici. Ma anche noi – gli altri europei – dobbiamo tanto a loro, alla loro resistenza, ed è proprio questo il termine che meglio fotografa la loro lotta. Ma molto dobbiamo noi – e loro, i resistenti – anche all’Unione europea, l’unico contrappeso allo strapotere dei neo-despoti.

Non ci fosse la UE, con i suoi limiti e lentezze, l’incubo di una nuova era sovietica, persino peggiore, sarebbe già realtà a Varsavia e Budapest.

ps. Mentre stavamo per pubblicare questa recensione, arrivava la notizia della vittoria di Alternative für Deutschland a Sonneberg, Turingia. Per la prima volta in Germania un candidato del partito di estrema destra, AfD, è eletto alla guida del Landrat, il parlamento distrettuale. Si chiama Robert Sesselmann.

In che mani può finire l’Europa ultima modifica: 2023-06-26T18:40:09+02:00 da GUIDO MOLTEDO
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