L’infanzia rubata

La deportazione in Russia di decine, forse centinaia, di migliaia di bambini ucraini.
ANNALISA BOTTANI
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Sai, un tempo papà era georgiano
(Un frammento di dialogo tra il figlioletto di Stalin e la sorellina minore)

“Non si tratta di uno scambio di prigionieri di guerra, questi sono civili, questi sono bambini.” Per la commissaria del presidente ucraino per i diritti dell’infanzia, Daria Herasymchuk, non è possibile ipotizzare colloqui sulla deportazione da parte del governo russo dei bambini ucraini e, ad oggi, non esiste alcun canale diretto di comunicazione con la controparte. 

Per colmare questa insanabile distanza da mesi la comunità internazionale, la Santa Sede, anche tramite il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Paesi come la Turchia e l’Arabia Saudita e altri mediatori stanno cercando, in via strettamente riservata, di individuare una soluzione che possa aiutare a favorire non solo la fine del conflitto, ma anche il rimpatrio dei bambini ucraini deportati e trasferiti illegalmente da parte della Federazione Russa a partire dall’inizio del conflitto. Crimini di guerra che sono costati al presidente Vladimir Putin e alla commissaria del presidente russo per i diritti dell’infanzia, Maria Lvova-Belova, un mandato d’arresto emesso a marzo dalla Corte Penale Internazionale, di cui la Russia non riconosce la giurisdizione. 

Secondo l’Ucraina, la Russia avrebbe deportato circa 20.000 bambini. All’inizio del 2023 il numero più alto di bambini rapiti, secondo The Kyiv Independent, è stato registrato nella regione di Donetsk. E parliamo solo dei casi documentati perché riferiti alle autorità da un genitore o da un tutore. In realtà, gli attivisti ritengono siano centinaia di migliaia i bambini deportati in Russia o nei territori occupati probabilmente dalle regioni di Kyiv, Mariupol, Kherson e Kharkiv. Sono oltre 15.500 i bambini ritrovati, mentre, secondo The Kyiv Independent, al 14 luglio oltre 380 bambini sono stati riportati in Ucraina: di questi l’organizzazione “Save Ukraine” ha assicurato il ritorno di più di un centinaio. 

Senza dimenticare il network di associazioni, Ong, cittadini, organizzazioni internazionali, giornalisti, collaboratori delle strutture e degli orfanotrofi che, fin dall’inizio del conflitto, hanno cercato di evacuare o nascondere i bambini, affidando quelli che avevano parenti ancora in vita a nonni, amici o vicini, falsificando documenti e inventando storie per attraversare indenni i posti di blocco. 

Quello messo in piedi dal governo russo per la deportazione dei bambini, secondo un report pubblicato a febbraio dai ricercatori dell’Università di Yale, è un “network sistematico e su larga scala” di campi e altre strutture che ha trattenuto almeno 6.000 bambini ucraini. 

Ricorda il Financial Times che nessuna delle parti ha un registro centralizzato che indica l’esatto numero di bambini deportati. Un referente coinvolto nei colloqui ha riferito che si tratta di una questione “troppo delicata”, “nessuno si fida di nessuno”.

Hanno bisogno di un organismo indipendente che avrà tutti i dati dei bambini e sarà accettato da entrambi i Paesi.

L’Ucraina si è già mossa per ricostruire numeri e casistiche: “Children of War”, la piattaforma coordinata da Herasymchuke creata dal Ministero della Reintegrazione e dal National Information Bureau per conto dell’Ufficio del Presidente Zelensky, costituisce già uno “strumento per trovare i bambini, salvarli e liberarli” dai luoghi in cui sono stati deportati e per fornire informazioni, quanto più possibile aggiornate, sui bambini morti, feriti, scomparsi, ritrovati, deportati o trasferiti con la forza, ritornati in Ucraina o vittime di violenze sessuali.  

Anche in questo caso i dati forniti dal portale, grazie alla collaborazione con le forze dell’ordine, sono indicativi in quanto il conflitto è in corso e alcuni dei territori ucraini sono occupati attualmente dalla Russia.

Malgrado il mandato d’arresto emesso contro Putin e Lvova-Belova e l’intervento dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa che ha stabilito che “deportare i bambini ucraini in Russia” è “genocidio”, secondo quanto previsto da una delle cinque definizioni indicate nella Convenzione sul Genocidio delle Nazioni Unite, non si ferma l’azione della Federazione Russa che prosegue in quello che l’Ucraina considera un vero atto di “assimilazione” e un tentativo di cancellare l’identità ucraina. 

L’incontro di Maria Lvova-Belova con il Cardinale Matteo Zuppi, 29 giugno 2023 (PHOTO FROM MARIA LVOVA-BELOVA’S TELEGRAM)
Maria Lvova-Belova a rapporto da Vladimir Putin, 9 marzo 2022, (Уполномоченным при Президенте по правам ребёнка Марией Львовой-Беловой)

Dunque, quello che per la comunità internazionale è un genocidio per la Russia è, invece, un processo di evacuazione in luoghi sicuri, un sistema per proteggere i bambini e i ragazzi dalla guerra stessa. Una guerra, è bene ricordarlo, scatenata proprio dalla Federazione Russa a seguito dell’invasione del 24 febbraio 2022. 

Anche la commissaria Lvova-Belova, che detiene la custodia di ventitré bambini, di cui cinque sono figli biologici (incluso un ragazzo ucraino di sedici anni “adottato” dopo il trasferimento in un centro della regione di Mosca con altri trenta bambini di Mariupol, vittima, a suo avviso, di otto anni di propaganda antirussa), ritiene che, come confermato da Ukrainska Pravda, i bambini ucraini debbano essere “rieducati” e che nessun genitore del Paese abbia cercato i propri figli in Russia. 

Secondo quanto riferito da The Moscow Times, la Russia, che in base al rapporto stilato nei giorni scorsi proprio dalla commissaria, ha “accolto” più di 700.000 bambini dall’inizio dell’invasione, li sta proteggendo dai bombardamenti presumibilmente portati avanti dall’Ucraina. Una “riabilitazione” in cui crede, come riportato dalla Cnn nel mese di luglio, anche Dzmitry Shautsou, capo della Croce Rossa bielorussa, che ha ammesso di essere coinvolto nella deportazione in Bielorussia dei bambini dai territori ucraini occupati dai russi. “Facciamo il possibile”, ha dichiarato Shautsou, “per farli sentire a casa” in modo che non debbano aver bisogno di nulla. 

Una visione che contrasta con la realtà fattuale che riporta centinaia di storie di bambini rapiti, separati dalle famiglie o deportati in Russia. Un fattore che complica ulteriormente i colloqui in quanto è più difficile stilare un bilancio completo, ricostruire quanto è avvenuto e individuare modalità di rimpatrio e ricongiungimento con i genitori. 

La maggior parte dei bambini è stata rapita nelle aree meridionali e orientali del Paese, alcuni sono stati strappati ai genitori che fuggivano dalle zone di guerra, altri separati dopo la detenzione dei parenti nei cosiddetti “campi di filtraggio”, molto simili a quelli dell’NKVD creati in epoca sovietica. Sicuramente alcuni bambini erano già orfani prima della guerra, altri sono stati “ceduti” temporaneamente dai genitori prima della guerra a causa di gravi problemi economici o dopo la guerra per evitare ai figli i traumi connessi al conflitto. Di solito, i bambini che hanno ancora i genitori sono portati in campi “ricreativi” o scuole speciali in Russia o nei territori ucraini annessi, mentre gli orfani sono inviati in collegi o strutture mediche. È opportuno ricordare che in molti casi i parenti, oltre ai genitori, cui è possibile dare la custodia del bambino, sono ancora in vita. E secondo Radio Free Europe, che riporta la testimonianza di alcuni funzionari ucraini, spesso le autorità hanno fatto poco o niente per restituire i bambini rapiti a parenti o tutori, anche se in possesso di regolare documentazione. 

Altri bambini più piccoli, secondo Ukrainska Pravda, sono divenuti vittima della propaganda russa e hanno iniziato a esprimere sostegno alla Russia non solo indossando maglie con la famigerata lettera “Z”, ma hanno deciso di non voler tornare a casa oppure sono tornati, ma hanno continuato a decantare la bellezza dei campi in cui erano tenuti, dicendo di aver mangiato bene e di aver fatto escursioni in tutta la Crimea. Secondo Oksana Filipishina, rappresentante della Ukrainian Helsinki Human Rights Union, i ricordi recenti dell’Ucraina sono legati agli orrori della guerra, ai bombardamenti e al freddo. Condizioni che – e loro non lo sanno – sono state provocate proprio da coloro verso cui provano gratitudine in questo momento. 

Immagini dal documentario “Uprooted

Ma com’è articolato il network su vasta scala cui accennava l’Università di Yale? Le fonti sono moltissime, altrettante le storie dei ragazzi rapiti e dei genitori che hanno cercato, tra mille difficoltà, di riportarli a casa. Alcune di queste sono state raccolte nel documentario “Uprooted” prodotto da The Kyiv Independent che, grazie a una meticolosa raccolta di prove, alle interviste ai ragazzi salvati e alle testimonianze di attivisti, parenti e referenti sul campo, ha delineato il modus operandi delle autorità russe nel processo di deportazione dei minori. 

Secondo quanto riportato a giugno da Radio Free Europe, l’unità investigativa russa della testata – Systema – ha scoperto che i bambini ucraini sono stati trasferiti in almeno 88 orfanotrofi o altre strutture per i servizi sociali attivi in Russia e in Crimea, un effort che ha pesato sul welfare della Federazione, visto che molti campi estivi non erano equipaggiati per gestire un flusso di bambini così elevato. Alcuni funzionari hanno deciso di rendere meno rigide le regole per l’adozione al fine di toglierli dal Sistema, favorendo un’adozione veloce e l’assegnazione a genitori adottivi, in piena violazione delle leggi internazionali. 

Ci hanno pensato Putin e la Duma, a maggio del 2022, a “facilitare” quelle che le autorità russe considerano “adozioni”. Sono state emanate leggi ad hoc per semplificare il processo di acquisizione della cittadinanza russa per i bambini e i tutori legali e di adozione, a favore dei cittadini russi, dei bambini ucraini. 

Nessuno dei decreti emanati da Putin, ha sottolineato Filipishina, “contiene un paragrafo o una norma che dica che è richiesto il consenso o l’opinione del bambino”. Così facendo il governo Putin ha dimostrato di non aver fatto alcun passo indietro e di non aver cercato di aderire alle norme della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia. In tale ambito, il concetto di “left without care”, interpretato in maniera arbitraria dal governo russo, è estremamente controverso. Se le autorità russe dei territori occupati non conoscono l’esatta location dei genitori o dei tutori legali, in automatico sono, dunque, assegnati a famiglie russe. 

Sempre Systema aveva ottenuto una lettera di giugno del 2022 in cui un consigliere del leader regionale del Donetsk Denis Pushilin gli proponeva di fissare un limite di dieci giorni: un bambino, deportato nella regione occupata, poteva essere considerato “left without care” in caso di impossibilità di trovare genitori o tutori legali entro quella scadenza. Nessuno conosce la risposta di Pushilin, ma la lettera del consigliere, Eleonora Fedorenko, potrebbe aver gettato le basi per la formalizzazione di questa prassi. 

The Kyiv Independent ha scoperto che la deportazione da Mariupol alle aree occupate del Donetsk ha coinvolto dipendenti dei servizi sociali selezionati dai russi, strutture sanitarie e centri per ragazzi provenienti dalle zone della regione occupata dai russi nel 2014. In tale ambito, le strutture mediche nel Donetsk sono un anello fondamentale del processo di deportazione, grazie anche alla complicità dei medici. 

Una volta deportati e trasferiti negli ospedali dell’area, il ricovero proseguiva in Russia anche se non erano feriti. Dopo il trasferimento in Russia, venivano affidati a famiglie oppure a orfanotrofi. Le famiglie russe avrebbero poi cercato di convincerli che l’Ucraina era stata distrutta, dando loro un’educazione filorussa patriottica e militare e monitorando il loro comportamento. 

Vi sono casi in cui la povertà della famiglia è stata utilizzata quale pretesto per dividere i ragazzi dai genitori oppure vi sono molti casi in cui sono stati offerti gratuitamente “soggiorni” in Crimea con la promessa di restituire i figli ai genitori legittimi. Una promessa infranta dai russi che hanno poi richiesto ai genitori di andare a prenderli, sapendo benissimo che il viaggio in Crimea, via Kyiv, Polonia, Bielorussia e poi Mosca, sarebbe stato estremamente pericoloso. Per non parlare degli orfanotrofi, divenuti area di “saccheggio” da parte delle autorità russe che hanno sfruttato la vulnerabilità di bambini e ragazzi non accompagnati non solo perché orfani, ma anche perché privi di un genitore idoneo. Radio Free Europe ha riferito nel mese di giugno di quest’anno un caso che testimonia il calvario che molti genitori ucraini hanno affrontato e stanno ancora affrontando: la storia di una donna che viveva a Kherson con il secondo marito e i suoi tre figli. Prima dell’inizio della guerra aveva mandato la figlia di otto anni a incontrare il padre in un quartiere non molto lontano. Dopo l’invasione e la fuga obbligata, la donna ha perso i contatti con il primo marito e la figlia. Sette mesi dopo la bambina era in Crimea perché il padre l’aveva lasciata da un vicino filorusso che aveva deciso di portarla in quell’area. Ai sette mesi si sono aggiunti ulteriori tre mesi per capire la sua posizione: era in una scuola residenziale nel porto della penisola di Feodosia, in Crimea, e solo nel mese di gennaio del 2023 ha trovato un sistema per riportarla a casa. 

Anche un padre di tre bambini di Mariupol è stato “fortunato” ed è riuscito a ritrovare i propri figli, secondo quanto riportato da Meduza. Ex militare, dopo l’inizio della guerra e un mese di permanenza in uno scantinato per proteggersi dai bombardamenti, è finito in un campo di prigionia, i bambini sono stati trasferiti a forza in una struttura vicino a Mosca. Dopo il rilascio, è iniziato un percorso pericoloso e tortuoso per liberare i figli. Il bambino, grazie a uno dei tutori, è riuscito a chiamare il padre avvisandolo che avrebbe avuto ancora cinque giorni per salvarlo. In alternativa sarebbe stato adottato o collocato in un orfanotrofio, cosa che i referenti russi avevano negato durante una conversazione con il padre. Dopo aver attraversato il confine, il padre è riuscito finalmente, grazie all’aiuto dei volontari, a raggiungere i figli che erano stati sottoposti a moltissimi check-up medici, all’assunzione di “pillole verdi”, oltre a essere costretti ad assistere a film violenti e di guerra. Il padre, dopo aver compilato molti documenti, affrontato molti interrogatori e aver dimostrato di essere il tutore legale dei bambini, è riuscito finalmente a portare in salvo la famiglia a Riga. 

E poi non dobbiamo dimenticare i bambini e i ragazzi vittime di abusi. Parliamo di violenze sessuali, punizioni corporali, torture psicologiche. Alcuni bambini sono stati insultati e chiamati “khokhols” (termine dispregiativo usato dai russi nei confronti degli ucraini), altri sono stati picchiati con bastoni di metallo solo per aver manifestato sentimenti patriottici e aver cercato di resistere alle tecniche di “rieducazione”, incluso l’ascolto quotidiano dell’inno russo. Alcuni sono stati rinchiusi per giorni in “stanze d’isolamento”, ad altri è stato ripetuto di continuo che loro “non avevano bisogno dei genitori”, che non avevano un futuro in Ucraina e che l’Ucraina li aveva abbandonati. Tutto questo con l’obiettivo, secondo un avvocato di “Save Ukraine”, di insegnare loro a odiare i genitori, il loro Paese e amare la Russia.

Secondo Meduza che ha riportato una storia pubblicata da Verstka, vi sono anche bambini con disabilità, come Sasha Mazur, un sedicenne di Kherson (poi liberata dagli ucraini, ma ancora sottoposta ad attacchi russi) affetto da autismo, portato via da un centro di Oleshky, in cui si era insediato un direttore russo, per essere trasferito in una struttura psichiatrica a Sinferopoli. La sua storia ha un lieto fine, ma il calvario cui sono stati sottoposti i genitori per poter riabbracciare il ragazzo è esemplificativo delle modalità d’azione dei russi. Grazie al supporto delle autorità ucraine, la madre ha scoperto dove era detenuto il figlio e insieme ad altri genitori si è messa in viaggio per arrivare alla struttura: una serie infinita di tappe, Kyiv, Polonia, Brest, Minsk, Mosca, Anapa (nella regione di Krasnodar), attraverso Rostov, e poi Bilohirsk ove il figlio era detenuto. Le condizioni di quest’ultima struttura le sembravano buone, sicuramente migliori di altre in Crimea. Le avevano riferito che era giunto lì con piaghe da decubito e sottopeso. Questa madre non saprà mai cosa è avvenuto nella prima struttura in cui il figlio era ricoverato in quanto non può parlare. Così come sono silenti le storie di tanti altri ragazzi in sedia a rotelle o allettati, senza genitori o parenti disponibili.

Da madre, penso che se Sasha non fosse stato deportato oggi magari non sarebbe vivo. Sia a causa delle scarse cure che ha ricevuto presso la nostra struttura dopo l’insediamento di un direttore russo sia a causa del conflitto. Non hanno fatto nulla di male al mio Sasha. Ma se si analizza la questione da un punto di vista legale, si tratta di rapimento.

Mascherato da Putin, col cartello “criminale di guerra”, Helsinki, 23 febbraio 2023

Dinnanzi a tale ferocia il pensiero corre al passato. 

Proprio su questo tema è stata pubblicata dalla Cnn un’interessante analisi di due docenti e ricercatrici, Kristina Hook e Oleksandra Gaidai. Le due ricercatrici hanno delineato alcuni parallelismi con le deportazioni di massa attuate nei secoli scorsi dai russi. In primis, la deportazione dei bambini polacchi a seguito della rivolta di Košciuszko del XVIII secolo. Anche in quel caso, aveva annotato nel 1914 lo storico Marian Dubiecki, gli ufficiali russi non hanno esitato a prendere il bottino, inclusi i giochi dei bambini.

Nel caso dell’Ucraina sembra che Mosca stia usando la deportazione dei bambini quale strumento per punire coloro che si oppongono al violento controllo che stanno esercitando sul campo. 

Se guardiamo alla Storia, sostengono le ricercatrici, i russi hanno usato regolarmente il traffico di cittadini, inclusi i bambini, per oltre due secoli per punire la resistenza, indebolire i legami con la comunità che avrebbero potuto minacciare lo Stato e risolvere i loro problemi demografici, noti ormai da molti anni. Il timore è che i bambini siano visti come “un’altra risorsa da saccheggiare”, anche alla luce delle criticità correlate alla mancanza di forza lavoro, considerati i tanti soldati morti in battaglia e coloro che hanno lasciato il Paese.

Con decine di bambini e adulti ucraini deportati e inviati nei campi delle regioni più povere della Russia, i modelli delle campagne sovietiche di reinsediamento forzato dei lavoratori sollevano preoccupazioni per il traffico di manodopera intenzionale e coordinato.

Per secoli le autorità russe hanno mantenuto la convinzione che i bambini potessero essere “rieducati”, dimenticare le famiglie, rinnegare la loro comunità e rinunciare alla loro identità in nome della lealtà ideologica allo Stato.

Se torniamo per un attimo al caso polacco, si rileva anche in questo caso il ripetersi di alcuni schemi del passato. Sottoporre il mondo dei bambini a una terribile devastazione: così gli storici descrivono una delle deportazioni del 1794, dopo una rivolta contro l’Impero russo.

In una testimonianza del 1864, un uomo anziano raccontò che i suoi unici ricordi d’infanzia erano le canzoni polacche, rendendosi conto per la prima volta della deportazione avvenuta in tenera età nelle lontane regioni della Russia. Questi bambini furono completamente immersi nella società russa, perdendo la loro lingua madre, la loro cultura e i loro ricordi.

Nelle testimonianze raccolte – se n’è parlato in precedenza – i bambini ucraini salvati sono stati sottoposti a un’intensa coercizione ideologica, spesso violenta, da parte dei russi durante il periodo di detenzione. Ma alla ferocia delle percosse, delle privazioni, delle minacce si affianca lo storytelling dei russi “salvatori”. Una strategia di manipolazione che ha visto in prima linea proprio la commissaria Lvova-Belova che ha voluto incontrare personalmente alcuni dei bambini poi trasferiti in Russia, tra omaggi culinari (il pane, segno di ospitalità) e performer vestiti secondo i dettami del folklore russo. “Vi accogliamo così”, ha dichiarato Lvova-Belova, “perché ora siete nostri.”

“Nostri”, questo è il termine che ha usato. È l’estremizzazione di un processo di russificazione ben noto in epoca zarista e sovietica che non solo distrugge un popolo, le sue radici e la sua identità, ma lo priva del futuro deportandone i suoi figli, “la generazione rubata”.

L’infanzia rubata ultima modifica: 2023-08-02T19:48:47+02:00 da ANNALISA BOTTANI
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