Una verità “dentro” la guerra

A Enego una nuova mostra di Michele Cerato, centrata sul periodo della Grande Guerra 1915-18. Non una classica mostra della o sulla guerra; ciò che più le conferisce valore è di essere testimonianza della vita dei soldati e anche dei civili dentro la guerra.
CARLO NIZZERO
Condividi
PDF

[ENEGO, VICENZA]

Nella guerra la prima vittima è la verità.

È un detto che condivido,  attribuito a Winston Churchill.

In atteggiamento critico, ma non sofistico, sono convinto che la verità in qualche forma poco nota tuttavia esista e, se vittima e pure anche morta, in qualche luogo fisico o della mente la si possa trovare. Quindi è imperativo cercarla.

Michele Cerato l’ha fatto, camminando tra boschi, pascoli, forre, caverne e trincee centenarie dell’Altopiano dei Sette Comuni (Vicenza), di cui il più orientale è il suo Enego.

Enego vista dall’alto (© 2023 Leonardo Pasini)

La Mostra è centrata sul periodo della Grande Guerra 1915-18, ma non è una classica mostra della o sulla guerra; ciò che più le conferisce valore è di essere testimonianza della vita dei soldati e anche dei civili dentro la guerra. La “verità” emerge dagli oggetti caratteristici della vita (talvolta della morte) del soldato, di pacifico uso corrente (ma sempre finalizzati alla guerra) ben descritti per funzione e manifattura e raggruppati per temi in isole che  valorizzano i limiti dello spazio disponibile.

La Mostra è articolata  su due assi, paralleli e sinergici: le isole tematiche di oggetti che ricreano gli ambienti di allora, i diorami che ne danno esauriente illustrazione; si cammina così, secondo scelta individuale, tra emozione e  apprendimento, in relazione a nove temi.

   Reperti raccolti da Michele Cerato in mostra a Enego

Dal 1915 al 1918 in quei luoghi vissero, soffrirono, combatterono anche fino a morte, centinaia di migliaia di soldati di tante nazioni ed imperi. 

Dall’Altopiano (o Altipiano come piaceva a Lussu e Rigoni Stern) dovettero fuggire in pochissimi giorni del maggio 1916 quasi tutti gli abitanti, lasciando ogni bene sotto le cannonate della Strafexpedition (spedizione punitiva) lanciata dall’Impero degli Asburgo in risposta all’attacco italiano del maggio 1915; furono quasi quarantamila i profughi distribuiti e talora dispersi in  tutta Italia, variamente accettati, talvolta sospetti ed emarginati a causa della loro “antica lingua” (così la chiamava Mario Rigoni Stern)  germanica Tzimbar, il cosiddetto Cimbro. Poterono rientrarvi a scaglioni solo dopo tre o quattro anni, ripopolando un deserto dove non c’erano più case, malghe, pascoli, boschi.

Camminare attraverso le “isole” porta a concentrare l’attenzione e soprattutto a immergersi nella realtà della vita di allora, fatta di “ozio senza riposo, dove il facile diventa difficile per mezzo dell’inutile…”,  come recita un adagio della vita militare.

Furono lunghi gli intervalli tra le grandi battaglie: l’assalto italiano del maggio 1915, la Strafexpedition imperial-regia  del maggio-giugno 1916, la catastrofe italiana del Monte Ortigara del giugno  1917, l’ultima offensiva imperial-regia fallita nel  giugno del 1918. Intervalli fatti di scontri di pattuglie, di episodici assalti e bombardamenti di artiglieria tipici della guerra di attrito vissuta in trincee e caverne, talvolta eseguiti per “movimentare il fronte” a richiesta di governi e alti comandi.

Camminare attraverso la Mostra è leggere una Umana Commedia, fin troppo umana.  

Riviviamo gli  Inferni delle battaglie e poi dei feriti; i Purgatori del lavoro di una Armata di contadini comandati da pochi abitanti di città che realizzò con abilità artigiane e perizia tecnica centinaia di chilometri  di strade e mulattiere, trincee, caverne, capisaldi, cisterne per la preziosa acqua in ambiente carsico, baraccamenti, ospedaletti da campo, cimiteri di cui si trovano abbondanti tracce nei boschi e in quota; i rari Paradisi della fraternità tra compagni e delle care lettere lette, rilette, accarezzate e gualcite.

   

Più sfortunati persino dei soldati caduti o mutilati  o morti per malattia, furono i soldati italiani, cui fu negato persino “l’onore” della morte in battaglia, uccisi per ordine dei nostri disorientati Comandi, decimati secondo l’antico uso romano e talvolta gettati nelle voragini, “morti senza  tomba”.

[Nelle immagini sotto: la traccia nei boschi del Monte Sprunch di una decimazione avvenuta il 28 maggio 1916 durante la Strafexpedition.  Il memoriale a ricordo fu eretto  in corrispondenza al decreto ministeriale del  marzo 2021 che accoglieva decennali richieste dei loro discendenti e “riabilitava” un totale di 750 “uccisi per  dare l’esempio” in varie località.]

Memoriale dei Decimati nei boschi del  Monte Sprunch

Camminando per boschi e pascoli, si trovano poi molte lapidi e piccoli monumenti, nei luoghi presunti della morte di un combattente, la cui lettura è particolarmente coinvolgente, per le iscrizioni di intonazione personale, di cui molte sono state raccolte da Antonio Chiesa e Mario Rigoni Stern in Parole sulle pietre.  

Il piccolo cippo “auf Wiederschen – deine Mutter”  (arrivederci – tua Madre)  per il figlio ventottenne, trovato di recente nel bosco di Cesuna, ne è forse la testimonianza più pregnante.

A un partigiano caduto della battaglia del Bosco nero di Granezza nel 1944.

L’Altopiano dei Sette Comuni nella seconda guerra mondiale non subì le immani distruzioni di città, porti, ponti, ferrovie e i lutti dell’Italia guerreggiata e bombardata dall’alto, ma visse una sua epopea, limitata in dimensione, ma non in tragicità.

Ospitò, generalmente bene acquartierati presso i residenti, numerosi ebrei europei internati dopo il 1940 (come cittadini di paesi invasi dall’Asse nazifascista, come ad esempio la Jugoslavia), che riuscirono quasi tutti a sopravvivere alla Shoah con l’aiuto dei residenti (vd Giorgio Spiller, Shalom).

Nella guerra di liberazione 1943-45, anche nel suo aspetto  più terribile di guerra civile, ci furono  gruppi di resistenti giovani e meno giovani attivi nel terrorismo e nel combattimento, poi uccisi a Malga Fossetta e Granezza, con il tragico corollario di incendi di paesi e di  esecuzioni  per  rappresaglia da parte dei nazifascisti. (vd Luigi Meneghello, I Piccoli Maestri, Italo Mantiero e ancora Giorgio Spiller e molti altri).

Come la Mostra, la foto sottostante di Leonardo Pasini costituisce un raccordo tra memoria e vita presente-futura, come fece il grande Ermanno Olmi nel suo  film “Torneranno i prati” sulle devastazioni della guerra, dopo aver illustrato ne “I Recuperanti” la rustica epopea dei poveri montanari che per vari decenni  raccolsero i residuati bellici, con esiti talvolta micidiali. 

Prati bombardati e ritornati a Col d’Echele, luogo della battaglia dei Tre Monti  nel gennaio 1918 (© 2023 Leonardo Pasini)

Ci rivedremo a Enego in un  prossimo anno. 

Al presente si alternano, nonostante gli sforzi di persone e governi “di buona volontà” per prevenirle o mitigarle, le guerre tra umani e quelle tra umani e la natura, eventualmente provocata a tenzone. Nel novembre  2018 si è avventata sull’Altopiano dei Sette  Comuni, sul Bellunese, sul Trentino-Alto Adige, la spaventosa VAIA, la tempesta di vento a 200 Km/ora che ha abbattuto circa sedici milioni di alberi.

Nella grande Piana di Marcesina, a 1400 metri, in comune di Enego, da secoli luogo di malghe e di pascoli (e di secolari lotte dei Comuni dell’Altopiano soggetti alla Serenissima Republica contro i Feudatari trentini della Valsugana) la corona di boschi è stata abbattuta a giro d’orizzonte. L’artista di Roana, uno dei Sette Comuni, Marco Martalar ha realizzato con gli spezzoni dei tronchi abbattuti una  scultura in forma di grande aquila rapace eretta su una altura devastata della Piana.   

Come la Mostra di Enego, l’Aquila di  Marcesina parla a chi è disponibile almeno ad ascoltare.

(© 2023 Leonardo Pasini)
Una verità “dentro” la guerra ultima modifica: 2023-08-26T16:18:06+02:00 da CARLO NIZZERO
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento