La (co-)scienza della parola

Una riflessione sulla poesia
MAURIZIO CASAGRANDE
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Di quanto non è possibile parlare, è bene tacere, argomentava Wittgenstein nel suo trattato, nel quale il filosofo assumeva quale oggetto delle proprie ricerche il terreno della logica. Così facendo, tuttavia, e forse senza volerlo, egli incrociava il campo delle lettere e in particolare della poesia legittimando il suo pieno diritto ad esistere, giacché è proprio questo il mandato della poesia: parlarci di tutto ciò che non appare, che magari non è nemmeno comunicabile verbalmente per un limite costitutivo di ogni linguaggio, come di ogni essere vivente, e lo deve fare attraverso il medium di una lingua proveniente da un altrove che resta precluso ai nostri sensi, da quel luogo «dove non è scrittura né grammatica» per dirla con le parole di un nostro grande poeta.

In apparenza potrebbe sembrare una boutade gratuita e priva di ogni fondamento, mentre non risulta affatto tanto assurda alla luce delle più recenti acquisizioni della scienza fisica in merito alla presenza e all’azione nel cosmo di un paio di componenti invisibili, ma ben attive nel garantire l’espansione senza fine dell’universo: l’energia oscura e l’antimateria. Da dove vengano e quale sia la loro origine non lo sappiamo con certezza assoluta, ma ne conosciamo gli effetti, o quanto meno li conosce la fisica quantistica.

Dunque, pur non avendo nozione di quale possa essere il luogo generativo della poesia e della sua lingua, ciò non comporta che non vi sia un’origine, per quanto remota e altra possa risultare rispetto alle nostre categorie. Ne consegue che la poesia, una volta di più, ha a che fare col mistero, con una realtà che ci travalica ma non per questo è meno reale e operante, cosa che la accomuna strettamente alla mistica e alla religione. Ma anche alla dialettica sottesa alla contraddizione, che in fondo è la dinamica contrastiva che presiede alla vita, come avevano compreso i primi filosofi.

Del resto, non erano stati Omero e Rimbaud – l’alfa e l’omega del canto delle muse dall’antichità ad oggi – a parlarci del poeta nei termini della veggenza? Un veggente che magari vede in modo confuso, che intuisce più che vedere, ma che coglie sempre nel segno. L’unicità e l’atipicità della poesia sono confermate, peraltro, da un additivo che essa condivide con la musica e che la distingue da ogni altra arte, a prescindere persino dalla lingua che utilizza di volta in volta: il ritmo, la musicalità composta in armonici che le consentono di comunicare con chiunque, anche al di là del codice semantico di una determinata lingua, grazie a quell’universalità che la vera poesia sa sempre attingere.

Ma chi concede più credito ai poeti in questa nostra società dell’apparire e dell’avere che non riconosce alcun valore alla severa disciplina della parola e che considera i poeti degli illusi, dei sognatori, se non dei falliti?

Col seco: ‘na puisìa sensa lengoa

Xe morto el ciaro
drento al pitaro
xe tuto suto
e pì no taca
gnà meso buto

Aridità: per una poesia senza lingua
S’è spenta la luce / il terriccio nel vaso / brucia d’arsura / e non attecchisce / più nulla


Copertina: Foto di engin akyurt su Unsplash

La (co-)scienza della parola ultima modifica: 2023-09-22T17:50:03+02:00 da MAURIZIO CASAGRANDE
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1 commento

Giovanni Cavazzana 25 Settembre 2023 a 13:06

Brevi e interessanti spunti sulla poesia. Un’ottima occasione anche per conoscere ytali.com. Grazie.
Giovanni Cavazzana
Noventa Padovana

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