La Padova materna di Diego Valeri

La versione Ronzani di “Città materna” ripropone fedelmente l’edizione curata dal Boni nel 1977, mentre i disegni che impreziosiscono il volume appartengono a Bernardino Palazzi, ricavati dall’edizione pubblicata a Padova da Le Tre Venezie nel 1944
MAURIZIO CASAGRANDE
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Forse non esiste criterio migliore per inquadrare un’opera se non quello di ricorrere alle parole dell’autore stesso, così da rendere fedele testimonianza della qualità della prosa di Valeri come della profondità della sua relazione con la città, lui che era nato in provincia, a Piove di Sacco, e altrettanto vale per il Veneto nel suo complesso come è confermato da un’altra notevole sua raccolta di prose, quell’Invito al Veneto, edito a Firenze nel lontano 1977 per i tipi di Massimiliano Boni,che l’editore vicentino si propone di ripubblicare a breve più che opportunamente, considerandolo il pannello di un medesimo dittico:

C’è nei miei più lontani ricordi una città vasta e profonda, irta di muraglie e di torri massicce, bruna bruna sotto un candido sole d’estate, carica di silenzio, di paure, e d’una sua dolcezza triste e, non so come, materna. Tutt’intorno, il mistero della campagna, la pianura infinita, donde arrivano le vecchie mendicanti scalze, i vitellini legati sul carretto, i cumuli traballanti di fieno.
(D. Valeri, Padova allora, in Città materna, Vicenza/Padova 2023, p. 11)

E pure la versione Ronzani di Città materna ripropone fedelmente, anche nel sottotitolo, l’edizione curata dal Boni nel 1977, mentre i disegni che impreziosiscono il volume appartengono all’artista Bernardino Palazzi, ricavati dall’edizione di Città materna pubblicata a Padova da Le Tre Venezie nel 1944, come si può dedurre dall’eccellente postfazione.

Risulta evidente fin dalle prime battute che è il leit-motiv del ricordo ad occupare il centro della scena, tanto che si potrebbe parlare a ragion veduta di Città materna come del libro della memoria; da non intendersi però in chiave banalmente memorialistica, bensì nella prospettiva eminentemente lirico-letteraria che era già di Leopardi nei Canti, di Dante nell’incipit della Vita Nuova, come di Proust nella Recherche e perfino di Calvino nelle Città invisibili, autori ed opere con cui Valeri manteneva solide e costanti frequentazioni, stante la sua finezza di poeta o traduttore, come della titolarità della cattedra di letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’ateneo patavino, per assumere l’incarico di letteratura francese nella medesima sede dopo l’ultima guerra.

Un’ulteriore stilema distintivo di Valeri è il procedere per scorci paesaggistici altamente lirici che possiedono la grazia di tratto di un vedutista, insieme alla freschezza nei colori, talora sgargianti, in altre occasioni dai toni cupi, più spesso tenui e velati come in un acquerello che abbia per soggetto Venezia o la sua Laguna, altro grande amore dello scrittore evocato sottotraccia attraverso la maestria nel dosare le sfumature o tramite i giochi di rifrazione dell’acqua:

Il cupo intrico delle vie e dei vicoli si spalanca all’improvviso in piazze immense, dove il sole stagna come un’acqua d’oro, lambendo atrii e scalèe di palazzi impenetrabili. In una di queste piazze, sola ed enorme, sta una chiesa: una montagna di mattoni stinti, su cui s’accatastano grandi cupole turchine, simili a nuvoloni gonfi di tempesta. In un’altra, un bosco altissimo dilata la sua chioma e la sua ombra su un prato rotondo: giro giro, cento maghi di sasso, mezzo bianchi e mezzo neri, tracciano strani segni d’incantamento nell’aria beata, specchiandosi entro un lucido canale chiuso in anello. Tra il folto delle case appare ad ora ad ora un fiume rapido e allegro; balconi impergolati si sporgono a guardarlo, e cespugli e alberelli tremanti, cresciuti nelle crepe dei muri.
(Valeri, cit., Ibidem, p. 11).

Appare evidente, già da queste righe, l’attenzione alla precisione nei dettagli, insieme all’adozione, di volta in volta, di un punto di vista diverso all’interno di una singola sezione, come per l’intera estensione del volume alla maniera di un pedale di basso o di una colonna vertebrale, contestualmente alla progressiva maturazione del soggetto della visione: si procede così dallo stadio del fanciullo nelle prime pagine, che osserva il mondo per la prima volta in una sospensione tra fiabesco e magico, per arrivare alle stagioni dell’adolescenza, della giovaninezza come studente, dell’uomo fatto e dello studioso affermato, sulla falsariga del romanzo di formazione. Ma piuttosto che eccedere sui fronti del lirismo o dell’onirico e senza troppe concessioni all’idillio o alla sterile nostalgia, Valeri si mantiene fedele all’imperativo della concretezza e del realismo, anche linguistici, grazie al ricorso ad alcune sapide voci dialettali («Bisi, done!», «E xè qua ’l pignata-a-ro!», p. 15; «Patate, sucòi, fasòi», «El gùa…», p. 67) e a squarci di vita che ci restituiscono la città e i suoi residenti per quello che erano, con un’attenzione particolare per gli umili strizzando quasi l’occhio al Goldoni delle Baruffe, nella lacerazione tutta romantica fra grandi amori contrastati:

grovigli di ‘porteghetti’ bassi e sbilenchi, in cui l’aria umida sa d’osteria e di vecchiume. Vicoli poveretti, dove il ciabattino sta seduto davanti alla porta di casa, a tirar gli spaghi, e le donne si litigano da finestra di stantio; le sue vie trasudano accidia, le sue piazze sbadigliano al cielo un’inguaribile malinconia… Perchè ora ho idea di quel ch’è una grande città: ho visto Milano, di sfuggita; ho passato qualche giorno a Venezia. E Venezia m’ha preso il cuore, per sempre.
(ibidem, pp. 17-18)

Diego Valeri Città materna
Postfazione di Matteo Vercesi
Ronzani Editore – Padova University Press, 2023

Nei 19 capitoletti in cui si articola il volume si procede dalla città dell’infanzia o della memoria con i suoi luoghi distintivi, ma sempre rivissuti alla scuola di Proust attraverso il filtro del tempo – e quindi del ricordo – piuttosto che dello spazio fisico (il Santo, il Bo, Prato della Valle, Santa Croce, l’Orto botanico, il Pedrocchi e le chiese di Santa Giustina, del Duomo, del Carmine), per giungere ai fiumi o ai canali che la attraversano o la delimitano (le Riviere, ora per gran parte interrate, il Bacchiglione, il Brenta con il Brentella e il Piovego), come alle pianure che la cingono e all’incanto dei Colli Euganei (restituitici per intero da Valeri nella prosa ispirata Colli Euganei, alle pp. 121-134), autentiche montagne agli occhi dello scrittore fanciullo e fonte di suggestione anche per un gran numero di poeti o scrittori anteriori o posteriori a Valeri, il quale non manca di annotare con una punta di malizia come i medesimi fossero stati cari ad autori illustri ma ignorati, o quasi, dai pittori (Colli Euganei, p. 130), fino alle mutazioni indotte sul paesaggio e sulla città stessa dal succedersi delle stagioni nell’avvicendarsi un po’ onirico di inverni, primavere ed estati.

E si deve probabilmente proprio all’essenza liquida di cui si sostanziano, pur se in modalità differenti, le città di Sant’Antonio e di San Marco, la fascinazione esercitata su Valeri, nelle vesti di un «ritornato che, in fondo, non è mai partito» (Eppure…, p. 27) da Padova o Venezia.

Vogliamo chiudere questa essenziale chiosa su alcune parole di Valeri, di chiara ascendenza leopardiana (e con Petrarca a rinforzo, magari riformulando nella sua prosa luoghi celebri del sommo maestro: «Io vi amo coralmente, chiare fresche e dolci acque», p. 137), che rappresentano il suo lascito morale più alto, insieme ad un vero e proprio inno imperituro alla bellezza e alla poesia di ogni tempo e latitudine:

Che traccia è rimasta, dunque, di tanti odi ed amori, di tanto adoprar, di tanti moti? […] Ma la poesia dei grandi poeti aggiunge luce alla luce del sole […] perché la poesia, anche se canti o invochi la morte, afferma nel fatto il più alto modo di vita, creando quella sua bellezza “fatta d’anima pura e di parole” che dura più del marmo e del bronzo
(Colli Euganei, p. 133).

Aggiungiamo infine che l’opera di Valeri si palesa in tutto il proprio valore soltanto se la si considera nel suo fitto intreccio di prose liriche e poesia, magari approfittando della recente riedizione del corpus integrale dei suoi versi per iniziativa del Ponte del Sale: cfr. Diego Valeri, Il mio nome sul vento. Poesie 1908-1976 (Rovigo 2022).

La Padova materna di Diego Valeri ultima modifica: 2023-10-11T19:53:58+02:00 da MAURIZIO CASAGRANDE
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