Qui, dove il tempo implode

Sulla poesia di Cristina Alziati
FRANCA GRISONI
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L’ultima raccolta di Cristina Alziati (1963), Quarantanove poesie e altri disturbi (Marcos y Marcos, 2023), vincitrice della 14esima edizione di Ponte di legno poesia, è uscita a dodici anni di distanza dalla precedente pluripremiata Come non piangenti, pubblicata dallo stesso editore. Ponte tra le due raccolte è la poesia di apertura, una Risposta dedicata all’amico poeta Alberto Bertoni: «“Come farai – domandavi una volta – / a scrivere ancora / dopo l’ultimo tuo libro di versi / come farai adesso?” Infatti, non scrivo. / Ripeto soltanto che il dolore / è reale, e passato. / La storia è ciò che ho raccontato / di poco peggiore il presente / e non ne voglio dire. / Non troppo lontano infuria / un branco di cani. / Oltre il misero bosco, uguale latra / dentro la notte o l’alba, uguale. / Come faremo, adesso».

Quarantanove poesie e altri disturbi
di Cristina Alziati
Marcos y Marcos, 2023
Prezzo: euro 18,00

Ma com’è il precedente libro di versi di Cristina Alziati perché la sua intensità dolente venga sentita come irripetibile da un poeta-critico come Bertoni? Sono tornata a leggere Come non piangenti a partire dal titolo, preso da San Paolo: «il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero» (1Cor 7, 29-30). C’è di che piangere in queste poesie civili e personali, intime, come quella dedicata alla morte del padre o quella che ricorda la «stanza della diagnosi / e un vecchio oncologo» che ha comunicato all’autrice il tumore al quale è «sopravvissuta». Le lacrime talvolta non possono proprio essere trattenute. Tuttavia, per chi sa che non c’è tempo, è imperativo fare come chi non piange e testimonia di rifiuti tossici, di massacri e devastazioni su una terra che continua ad essere «offesa» da nuove tecniche militari, da armi atomiche e chimiche lanciate a contaminare territori abitati da civili che ne muoiono dilaniati come mai prima, così come i bambini che su quella terra avvelenata ci giocano.

I bambini! Alziati ci fa incontrare anche bambini che possono vivere la loro infanzia, quelli che, giocando, «fanno ciascuna cosa per davvero». Ma ci indica «i soldati bambini […] e quegli altri, / con i loro giocattoli-mina» costruiti proprio per attirare i bambini e straziarli. Intanto il male continua a rinnovarsi in nuove forme che eguagliano o superano le precedenti; come quando, in una baraccopoli alla periferia di Nairobi, le condizioni devono essere talmente insostenibili che i bambini si danno essi stessi la morte: «Adesso / a Korogocho vanno al suicidio i piccoli / tenendosi per mano» gettandosi da un dirupo sovrastante un acquitrino (Notte).

Cristina Alziati

Quelli di Cristina Alziati sono paesaggi che includono le scene di orrore della contemporaneità, con azioni criminali che si susseguono a diverse latitudini. Ma ci sono anche paesaggi di luce, con l’affiorare della «bellezza», come quella indicata da una bambina che non è sopravvissuta alla leucemia e che «qui / dove il tempo implode», nel mostrare «minuscole conchiglie, le tiene / in una mano. Guarda, mi spiega, / hanno milioni di anni, paiono nate appena».  

Bellezza e dolore, insieme, si caricano di intensità, qui, dove l’io può affermare: «odo cantare uccelli sconosciuti / e provo intero il dolore, so la gioia intatta». L’essere umano può portare contemporaneamente il «dono» e l’«offesa» se, proprio nel deflagrare del male, può essere sperimentata la «gioia», come quella verticale nella poesia dedicata ad Etty Hillesum, donna che davvero può essere annoverata tra i «non piangenti» del titolo.

I due libri nascono dalla medesima vocazione civile di Alziati che in Come non piangenti ha promesso di scrivere per ricordare, perché «Ciascuna delle cose che non viene nominata / è per sempre perduta». Anche in Quarantanove poesie e altri disturbi non possiamo che lasciarci sorprendere dalla simultaneità paradossale del dolore e della bellezza che interferiscono nella nostra percezione: «Oltre la notte dondola / fra luce e buio la mia amàca / tesa ai margini acuti di grazia / che un fiore / la ruggine dei rovi trafiggendo / ostende» (L’amàca). Chiudendo questa poesia con una parola solenne, «ostende», usata perlopiù in relazione a cose sacre, Cristina Alziati accende ulteriormente l’attenzione di chi legge.

Come non piangenti
di Cristina Alziati
Marcos y Marcos, 2011
Prezzo: euro 14,50

Occorre lasciarsi ferire da queste poesie, che colpiscono con lo strazio per le bombe sempre più micidiali che da anni continuano a deflagrare «per sempre», con la bellezza della natura e quella dell’arte che ci interrogano, con l’affetto per i viventi e per chi non vive più. Il bene e il buono della vita sono veri, esistono il «filadelfo in fiore», i bombi, i papaveri, le «ranocchiule al crepuscolo hanno / preso di nuovo a cantare», c’è «un cielicello a nuvolette», intanto il male continua ad accadere: i crimini di guerra, la devastazione ecologica, il riscaldamento globale: «il Circolo polare artico / rovescia negli oceani acque annerite / il colore del cielo è colore / di pioggia che non piove» (La tela); i parassiti devastano gli alberi, i naufraghi e i fuggiaschi da regimi dittatoriali non riescono a raggiungere la libertà. C’è, sì, la capacità umana di amare, ma irrompe anche la cattiveria personale, la malvagità, sempre gratuita, come quella di chi si accanisce su un colombo fino a ucciderlo. Il colombo non vive più, ma continua a tubare nei versi di una poesia che ne custodisce il ricordo lancinante e ce lo consegna: «Io a malapena qui odo / tubare il colombo / che all’alba / viene a posare sopra la ringhiera/ / su una coltre di neve. Nel panificio / più costoso d’Europa / in largo La Foppa a Milano / cercava briciole di pane. / Ammazzalo, gridavano – elegantissimi / a quello di loro con il bastone in mano. // Qui ora io altro non odo / che un tubare innevato, che viene / da ringhiere di cenere» (D’Europa).   

Tra le tragedie a cui Alziati ci fa assistere c’è quella evocata in un piccolo circo che ha piantato le tende in una nostra piazza: ad esibirsi sono «artisti ragazzini» sopravvissuti alla «carneficina afgana. / È l’ultimo spettacolo, il loro, questa notte. / La più giovane è solo una bambina / mentre piange sorride quando infine saluta» (Una bambina).

Nella raccolta sono incorporati versi di poeti che l’autrice ha fatto suoi (da Borges e Fortini a Brecht e Hölderlin) citandoli, traducendoli, dedicando loro una sezione dal titolo «Tre poesie che avrei voluto scrivere io». I suoi poeti, confermano: siamo «una stirpe / fecondamente intenta a sterminarsi» (Peter Huchel), e ancora: «la sola cosa che non si perde è la perdita» (Juan Gelman). Ma un «airone cinerino» che si alza in volo chiude con un fremito l’ultima sezione della raccolta.


Copertina: Foto di Ram Gopal su Unsplash

Qui, dove il tempo implode ultima modifica: 2023-10-26T23:43:10+02:00 da FRANCA GRISONI
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