Espellere lo stupro come pratica nei conflitti armati

TIZIANA PLEBANI
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Ciò che è successo a molte delle donne israeliane rapite dagli uomini di Hamas, stupri sovente di gruppo, accompagnati da dileggio e da ulteriori oltraggi al loro corpo, se non di mutilazioni, ripresi dagli autori, fieri di tali atrocità, ci suggerisce che la pratica (fa orrore definirla in tal modo) dello stupro durante i conflitti non è ancora stata sufficientemente posta al centro dell’attenzione, anzi spesso è stata taciuta, nascosta o sminuita dalla drammaticità delle situazioni di guerra e di terrore. Nell’articolo del 23 novembre apparso su la Repubblica lo ribadiva anche la storica israeliana Christina Lamb, ma anche chi si è occupato in anni recenti della sorte dei civili durante i conflitti mondiali ha segnalato la mancanza di adeguato focus.

Uno dei tanti esempi riguarda gli stupri commessi dalle truppe di occupazione germaniche e austro-ungariche delle donne del Friuli e del Veneto nel 1917. Lo storico Daniele Ceschin, in un bel libro curato da Bruna Bianchi, ha fatto notare che a fronte di una quantità impressionante – il 90 per cento delle donne era stato oggetto di violenza compiuta o tentata – solo di recente gli studi hanno iniziato a occuparsene. Ma quel che è più rilevante è che l’inchiesta che fu istituita al tempo ebbe come obiettivo quello di stabilire l’ammontare dei danni causati dalle truppe durante l’invasione. Quest’ottica fece sì che le violenze sulle donne fossero “derubricate a puro fatto statistico” e in ogni caso “gli atti compiuti contro il diritto delle genti e a dispetto delle convenzioni internazionali vennero al tempo semplicemente ricondotti alla brutalità del nemico”. Brutalità, come ahimè ci insegnano i fatti recenti, è un termine generico che pare rimandare a una bestialità che emerge dal nulla e che lascia le cose come stanno. 

Abbastanza recente è la scoperta di migliaia di stupri sulle donne italiane compiuti nel 1944 in Toscana, Lazio e Sicilia dalle truppe marocchine in forza all’esercito francese, così come quelli compiuti dalle truppe sovietiche a Berlino sulle donne tedesche. In anni più vicini, si è cercato di occultare l’enorme quantità di violenze sessuali, spesso concluse con omicidi, di donne nel Vietnam da parte dei soldati americani, mentre più conosciuti sono stati quelli compiuti dai serbi sulle donne bosniache. E la catena di orrore sulle donne può continuare, Ruanda, Irak, ora Ucraina, quasi fosse scontato che debba succedere in tali occasioni.

Da un lato è bene chiedersi se il Diritto Internazionale Umanitario di protezione dei civili nei conflitti armati non debba essere aggiornato e che non si limiti a definire come crimine lo stupro, come è stato fatto, bensì si appresti a sanzionarlo con maggiore attenzione e soprattutto a farne materia di specifico impegno e costante monitoraggio, evitando di inserirlo nel mucchio indistinto delle violenze sui civili, in cui la componente di genere si sfoca.

Ma forse l’altra impellente necessità riguarda il diffondersi con tutti i mezzi, gli strumenti, i media, della consapevolezza che lo stupro durante le guerre non può e non deve essere considerato come inevitabile, come già segnalava Christina Lamb, quasi fosse un corollario automatico nel rapporto con chi è considerato un nemico. 

La storica Joanna Bourke nel pregevole libro, Stupro. Storia della violenza sessuale, ricorda che quasi sempre gli stupri degli eserciti sono stati incoraggiati, legittimati o più che tollerati da precisi ordini militari impartiti dai comandi o da atteggiamenti permissivi dei superiori o dei leader delle squadre. E certamente questo incitamento è stato consegnato ai componenti di Hamas. Ma è possibile agire perché proprio alla base dei comportamenti in guerra tale pratica venga espulsa e che non solo sia sanzionata specificatamente dai tribunali che si occupano di diritto internazionale ma che tale espulsione entri a far parte integrante del corredo mentale dell’addestramento militare e che dalle gerarchie, a partire da comandanti e da ogni genere di capo, discenda a imbevere tutto quell’ambiente.

E la responsabilità dell’atto rimandi sia al singolo uomo che al suo superiore. 

Si ricordi il racconto di Simone Weil, in Venezia salva. Jaffier, capo della congiura contro Venezia, la sera prima della presa della città immagina la devastazione, gli stupri, il saccheggio, premio consueto promesso ai soldati, e guardando la città dall’alto e la vita che vi scorre, rinuncia a dare il comando dell’avvio dello scempio di Venezia e la salva. Anche con le armi in mano, si può e si deve scegliere.

Espellere lo stupro come pratica nei conflitti armati ultima modifica: 2023-11-25T20:35:32+01:00 da TIZIANA PLEBANI
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